Antonia Pozzi

Milano 1912 - 1938
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Antonia Pozzi nasce a Milano da Roberto, avvocato, e da Lina Cavagna Sangiuliani, di nobile famiglia lombarda e pronipote di Tommaso Grossi. Risiede a Milano, nei pressi di corso Magenta; sarà però Pasturo, in Valsassina (Lecco), dove la famiglia acquista nel 1917 una casa settecentesca, a rappresentare il luogo cardine, per usare le parole di Luciano Anceschi in Linea Lombarda, della sua «geografia lirica».
Compie studi classici presso il Liceo Manzoni, ha una cospicua preparazione musicale, segue lezioni private di disegno e scultura; a partire dalla fine degli anni Venti si dedica alla fotografia e a molti sport: scia, nuota, cavalca, pratica tennis e alpinismo; la circonda una colta cerchia di amici fra i quali Paolo e Piero Treves.
Datano alla fine degli anni Venti l’incontro e il legame con Antonio M. Cervi, docente di latino e greco della Pozzi tra il 1927 e il 1928, e la lettura dell’opera poetica di Annunzio Cervi, fratello di Antonio e poeta, morto in guerra nel 1918. Il rapporto con Antonio Cervi si consolida, ma incontra l’opposizione della famiglia Pozzi, che lo contrasta con decisione, fino alla rottura definitiva, avvenuta nel 1933.
Al 1929 risalgono le prime prove poetiche tràdite. Sono anche gli anni in cui stringe significative amicizie, come Elvira Gandini e Lucia Bozzi, le sue migliori amiche. Nel 1930 si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’ateneo milanese. L’università sembra assorbire le sue energie più significative e incanalarle entro un alveo di rinnovate, benché problematiche, sicurezze: esperienze decisive sono per lei la frequentazione dei corsi di Antonio Banfi e la vicinanza dei suoi allievi più importanti (Enzo Paci, Remo Cantoni, Alberto Mondadori, Alba Binda; altri compagni e conoscenti sono Luciano Anceschi, Mario Monicelli, Giulio De Padova, Maria Corti, Daria Menicanti); in questi anni le sono inoltre molto vicini Vittorio Sereni, «quell’essere di sesso diverso, così vicino che pare abbia nelle vene lo stesso tuo sangue, che puoi guardare negli occhi senza turbamento, che non ti è né di sopra né di fronte, ma a lato, e cammina con te per la stessa pianura»[1], e, a partire dal 1935, Dino Formaggio, anch’essi legati a Banfi.
Nel 1933, in vacanza a San Martino di Castrozza, conosce il poeta trentino Tullio Gadenz. A Gadenz scrive lettere in cui definisce il valore vitale e il significato che la poesia assume per lei. In questi anni esplodono le sue vocazioni: poesia, fotografia, montagna. Benché abbia una congenita debolezza alle articolazioni, frequenta guide come Oliviero Gasperi, Emilio Comici (che l’affascina per la sua audacia), con i quali compie difficili escursioni; è lettrice di Guido Rey, che conosce personalmente.
Nel novembre 1935 si laurea discutendo una tesi sulla formazione letteraria di Flaubert. Tra il 1934 e il 1935 si innamora di Remo Cantoni che, convalescente dopo un attacco di tubercolosi, viene ospitato a Pasturo. Si tratta però di un rapporto a senso unico, dacché non si concretizzerà mai in una duratura relazione affettiva. E viaggia: in Inghilterra, nel 1931; in Austria, nell’estate 1936; nel febbraio 1937 a Berlino, Dresda, Praga.
