Mariasilvia Spolato

Padova 1935 - Bolzano 2018
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C’è una data che fa da spartiacque nella vita di Mariasilvia Spolato, l’8 marzo 1972. quel giorno ventimila donne (tra loro anche Jane Fonda, attivista e attrice americana) scesero in piazza a Roma, a Campo de Fiori, luogo simbolo dell’Inquisizione che bruciò sul rogo il filosofo Giordano Bruno dopo averlo accusato di eresia. Mariasilvia Spolato sfilò infilata nel suo cartello-sandwich con la scritta “Liberazione omosessuale”: era il primo atto di visibilità omosessuale in una piazza italiana e Mariasilvia era la prima donna italiana a dichiararsi pubblicamente lesbica.
Nata a Padova il 25 giugno 1935, dove si era laureata a pieni voti in scienze matematiche. In seguito si trasferì a Milano dove aveva lavorato all’Ufficio tecnico della Pirelli, partecipato al 1968 e fondato nel 1971 il Flo (Fronte di Liberazione Omosessuale), partendo dall’idea che le lesbiche dovessero liberarsi dalla “doppia oppressione” che subivano in quanto donne e omosessuali. Si avanza anche l’ipotesi che dietro quella sigla in realtà ci fosse solo lei, e che la usasse per firmare volantini distribuiti nell’attesa di aggregare altre donne. Il Flo confluì poi nel Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano (Fuori) e Mariasilvia fondò, insieme ad Angelo Pezzana, l’omonima rivista, portavoce dell’organizzazione.
Trasferitasi a Roma, dopo aver intrapreso la carriera dell’insegnamento, frequentò il collettivo femminista di via Pompeo Magno, partecipando così sia al movimento omosessuale che a quello femminista e spingendo le giovani lesbiche che arrivavano al Fuori romano a transitare al Pompeo Magno, dove le lesbiche erano molte e dove era più facile una socialità, rispetto invece a uno spazio a maggioranza maschile.
Amava scrivere: fu lei a pubblicare “la prima poesia lesbica del neofemminismo italiano”, seguita dal libro I movimenti omosessuali di liberazione. Documenti, testimonianze e foto della rivoluzione omosessuale (Samonà e Savelli, 1972), che ancora oggi è considerato una bibbia dei diritti civili; collaborò anche a varie riviste di settore e utilizzò la fotografia – suo grande amore – come mezzo per comunicare il suo pensiero. Fu un’attivista impegnata e agguerrita: si deve a lei l’allarme lanciato ai compagni del Fuori riguardo al convegno di sessuologia in programma nell’aprile 1972 a Sanremo e che aveva come oggetto la “cura dell’omosessualità”: congresso che riuscirono a far chiudere anticipatamente organizzando una manifestazione di lesbiche e gay, con militanti arrivati anche dall’Inghilterra, dal Belgio e dalla Francia.
Ma in quel 8 marzo 1972 Mariasilva venne immortalata nel 1972 da “Panorama” mentre indossava il cartello con cui dichiarava la sua omosessualità: e per colpa dell’eccessiva esposizione mediatica perse tutto: compagna, lavoro e rapporti con la famiglia. La sua foto finita sulla copertina del periodico ne determinò infatti il licenziamento dalla scuola statale dove insegnava: l’aver collaborato con l’università e l’essere autrice di diversi manuali scolastici pubblicati da prestigiose case editrici non furono sufficienti a impedire un licenziamento per “indegnità”, che divenne, per molte lesbiche di quella generazione, paradigmatico della discriminazione del lesbismo, assumendo i tratti di un destino segnato per chi non si voleva nascondere.
Ma non fu solo la scuola ad allontanarla: la famiglia la ripudiò e la lasciò pure la donna che amava e per cui aveva messo in gioco tutto. Da quel momento qualcosa si spezzò dentro di lei e la sua vita iniziò a sgretolarsi. Senza soldi e senza casa, iniziò lentamente a scivolare ai bordi della società, dormendo in un primo tempo a casa di amici, poi sui treni, nelle stazioni, nei parchi.
