Prepararsi per tempo al tempo che sarà.

A causa di un problema tecnico, per alcune settimane abbiamo sospeso il blog dell’enciclopedia.
Lo riapriamo oggi con due intenzioni: proporre una selezione di risorse utili – e ce ne sono tante – e aprire uno spazio di discussione.
Pensiero, esperienza, politica: ci sarà bisogno, anzi c’è già un grande bisogno di far tesoro di quello che stiamo apprendendo in questa circostanza.
Vorremmo, alle soglie del 25 aprile, immaginare il processo di liberazione dal covid 19, che sarà lungo e lo sappiamo, come un laboratorio anche politico e progettuale, che non ci trovi impreparate.
Aggiungete qui riflessioni e commenti, segnalazioni, idee, consigli, o se preferite scriveteci alla solita mail redazione@enciclopediadelledonne.it

8 pensieri su “Prepararsi per tempo al tempo che sarà.

  1. Monica Lanfranco

    Ciao a tutte, un piccolo contributo alla costruzione collettiva di una narrazione sul presente ma anche sul futuro possibile e sui desideri di cambiamento necessari lo abbiamo pensato come rivista femminista Marea: una proposta che si rivolge a chi abbia voglia di scrivere per il nostro prossimo numero, che avrà come parola chiave ‘DOPO’. Entro il 25 aprile a questo link aspettiamo le vostre proposte http://www.mareaonline.it/?p=2012

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  2. rossana di fazio

    Voglio pensare per priorità e per brevi punti, forse fin troppo semplici.
    La prima “Lavorare meno lavorare tutte”.
    Ci sono donne e uomini che lavorano troppo e altre e altri che non lavorano affatto. Ci saranno ancora più donne e uomini che non lavoreranno affatto.
    a) l’autonomia economica, che lo si voglia o no, è l’unica condizione che rende possibile l’uscita da situazioni di soggezione psicologica e fisica; non poter provvedere a se stesse – o ai propri cari – intacca la dignità individuale e il rispetto di sé;

    b) le relazioni sono troppo importanti: lavorare per uscire dalle case, lavorare per nutrire le proprie relazioni e condividere le migliori energie, far essere l’esperienza individuale nel lavoro, non consumarla.
    Questo genera armonia e felicità e semina energie migliori per la collettività.

    c) infine Il lavoro di cura è così importante che non posso pensare che migliaia di persone, al 90% donne, oggi si prendano cura di noi e dei nostri anziani senza avere diritti di cittadinanza adeguati.

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  3. margherita

    Riceviamo da Franca Fronte, autrice dell’Enciclopedia, questa riflessione che condividiamo qui:
    ———–
    Che dire? Da ostetrica ho trascorso la mia vita personale e professionale cercando di prendermi a cuore la nascita dell’individuo, il modo in cui il gruppo sociale e il contesto sanitario si approcciano a gravidanza, parto, cura del bambino, genitorialità…
    Molte realtà sono attive da tempo nel promuovere maggiori attenzioni all’inizio della vita, perché credo e crediamo in tanti che proprio in questi frangenti si pongano le basi per la salute mentale e fisica della persona, attraverso buone pratiche assistenziali e rispetto, presa in carico, sostegno a vari livelli.
    Se una società evoluta traspare da quanto mette in campo per il benessere dei più fragili, abbiamo ancora tanta strada da percorrere…in questo momento difficile non riusciamo nemmeno a uniformare i comportamenti riguardo alla presenza dei papà al parto, per dire, eppure con le dovute cautele si potrebbe lasciare che la coppia viva insieme una fase così cruciale per la costruzione del legame, della collaborazione alla cura del cucciolo, con il sostegno dell’evidenza di cui disponiamo.
    Faticoso percorso quello che stiamo vivendo, ma chissà che sia la volta buona per ripartire con uno sguardo più attento all’inizio della vita, per progettare un futuro migliore per le generazioni che verranno…
    Forse una realtà bella e sensibile come la vostra può inserire questo discorso nel suo programma per il futuro, non so come ma si può studiare…😊
    Un abbraccio!
    Franca Fronte

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  4. admin Autore articolo

    Riceviamo un contributo da Irene Starace, una riflessione sulla Fase 2 che pubblichiamo qui:

    Verso la “fase 2”: ma cosa è successo finora?

