Adele Cambria

Reggio Calabria 1931 - Roma 2015
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“Vado a vedere”. È sempre stata questa la mia linea di comportamento, in oltre cinquant’anni di giornalismo. D’accordo ora ci sono i computer, c’è Internet, ci sono i cellulari che funzionano da macchine fotografiche e da videocamere, allora non c’era null’altro se non lo spostamento avventuroso e persino pedestre del cronista.
[…] sono arrivata alla conclusione, tutt’altro che scientifica, che quella umana sia l’unica specie animale in cui maschio e femmina appartengono a due razze differenti. Ma non del tutto incompatibili.
Adele Cambria, Nove dimissioni e mezzo

“Quando una persona si avvia sulla strada del potere, io mi cancello”: penna ribelle del giornalismo e del femminismo italiano, Adele Cambria è, con Oriana Fallaci e Camilla Cederna, tra le prime donne a scrivere per grandi testate. “Colonnine di costume”, a volte sotto lo pseudonimo maschile di Leone Paganini, quando la venticinquenne Cambria, giunta a Roma dalla città di Reggio Calabria con una laurea in Giurisprudenza, entra ne «Il Mondo» di Pannunzio. In oltre mezzo secolo di carriera, sarà cronista sempre meno “mondana”, “aborrito” marchio degli esordi, e sempre più impegnata, dalle pagine di «Paese sera», «Il Giorno», «La Stampa», «Il Messaggero», «L’Espresso», «L’Europeo», «L’Unità», nel racconto in prima linea della storia nazionale. Tra una collaborazione e l’altra, per colmare il vuoto di dimissioni reiteratamente date o subìte, si dedica alla scrittura di romanzi (Dopo Didone, Nudo di donna con rovine, Storia d’amore e schiavitù, In viaggio con la zia), saggi, testi teatrali e, nel 2010, all’autobiografia professionale Nove dimissioni e mezzo. Ma non manca qualche sortita nel grande cinema, dove è per tre volte volto (volitivo) e corpo (minuto) davanti alla macchina da presa di Pasolini: la moglie accondiscendente di un ladro in Accattone, se stessa in Comizi d’amore, e una serva in Teorema. Mentre Federico Fellini le chiede di scrivere “due paginette sulla musica della vagina” per La città delle donne: dopo la presentazione a Cannes, la stessa giornalista boccerà il film, su «Il Giorno», come insulto a quelle femministe tra cui, sullo schermo, le sembrerà di sentirsi rappresentata, nella sua tipica mise in stivaloni bianchi inguinali di quegli anni.
Molte le donne raccontate da Cambria attraverso interviste, narrativa, teatro e televisione 1: Brigitte Bardot e Liz Taylor, Soraya e Grace Kelly; Dacia Maraini, con cui fonda a Roma, negli anni ’70, insieme ad altre femministe, il teatro “La Maddalena” e la scrittrice Anna Maria Ortese per cui chiede e ottiene, nel 1986, insieme a Beppe Costa e Dario Bellezza, l’assegnazione del vitalizio della Legge Bacchelli che viene applicata per la prima volta. Ma nella sua galleria di personaggi femminili ci sono anche, senza contraddizione, Maria José, l’ultima regina d’Italia a cui dedica, nel 1966, una biografia, e la barbona di Stazione Termini per cui scrive la piece La regina dei cartoni. O le sorelle Schucht di cui Giulia era stata la moglie di Gramsci e delle quali pubblica in anteprima nel 1976, in Amore come rivoluzione, lettere e diari. Un materiale inedito che passerà all’epoca quasi inosservato per essere riscoperto e pubblicato, anni dopo, da altri, senza mai citare Cambria.
“Se dovessi dare un consiglio cinico – ma io non sono cinica – alle nuove generazioni che desiderano scrivere” – dirà Adele Cambria, 24 anni dopo, nella sua autobiografia –  “parlo di quelli e di quelle per cui la scrittura è una passione, direi loro: attenzione, cercate di non arrivare troppo presto su notizie e fatti che la comunità in cui vivete non sa… […] Cinque minuti prima degli altri, va bene… Mai invece dieci anni prima; vi attaccheranno, e poi, dopo un intervallo appena decente, si incammineranno sulla strada che avete indicato […] Ma non vi citeranno mai”2.
Sono donne anche le sue mentori di inizio carriera: Ersilia Gabba e Camilla Cederna, madre e figlia, che settimanalmente la accolgono in casa, per il tè della domenica, nella “Milano del Cappuccio”, zona di residenza del ceto aristocratico-industriale. Vi arriva, in pieno miracolo economico, su chiamata di Gaetano Baldacci, direttore de «Il Giorno», per cui già lavorava nella redazione romana della stessa testata e per solidarietà col quale, licenziato per pressioni politiche, avrebbe rassegnato, qualche anno dopo, le sue prime dimissioni. Ma intanto, nel 1956, la favola milanese non si era ancora conclusa per la giovane brunetta dagli occhi chiari e la passione per un ambito, quello della carta stampata, ad alto tasso di testosterone: “C’è un’esplosione di testosterone in tutte le redazioni che sono costretta a frequentare: mi sembra di vederlo schizzare e spiaccicarsi sui muri, lo sperma dell’altra metà (minoritaria per numeri) del genere umano” 3. E tuttavia sarà un uomo della stessa famiglia Cederna, Antonio, fratello di Camilla e autore de I vandali in casa, ad iniziarla a quell'”embrione di coscienza urbanistica” che non l’avrebbe più abbandonata.
Le pagine dedicate a Camilla, nell’autobiografia, sono una piccola magistrale lezione di giornalismo:

Anche Camilla, come suo fratello, sosteneva che il buon giornalismo presuppone la capacità di indignarsi. […] Rileggo queste pagine (sul caso Pinelli ndr.) e penso quanto era brava Camilla. A scrivere, certamente, ma anche a esserci, come persona intera, quando è importante, è essenziale, guardare anche per gli altri che non ci sono, testimoniare per loro. (Che poi dovrebbe essere questo l’obiettivo del cronista…). 4

Una passione di cronaca – definita di volta in volta “odore del fatto”, “adrenalina della notizia”, ma anche “mestiere che ti ruba la vita” –  che la mette nei guai ripetutamente: come quando il suo registratore viene scoperto sotto una pila di giornali e gettato a terra da una collega inferocita durante una riunione (quei rissosi collettivi di cui fu pioniera e nel cui solco sarà direttrice, negli anni settanta, di «Effe», primo magazine femminista). O sulle barricate di Reggio Calabria, durante la rivolta per il capoluogo, quando insieme alla fotografa, Agnese De Donato, rischia il linciaggio per andare a vedere di persona quello che i colleghi maschi descrivevano, da mesi, dal chiuso di un hotel. Da questa esperienza nasce l’amicizia con Adriano Sofri. Il leader di «Lotta Continua» rappresentava allora – agli occhi della giornalista di origini reggine – l’unica sinistra (con poche eccezioni) che guardava ai fatti di Reggio ’70 come ad una rivolta popolare e non come a una “balorda” questione di “pennacchio” quale fu trattata da Pci, Psi e Cgil. Da qui anche l’adesione a «Lotta Continua» come direttrice responsabile, ruolo per cui per legge serviva un giornalista professionista e solo Cambria in redazione lo era. Il rapporto con «Lotta Continua» finirà, all’indomani dell’omicidio Calabresi, con Cambria sul banco degli imputati per un pezzo in cui Sofri (ma dell’articolo, non firmato secondo la consuetudine dell’epoca, venne chiamata a rispondere la direttrice responsabile) definiva tale delitto “un atto in cui gli sfruttati riconoscono la loro volontà di giustizia”. Come già nel caso Sallustro, Adele Cambria disapprovò tale giudizio: “Che cosa c’entrano gli sfruttati con questi omicidi?” scrisse al giornale rassegnando le sue seste dimissioni, mentre il processo per apologia di reato finì con un’assoluzione per mancanza di prove.
Ma resta il femminismo la via maestra della sua partecipazione politica e, contemporaneamente, la ragione più forte (insieme alle divergenze sul caso Moro – lei è per trattare per salvare la vita del leader democristiano – e sulla stessa rivolta di Reggio) della sua critica, da sinistra (ma senza tessera di partito), al Partito dei Lavoratori: ne aveva denunciato da subito le ambiguità e reticenze in tema di divorzio – con conseguente espulsione dalla redazione di «Compagna» – o di legge sull’aborto su cui condivideva le posizioni dei radicali (“come si fa a fare una legge che consente l’aborto, se nell’articolo 1 c’è scritto ‘lo Stato tutela la maternità?'”) 5.
Sempre da femminista, cerca di sottrarsi al ruolo di Nannina che Pier Paolo Pasolini le offre in Accattone. “Ma tu sei pazzo! Mi fai interpretare una disgraziata 6 – si ribella la giornalista per telefono – Io sono una donna emancipata, non una succube che aspetta fedele un marito che va e viene dal carcere e ogni volta che torna libero le pianta un figlio nella pancia!”. “E invece sì, tu sei anche questa donna” dice piano il grande regista. “Fui Nannina”.
Non si vedeva bene neanche in Comizi d’amore Adele Cambria, intervistata da Pasolini, accanto a Oriana Fallaci e Camilla Cederna, a parlare di libertà sessuale con una certa aria da “maestrina”.”Tra le tre però – scherzava – solo io ho avuto il coraggio di fare due figli”: Emilio e Luciano, avuti dal giornalista Bernardo Valli che ha sposato nel 1957 e che, anche da separato, non le fa mancare la sua presenza durante il processo per «Lotta Continua». Ad occuparsi dei bambini, in quel momento, è in Calabria la madre di Adele, mai troppo rassegnata alla professione della figlia: “Sei andata via per descrivere la guêpière di Soraya!” era stata la sua benedizione di inizio carriera.
Un senso di abbandono che ritorna, senza più ironia, nell’ultimo diario di viaggio, Istanbul, e diventa ennesima lezione di giornalismo:

Il Bosforo, il Mar di Marmara, e al tramonto il Corno d’Oro, quando il sole arancione si immergeva, indorandole, nelle acque dell’Halic – mi evocava, come un rimorso, lo Stretto, a cui avevo rinunciato a vent’anni… E poi un’intuizione. […] Credo che sia importante ricominciare a vedere le cose con i propri occhi “corporali” senza più delegare il senso-principe, quello della vista, alla macchina fotografica. Cerchiamo di re-imparare a usare gli occhi, ricollocando la fotografia nella sua giusta dimensione documentaria. Altrimenti sarà come non esserci mai stati. A Istanbul. 7

Come in qualunque altro luogo accada qualcosa, degna di essere raccontata.

  1. Come autrice televisiva, Adele Cambria ha realizzato per RaiSat Album, dal 2000 al 2003, le 39 trasmissioni di E la tv non creò la donna e in seguito ha dedicato, sullo stesso canale, la seconda puntata del suo Trittico meridionale alla siciliana Maria Occhipinti (La rivolta dei non-si-parte).  ^
  2. Adele Cambria, Nove dimissioni e mezzo – Le guerre quotidiane di una giornalista ribelle, Interventi Donzelli, Roma 2010, p. 213  ^
  3. Ivi, p. 271  ^
  4. Ivi, p. 5  ^
  5. E. Viti, Addio Adele Cambria, una femminista e scrittrice nel cinema di Pasolini, in «Sentieri Selvaggi» 6 novembre 2015  ^
  6. Ivi  ^
  7. Adele Cambria, Istanbul – Il doppio viaggio, Donzelli editore, Roma 2012, pp. 14-15  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Adele Cambria, Maria Josè, Longanesi 1966

Adele Cambria, Dopo Didone, Cooperativa Prove 10 1974

Adele Cambria, Amore come rivoluzione - La risposta alle lettere dal carcere di Antonio Gramsci, Sugarco 1966

Adele Cambria, In principio era Marx, Sugarco 1978

Adele Cambria, Il Lenin delle donne, Mastrogiacomo 1981

Adele Cambria, L'Italia segreta delle donne, Newton Compton Editori, 1984

Adele Cambria, Nudo di donna con rovine, Pellicanolibri, 1984

Adele Cambria, L'amore è cieco, Stampa Alternativa, 1995

Adele Cambria, Tu volevi un figlio carabiniere, scritto con Luciano Valli, Stampa Alternativa 1997

Adele Cambria, Isabella. La triste storia di Isabella di Morra, Osanna Venosa 1997

Adele Cambria, Storia d'amore e schiavitù, Marsilio 2000

Adele Cambria, Nove dimissioni e mezzo, Donzelli editore 2010

Adele Cambria, Istanbul. Il doppio viaggio, Donzelli Editore 2012

Adele Cambria, In viaggio con la Zia. Con due bambine alla scoperta del mito in Magna Grecia, Città del Sole Edizioni, dicembre 2012

Viti, Una narratrice in prima linea, in «Il Quotidiano della Calabria», 13 giugno 2010, pp. 18-19

Il blog di Adele Cambria:  http://adele-cambria.blogspot.com/

Elisabetta Viti

Giornalista, si occupa di critica cinematografica su «Sentieri Selvaggi» ed è coautrice, nello stesso ambito, de I segreti di Wayward Pines. Ha scritto per «Il Quotidiano della Calabria», «Cinema Sessanta», «Archeologia Viva» ed altre testate. Ha pubblicato la silloge poetica Dintorni Lontani (Rhegium Julii, 2009). Collabora al blog di critica sociale «Il Furibondo».

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