Adelaide Antici Leopardi

Recanati 1778 - 1857
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Adelaide Antici, madre del poeta Giacomo Leopardi, era figlia del marchese Filippo Antici e della nobildonna Teresa Montani da Pesaro. Nel giugno del 1797 conobbe il conte Monaldo che sposò alla fine di settembre nella cappella di palazzo Antici.
Adelaide diede alla luce dieci figli, ma soltanto cinque raggiunsero la maggiore età: il primogenito Giacomo, seguito da Carlo, Paolina, Luigi Morione e Pierfrancesco. Gli altri morirono immediatamente dopo la nascita o in brevissimo tempo, eccezion fatta per Francesco Saverio che comunque sopravvisse solo quattordici mesi (1807-1808).
Il poeta di Recanati venne alla luce il 29 giugno 1798 in modo travagliato al punto da mettere in serio pericolo la vita della madre. Adelaide, tra i dolori del parto, esplicitò sia ai familiari sia al medico di essere disposta a morire per salvare la vita del nascituro ma, fortunatamente, sopravvissero entrambi.
Non di rado, la lettura sintetica della vita di Giacomo Leopardi induce ad inquadrare la madre Adelaide come una donna religiosissima, assai severa, calcolatrice e incapace di esprimere adeguato affetto verso i figli.
Alcuni scritti di Giacomo vanno senza dubbio in questa direzione. In una celebre pagina dello Zibaldone così scrive: “Io ho intimamente conosciuto una madre di famiglia che non era punto superstiziosa, ma saldissima ed esattissima nella credenza cristiana e negli esercizi della religione. Questa non solamente non compiangeva quei genitori che perdevano i loro figli bambini, ma gli invidiava intimamente e sinceramente perché questi erano volati al paradiso senza pericoli e avevano liberato i genitori dall’incomodo di mantenerli. Trovandosi più volte in pericolo di perdere i suoi figli nella stessa età, non pregava Dio perché li facesse morire, perché la religione non lo permette, ma gioiva cordialmente; e vedendo piangere ed affliggersi il marito, si rannicchiava in se stessa e provava un vero sensibile dispetto. Era esattissima nei doveri che rendeva a quei poveri ammalati, ma nel fondo dell’anima desiderava che fossero inutili. Vedendo nei malati qualche segno di morte vicina, sentiva una gioia profonda. Considerava la bellezza come una vera disgrazia, e vedendo i suoi figli brutti e deformi ne ringraziava Iddio, non per eroismo ma di tutta voglia. Questa donna aveva sortito dalla natura un carattere sensibilissimo ed era stata così ridotta dalla sola religione.”
Adelaide viene descritta con le chiavi alla cintola, in testa un berretto da marinaio e ai piedi degli scarponi da contadino … Una donna in continuo movimento, attenta a vigilare e a impartire ordini che trovava un po’ di pace solo alla sera, quando in camera “confusamente mescolava preghiere e conti della giornata”.
Nel 1803, dopo pochi mesi di vita, moriva il figlio Luigi. In modo dissimile da quanto si potrebbe supporre dal ritratto riportato nello Zibaldone, il dolore provato da quella madre fu immenso. Anche dopo la sepoltura del piccolo Luigi, per alcune notti, restò in piedi a vegliare il sonno dei cari superstiti.
Per ben comprendere questa controversa figura forse è utile considerare, oltre al tempo in cui visse, l’educazione ricevuta, le condizioni della sua famiglia d’origine e quella in cui entrò sposa, a soli diciannove anni.
Affrontò molto presto una serie di doveri nuovi e gravosi e le difficoltà opposte al lieto viaggio di nozze si manifestarono rapidamente. Adelaide aveva creduto di entrare a far parte di una casata fiorente e solida, mentre solo la sua energica fermezza le permise di porre progressivamente rimedio al dissesto delle finanze esauste. Fu in grado di far fronte, un po’ per volta, ai creditori e agli usurai che avevano applicato tassi di interesse fino al ventiquattro percento.
Operò sempre con estrema correttezza, onorando anche i pagamenti dovuti solo sulla parola. Ben documentato è il fatto che, una volta tolta di mano l’amministrazione a Monaldo, riuscì a ricostituire il patrimonio disperso.
Nel 1819 Adelaide pagò le spese di pubblicazione, pari a 13,75 scudi, delle due canzoni di Giacomo All’Italia e Sopra il monumento di Dante e per farlo vendette alcuni dei suoi gioielli.
Rare sono le lettere che Adelaide e Giacomo si scambiarono dopo che il poeta lasciò Recanati, dal momento che ella gli proibì di scriverle. Queste parole possono essere lette in una lettera del 22 gennaio 1823: “Cara Mamma. Io mi ricordo ch’Ella quasi mi proibì di scriverle, ma intanto non vorrei che pian piano Ella si scordasse di me. Per questo timore rompo la sua proibizione e le scrivo, ma brevemente”. La risposta è datata 26 gennaio: “Carissimo ed amatissimo Figlio. Ad onta del divieto mi avete scritto due volte con tanta cordialità; ve ne sono tenuta […] Addio, Figlio d’oro, continuatemi il vostro affetto sincero”.
Giacomo scrisse ancora il 17 novembre 1832, per chiederle di corrispondergli un assegno mensile di “12 francesconi” (monete d’argento dal peso di oltre 27 grammi), con queste parole: “Io non le scrivo mai, ed ora lo fo per disturbarla con una preghiera. Ciò è molto dispiacevole per me, ma Ella sa le cagioni del mio silenzio ordinario”. L’assegno fu garantito e Giacomo ringraziò la madre nella lettera dell’ 11 dicembre 1832 che fu l’ultima corrispondenza tra loro.
Anche Paolina Leopardi nei suoi scritti manifestò evidente insofferenza per la disciplina vigente in casa: scrisse apertamente di sentirsi oppressa da una madre che “gira per tutta la casa, si trova per tutto e a tutte le ore”. In modo analogo, il fratello Carlo evidenzia la mancanza di manifestazioni d’affetto così scrivendo: “lo sguardo di nostra madre ci accompagnava sempre, era l’unica sua carezza”.
Vi sono forme d’affetto sincero benché non appariscente, o persino mascherato. Per stimolare le qualità intellettuali e morali dei figli, talvolta il prezzo che si ritiene di dover pagare può essere elevato.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Egidio Boschi, Giacomo Leopardi, Alba, Edizioni Paoline, 1948

Franco Brioschi, Patrizia Landi, Epistolario, Volume 2, Bollati Boringhieri, 1998

Giacomo Leopardi, Zibaldone, Roma, Newton & Compton, 1997

Massimo Kofler

È uno dei soci ordinari della Società Italiana di Statistica, dell’Unione Matematica Italiana e di altre storiche associazioni scientifiche nazionali e internazionali. La carriera lavorativa e le pubblicazioni si sono prevalentemente sviluppate nell'ambito delle telecomunicazioni. In gioventù ha praticato il paracadutismo e il rugby mentre oggi, prudentemente, preferisce gli scacchi.

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