    Si fa strada l’ipotesi che il Covid-19 sia stato creato in laboratorio, e c’è chi dice, con buoni argomenti, che siano stati gli americani a introdurlo a Wuhan, ma comunque siano andate le cose, si può dire con certezza che la Cina ha approfittato del virus per portare avanti un esperimento inedito di ingegneria e controllo sociale. La chiusura di Wuhan è stata la prima quarantena di massa nella storia dell’umanità, e non è detto che fosse l’unica alternativa di fronte alla contagiosità del virus. La Cina non è certo nuova alle epidemie, eppure il governo ha ignorato gli avvertimenti del medico del dottor Li Wenliang e non ha affrontato la situazione in tempo. Solo a quel punto la chiusura è rimasta l’unica soluzione, e purtroppo ora sappiamo sulla nostra pelle qual è il prezzo di una quarantena di massa. Nessuno saprà mai quante persone si sono suicidate o sono impazzite dietro le mura delle case di Wuhan, e molte attività sono state costrette a chiudere e non riapriranno più. Dopo la riapertura della città molta gente è andata via, per cercare nuove opportunità (cosa facile, in un paese grande come la Cina) o per lasciarsi alle spalle il luogo in cui ha vissuto un incubo. Chi è rimasto è controllato tramite un’app in tutti i suoi spostamenti, obbligato al “distanziamento sociale” (un eufemismo per dire “isolamento forzato”) e perennemente imbavagliato dalla mascherina. Comincia a suonare familiare, vero? E noi come siamo arrivati a questo punto?
    A gennaio il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza sanitaria, ma poi non ha fatto niente di quel che avrebbe dovuto: prestare attenzione all’ondata di polmoniti anomale che ci sono state dall’autunno scorso, rifornire i medici di dispositivi di protezione, rafforzare i reparti di terapia intensiva, prevedere percorsi differenziati per i pazienti infetti, ecc…Poi ha pensato di dichiarare Bergamo zona rossa, ma ha cambiato idea all’ultimo momento per le pressioni degli industriali. Alla fine il contagio ha cominciato a dilagare e chiudere tutto il paese è sembrata l’unica alternativa possibile. Si è trattato di una scelta fatta sull’onda del panico o di un ritardo deliberato per giustificare la sospensione della democrazia? L’efficienza della repressione poliziesca e militare di qualsiasi comportamento considerato pericoloso fa pensare, purtroppo, alla seconda possibilità. Senza contare quanto sarà costato il dispiegamento di quest’apparato repressivo: denaro sottratto all’acquisto dei tamponi, che sono fondamentali per identificare le persone positive e quindi tornare alla normalità presto e in piena libertà. Una scelta deliberata anche questa? Può darsi, dato che la campagna di terrore dei media e della politica è sotto gli occhi di tutti, e un popolo spaventato è un popolo controllabile e ricattabile. Ormai è evidente che è in atto un tentativo di disciplinare l’intera società per tenere le persone isolate e lontane le une dalle altre, a partire dall’infanzia: si parla di “distanziamento sociale” persino per gli spazi dedicati ai bambini, e per di più dopo che sono stati tenuti rinchiusi e isolati per quasi due mesi! Ma siamo impazziti?
    La Cina non è un paese democratico, ma noi abbiamo una Costituzione che non è mai stata violata come in questa circostanza: i DPCM usati nel corso dell’ “emergenza” (uso le virgolette perché ventimila morti su sessanta milioni di abitanti, e trecentomila nel mondo su sette miliardi, sono percentuali minime) sono incostituzionali, e le decisioni sulle nostre vite vengono prese da un comitato di “esperti” ovviamente non eletti da nessuno, a cui ci si aspetta che dobbiamo obbedire incondizionatamente.
    In un articolo scritto per un altro giornale ho fatto un paragone tra questa situazione e l’11 settembre: come tentativo di controllo totalitario delle persone, questa che stiamo vivendo è un salto di qualità incredibile. Bisogna uscirne al più presto possibile e rifiutare queste nuove regole, che avrebbero senso solo per un periodo molto breve, il tempo di lasciar finire l’epidemia, e secondo molti medici nemmeno per quello, perché i numeri della Protezione Civile sono sbagliati e si potrebbe già tornare alla normalità. Non ci sarebbe neanche da temere da un’eventuale “seconda ondata”: i virus della famiglia del Covid-19 o scompaiono o si adattano all’organismo umano, perdendo la loro aggressività iniziale. Se questa fantomatica ondata ci fosse, saremmo perfettamente in grado di controllarla, sia per questo, sia perché ci sono farmaci e terapie che funzionano. Non ci lasciamo spaventare e ingannare!

    Irene Starace

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  5. admin Autore articolo

    Riceviamo una riflessione da Annalisa Comes che pubblichiamo qui:

    “Una porta verso il cielo”

    Preso da un senso di venerazione disse: “Quanto è venerando questo luogo! Indubbiamente è la casa di Dio, è la porta del cielo”
    Bereshit, 28,17

