Amelia Rosselli

1930 Parigi - 1996 Roma
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Melina aveva un presagio, era l’innocenza. In genere si scrive che il funambolico dolore al fondo dei suoi versi sia generato da un finimondo vorticoso, sia esso il lamento del cosmo o Saturno in trono, la natura crudele o il caffè-bambù della notte che arriva a scompigliare bianchi lenzuoli. No, invece si trattava solo di innocenza, l’infuriare di una piena che, il mondo in cui Melina nacque, non poteva più riconoscere, accogliere e cullare alla luce di una camera chiara. Ecco perché la musica divenne la più forte sostanza del suo delirio. Amelia Rosselli nacque a Parigi il 28 marzo 1930, nel segno bulino dell’Ariete che non ammette ingiustizie, sottovento in quello stato d’assedio ch’era il fascismo, incubo del padre Carlo Rosselli, capriccio à la page di sua maestà madre Marion Cave.

“Melina” – vezzeggiavano la bimba in casa –, nostalgica creatura che a sette anni aveva già molto pensiero, i genitori distanti perduti in chissà quale pazza lotta della Storia, ah! la grande storia che schiacciava già nel buio il fragile destino della fanciulla. Fioriva ella mentre la famiglia scappava da una paese all’altro: Inghilterra, Italia, Paris toujour Paris e fu qui che, nel 1937, avvenne lo sparo: i sicari della Cagoule1 uccisero papà Carlo, le viscere si persero in un tafferuglio. Da allora più nulla si risolse in ipotesi di speranza, almeno a venire quell’avverarsi di una idea che contemplasse la pace dell’essere. Un istante, un solo istante. Al contrario, seguirono viaggi su viaggi, emigrarono i Rosselli negli Stati Uniti, nuovi tasselli, immagini verginali, tre lingue in cui tradurre e riordinare il reale, ma il baratro restava l’innocenza, muro sul quale ti spacchi la testa se non hai qualcuno che ti ascolti. A Londra Melina conobbe l’amore: musica, ragazzi! Il pentagramma divenne la sua ossessione, fitto monologo d’amante che cerca fiori da strappare, esile diciottenne dai mistici occhi che preoccupa tutti, meno il suo creatore che la voleva proprio così.

Quando Marion nel 1949 morì, la diciannovenne fu afflitta dal senso di colpa, ma in realtà il disastro era diretto da un mostro più sottile: il tempo. L’esilio dall’Eden si faceva più duro, fu per questo che decise Amelia di tornare in Italia, sempre a tratti, sempre volitiva, straziata, ma doveva risalire la corrente che portò Carlo lontano dal proprio nome, e lo fece attraverso il guado della lingua, scegliendo Roma come quartier generale. Una lingua italiana che Amelia Rosselli riformulò con un colpo di penna, secoli e secoli di tradizione racchiusi nella parola oracolare di una ragazza che iniziò tardi a scrivere poesia, in quel momento della vita in cui le scelte si fanno capitali. E così fu. Provò Melina a impegnarsi in politica con il PCI, provò a entrare nella storia, ma si rese conto ben presto del dolore che procurava, ancora una volta, sacrificare l’innocenza per un po’ di bene, giovinezza che muore tra gli aghi della burocrazia. Vi fu gioia, un poco di gioia arrivò con il ragazzo di Matera, vestito di perla, filo d’erba che trema, Rocco Scotellaro, unica stella nel firmamento buio di Melina, Rocco che muore nel 1954 stroncato da un infarto, turbine al centro del petto che esacerba il male: schizofrenia paranoide. Cantilena (poesie per Rocco Scotellaro) è il sedimento che Rosselli ci lascia di un trauma irrecuperato.

Con la veggenza di Pier Paolo Pasolini arriva la sorpresa, Melina è scoperta, conosciuta, contesa, arresa alla pantomima del sistema editoriale italiano, ma il valore della sua poesia non può essere relegato a chiacchiericcio italiano, la sua attività di scrittrice e musicista sbaraglia i canoni: cugina di Moravia, frequenta i circoli romani, lavora con Carmelo Bene, Luciano Berio, si infatua come una bimba (e male) di Carlo Levi, Mario Tobino, Renato Guttuso, traduce Sylvia Plath e John Donne, costruisce complicati strumenti musicali, cerca di graffiare il mondo, ma l’innocenza le impedisce ancora e ancora di toccarlo. Il mondo là fuori fischia e non c’è altro modo di adorarlo (perdendolo) che scrivendo.