Le compagne del Pompeo Magno, che continuarono a essere per lei un punto di riferimento finché restò a Roma, anche quando cominciò a vivere per strada, la ricordano girare “con due borsone come tutte le donne che stanno per strada e hanno sempre delle borse dove tengono di tutto” e raccattare libri e giornali da terra, perché a tutto rinunciò, ma non a leggere. Poi le sue tracce si persero e non si sa come e perché arrivò a Bolzano. Le testimonianze raccolte in quella città la descrivono come una persona che “si chiude negli angoli a leggere e scrivere”: sempre intabarrata nella sua giacca a vento rossa e blu, con il cappello di lana calato sulla testa, estate e inverno, vagava in cerca di libri e riviste da leggere e si rifugiava nella Biblioteca civica quando faceva troppo freddo. Non si lavava, non accettava cure, non chiedeva soldi – al massimo una sigaretta- non voleva aiuti e sopportava silenziosamente i maltrattamenti di chi per strada si divertiva a tormentarla.
Poi, negli anni Novanta, si ammalò: una cancrena alla gamba. Venne ricoverata e per la prima volta – forse perché ormai stanca della vita di strada – permise ai servizi sociali di prendersi cura di lei. Accettò di essere ospitata nella casa di riposo “Villa Armonia”, ma mettendo ben in chiaro, combattiva come sempre, che non intendeva rinunciare alla sua libertà: e infatti ogni giorno usciva dalla struttura per ritornarvi solo a dormire, in una camera affollata da libri e giornali raccolti qua e là. Ci vollero tre anni prima che Mariasilvia ricominciasse a fidarsi di chi diceva di volerla aiutare: e poco per volta iniziò a prendere parte alle attività della struttura e a scegliere – lei, coltissima- i film da proiettare; ed era sempre lei a fare le foto a tutti, riportando alla luce la sua passione più grande. Pur continuando a non parlare molto, iniziò anche a raccontare ogni tanto qualcosa di sé e della sua prima vita. “Come fotografo – ricorda Lorenzo Zambello cui si devono le foto recenti della donna – è stato un grande onore poterla fotografare, infatti non amava essere ripresa. Questa primavera, mentre facevo ritratti degli ospiti di villa Armonia, è stata lei a venire da me”.
Nella struttura che la ha ospitata nei suoi ultimi anni è morta, il 31 ottobre 2018, circondata dall’affetto degli operatori: la notizia non sarebbe forse neppure divenuta pubblica se il fotografo Lorenzo Zambello e il quotidiano Alto Adige non le avessero dedicato la giusta attenzione. E così la sua morte le ha in qualche modo restituito un riconoscimento pubblico, come pioniera del movimento per i diritti delle persone omosessuali; dall’anonimato in cui aveva vissuto la seconda parte della sua vita è tornata a far parlare di sé: numerosi articoli di giornale hanno ricordato la sua storia, il suo gesto coraggioso che ha pagato così duramente.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Mariasilvia Spolato (a cura di ) I movimenti omosessuali di liberazione. Documenti, testimonianze e foto della rivoluzione omosessuale, 1972

Luca Fregona,  Addio a Mariasilvia Spolato, la prima a dire “io amo una donna”, in “Alto Adige”, 7 novembre 2018

Elena Biagini, Luminose radicalità politiche, in “il Manifesto”, 11 novembre 2018

https://it.wikipedia.org/wiki/Mariasilvia_Spolato

Graziella Gaballo

Già insegnante di materie letterarie, si occupa da tempo di storia delle donne: le sue ultime ricerche hanno riguardato il movimento femminista degli anni Settanta a Genova; la storia dell’Unione Femminile; l’impegno delle mazziniane per l’emancipazione delle donne. È redattrice di “Quaderno di storia contemporanea” e socia della Società italiana delle Storiche (Sis) e della Società Italiana per lo studio della Storia Contemporanea (Sissco). Ultimamente sta imparando a fare la nonna, e le piace molto.

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