    Nei tempi appena trascorsi di isolamento forzato, di silenzio e assenza parziale dell’uomo negli spazi urbani, in molti hanno constatato il graduale incremento cittadino delle specie animali: cigni e pesci nelle limpide acque dei canali veneziani, anatre e germani reali nella fontane, il cielo attraversato da rondini, rondoni e falchi pellegrini. Passeggiando per le vie della città si poteva osservare come le erbe selvatiche si fossero allungate e allargate, lasciando i canti più oscuri, mentre fili d’erba e fiori di tarassaco si aprivano un varco fra i sampietrini.
    A Roma non è uno spettacolo insolito ed è parte del malinconico fascino della città eterna. In primavera e in autunno la malva conquista lo zoccolo bianco dei marciapiedi, all’inizio dell’estate spighe e papaveri spuntano fra le rovine del Portico d’Ottavia. Le ortiche invece sconfinano tutto l’anno.
    Uno sguardo attento però, poteva percepire la differenza fra l’intermittenza selvatica di ieri e il dilagare silente di oggi. Non si è trattato della struggente bellezza che coglie il visitatore davanti alla vegetazione che ricopre le rovine. Neppure dell’esperienza di uno sconfinamento come percezione estetica, intellettuale, oppure filosofica che rinvia a considerazioni sul tempo dell’uomo nella Storia e che ci arreca, inevitabilmente, meraviglia o ammirazione, angoscia o ancora melanconia.
    Durante il periodo di isolamento, una bellezza piccola e gloriosa, si è fatta porta verso altro: sentire, con la mente e il cuore, di trovarci nella dimensione divina del “principio” (be reshit), nella casa dell’inizio (bayit-reshit).
    In Bereshit 28,17, Giacobbe, dopo la visione notturna della scala, ribattezza il luogo solitario in cui si trova Beth-El, la Casa di D-o, porta di ingresso al cielo (ha-shaar ha-shamaim).
    Lo sconfinamento della natura dai suoi spazi abituali, il trovarsi dell’uomo in luoghi momentaneamente disertati, disabitati dall’umano, è ingresso nella creazione: esperienza di gioia e turbamento.

    Secondo il rabbino pensatore ebreo ortodosso Rav Joseph Dov Ber Ha-Levi Soloveitchik, esistono due ordini di creazione: la Berià, la creazione dal nulla (inizio di Bereshit) e la Yezirà, quando D-o diede forma al mondo, lo forgiò, mettendolo in ordine. E così come ci sono due ordini di creazione, vi sono due ordini di punizione. Una punizione individuale middat ha-din (la misura della giustizia), “pedagogica”, che promuove la teshuvà, e l’hester panim, la temporanea sospensione dell’attiva sorveglianza di D-o sul mondo (Rav Joseph Dov Ber Ha-Levi Soloveitchik – Massimo Giuliani).
    La porta su quella natura sola, caotica, in cui l’essere umano sembra marginale potrebbe rinviarci, kal vahomer, all’esperienza duale dell’hester panim. La pluralità infatti è insita nel nome, panim (volti), che contiene in sé il duale di sparizione-riapparizione, come l’esperienza della luna, che possiede un lato che non riusciamo a vedere, che non è rivolto verso di noi, mizidò, e il lato visibile, rivolto verso di noi, mizidenu (Maharal di Praga – Massimo Giuliani). Può farci percepire il turbamento e la gioia dovuti all’esperienza di trovarci sulla soglia del primo atto della creazione (Berià). Una porta su D-o che pur nascondendosi, ritraendosi, continua a provvedere alla creazione, una porta su D-o che fa spazio alla nostra libertà (Eliezer Berkovits).

    L’esperienza dell’hester panim può costituire una preziosa fonte di gioia se siamo capaci di cogliere, di vivere anche quella che sembra la marginalità umana come ingresso al continuum della creazione. Possiamo pensare al gioco del nascondino, uno dei giochi preferiti dai bambini. Colui che cerca prova contemporaneamente gioia e timore nel trovare e nello scoprire colui che si è nascosto. Colui che si nasconde prova contemporaneamente timore e gioia nell’essere “scoperto”, “trovato”. Entrambi vivono un’esperienza di straniamento, in un mondo apparentemente vuoto, solitario e silenzioso. Cosa cerca colui che cerca se non colui che si nasconde per essere cercato? E colui che si nasconde non cerca forse di essere trovato? Etty Hillesum scrive nel suo Diario: “Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo” (26 agosto 1941; Diario, p. 60).
    La porta, שער (shaar), costituita dalle lettere ש (shin) ע (ain) ר (resh) può diventare così per noi una lezione שיעור (sciur) e una fonte di ricchezza עוֹשֶׁר (osher; Hora Aboav).

    BIBLIOGRAFIA
    Hora Aboav, Crescere con le radici delle parole ebraiche, Castelvecchi, Roma (di prossima pubblicazione).
    Massimo Giuliani, Il pensiero religioso di Joseph Soloveitchik e la sua influenza
sul giudaismo «Modern Orthodox», in pp. 15-24: https://books.fbk.eu/media/pubblicazioni/allegati/Massimo_Giuliani_15-24.pdf
    Massimo Giuliani, Teologia ebraica, in A. Melloni (a cura di), Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento, Il Mulino, Bologna 2010, pp. 1587-1607.
    Etty Hillesum, Diario. 1941-1943, a c. di J. G. Gaarlandt, Adelphi, Milano 1985.

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  6. Jerrymuh

    Знаете ли вы?
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    Во время немецкой оккупации Украины радио на украинском языке вещало из Саратова и Москвы.
    Будущего чемпиона Европы по боксу в детстве одновременно дразнили «хохлом» и «москалём».
    Хотя ареал белизского геккона состоит из нескольких крохотных островов, IUCN не считает его раздробленным.
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