Accecante fu la luce dei suoi libri: in successione furono pubblicati Variazioni Belliche (1964), Serie Ospedaliera (1969), Documento (1976), Impromptu (1981), La libellula (1985), Sonno-Sleep (1953-1966) (ma apparso nel 1989), volumi dalla travagliata vicenda editoriale, travagliata quasi quanto colei che sbucciandosi le dita sulla macchina da scrivere li aveva creati.

Fece parte anche del Gruppo 1963, Amelia, tunica di fuoco che non poteva accontentarsi di quattro borghesi in sonno rivoluzionario, ella doveva trovare la via, doveva far incontrare una volta per tutte sulla pagina musica, parola e struttura dell’universo. In tal senso il suo saggetto Spazi metrici fu un capolavoro (incompreso). Dopo il primo, il secondo, il terzo elettro-shock, i ricoveri innumeri, l’ombra di dio, Jesù bello impigliato tra rubini di un cortocircuito ormai troppo esteso per essere risanato, Melina si ammala di Parkinson e si arrabbia spesso, scappa, crede che la CIA la spii ancora per il coraggio che ebbe suo padre Carlo, romanticherie di gioventù. Ma il problema non fu la malattia, la pazzia, il mostro nascosto a ogni angolo, la mancanza cronica di denaro, i sacrifici, no. La tragedia era l’innocenza e, quando il suo presagio fu consumato dall’astuzia del mondo, Amelia smise di scrivere: dopo il fluviale poemetto Impromptu, del 1981, Amelia non riesce più a scrivere.

Chi l’ha inventata questa bugia? Il suo creatore, lo abbiamo detto: egli voleva che le cose andassero proprio in questo modo. Il suo genius voleva che questa donna restasse per sempre Melina. Come si può chiedere ai poeti di entrare nella maturità? Come si può chiedere loro di affrontare le ore? Non si può e non bisogna nemmeno salvarli. I poeti smettono di vivere quando smettono di scrivere. “Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo: quando sai come è fatto forse non hai più bisogno di scrivere”, affermò Melina in una intervista. Morì l’11 febbraio del 1996. A sessantasei anni non ne poteva più di quel presagio, forse era solo stanca dei doni. In via del Corallo, a Roma, una sedia davanti alla finestra. La verità per Amelia Rosselli era un tumore.

  1. Organizzazione sovversiva parafascista francese finanziata anche dal governo italiano.  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Amelia Rosselli, L'Opera poetica, ne i Meridiani, Mondadori (2013), a cura di Stefano Giovannuzzi ed Emmanuela Tandello

Federica D'Amato

Federica Maria d’Amato (1984) si occupa di letteratura e lavora nel campo dell’arte e del giornalismo. Dopo aver studiato e viaggiato in tutto il mondo, è tornata nel suo Abruzzo. Ha pubblicato le raccolte di poesia La dolorosa (Opera, 2008), Poesie a Comitò (Noubs, 2011), Avere trent’anni (Ianieri 2013, finalista Premio Frascati 2014); l’edizione italiana di Il libro dell’amico e dell’amato di Ramon Llull (Qiqajon, 2016; ospite, con Franco Cardini all’edizione 2016 del Festival Letterature di Mantova) e l’edizione italiana di Dove diavolo sei stato? di Tom Carver (Ianieri, 2012); il libro-dialogo con Davide Rondoni, I termini dell’amore (CartaCanta, 2016) e il saggio epistolare Lettere al Padre (Ianieri, 2016). Suoi racconti sono presenti in diverse antologie in Italia e all'Estero; collabora con riviste specializzate di letteratura e critica letteraria e con le pagine culturali dei principali quotidiani. Il libro di pensieri e aforismi Un anno e a capo (Galaad Edizioni) e la raccolta di poesie A imitazione dell’acqua (Nottetempo Edizioni) sono i suoi ultimi libri.

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