A partire dall’autunno 1937 insegna materie letterarie presso l’Istituto Schiaparelli di Milano, cosa che rappresenta per lei un tentativo di ri-costruzione di sé e di emancipazione dai genitori. Pratica anche, insieme a Lucia Bozzi e a Dino Formaggio, molto volontariato (altro momento formativo) presso la Casa degli Sfrattati di via dei Cinquecento. Durante l’estate del 1938, a Pasturo, oltre a tradurre parzialmente Lampioon di Manfred Hausmann, sperimenta la scrittura in prosa: dopo il tentativo abbozzato nel 1935, intende progettare un romanzo che, ispirato alla vicenda della sua famiglia, sia «[l]a storia della nostra pianura lombarda, e della vita lombarda dal [18]70 in poi», ponendovi al centro la nonna Maria Gramignola (chiamata affettuosamente «Nena»). Si tratta, negli intenti almeno, di una storia di luoghi più che di persone: la ricostruzione, trasfigurata, della discendenza matrilineare che da Tommaso Grossi porta a Elisa Grossi, a Maria Gramignola, a Lina Cavagna e finalmente a lei. Antonia è entusiasta: «[s]oltanto da un anno, posso dire, ho cominciato sul serio a vivere. E tu non puoi credere, in questi giorni freschi, dolcissimi, di recupero e di rinnovamento fisico, sotto le foglie delle mie amate piante, quanti pensieri lieti e fattivi mi passano così, tra l’ombra e il sole […]» [2]. All’amica Alba Binda parla anche di Dino Formaggio: «è così immensa la gioia di aver incontrato un’anima che mi capisce, mi valuta e mi vuol bene proprio unicamente per quella parte di me che io ritengo la migliore e la più vera […]. Credo che il carattere energico e ottimistico di Dino […] abbia influito non poco sul mio stato d’animo di ora!»[3]. Tuttavia l’estate, trascorsa tra Pasturo e Misurina, sta inesorabilmente scivolando verso l’autunno delle leggi razziali.
Nell’autunno, la promulgazione delle leggi razziali la fa precipitare in una cupa angoscia che dissolve e lacera tutti gli argini difficilmente costruiti. Gli amici o sono costretti a espatriare, come i fratelli Treves, o sono lontani: Elvira, ormai sposata, si è trasferita in Valtellina e aspetta una bambina; Lucia insegna a Brescia e presto sceglierà la vita claustrale; Sereni, costretto a frequentare un corso ufficiali, è, tra luglio e ottobre, a Fano; Paolo e Piero Treves, dopo la promulgazione delle leggi razziali, emigrano in Inghilterra. La sera del I dicembre assiste a un concerto della Società del Quartetto; ci sono anche Elvira e Lucia. Durante l’intervallo incontra Banfi, che le domanda del lavoro di rielaborazione del Flaubert in vista della sua pubblicazione; Antonia risponde: «Ci vorrà tempo ancora […]: molto è da rifare, e mi sto rifacendo anch’io»[4]. Incontra anche Dino Formaggio, cui rivolge presumibilmente la disperata richiesta di una relazione più profonda. Dino le fa capire quanto sia per lui importante il loro rapporto d’affetto, che tuttavia non sarebbe mai diventato d’amore.
La mattina del 2 dicembre 1938 va regolarmente a scuola; i ragazzi la scorgono però piangere sommessamente. Verso le 11 accusa un «malore»; saluta i suoi allievi sollecitandoli a «essere buoni» e si dirige a Chiaravalle, nella periferia milanese, mèta di comuni gite in bicicletta e di pomeriggi di studio. Si sdraia in un prato, e, assunta una dose massiccia di barbiturici, si lascia morire. Un contadino la scorge e dà l’allarme; viene portata al Policlinico ma, ormai agonizzante, è ricondotta a casa la sera del 3 dicembre. Muore quella stessa sera. Lascia tre messaggi: uno, brevissimo, per Sereni, scritto su un foglio dove aveva precedentemente trascritto una poesia dell’amico, Diana; un altro per Formaggio; un altro ancora per i genitori: «[c]iò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. […] Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite. […] Direte alla Nena che è stato un male improvviso, e che l’aspetto. Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace. La vostra Antonia». I funerali si svolgono il giorno 5 a Milano e il giorno 6 a Pasturo, dove è sepolta. Per i prati spazzati da un forte vento di tramontana si snoda un interminabile corteo di persone, conoscenti e amici, ad accompagnarla «all’altra riva, ai prati | del sole», come lei stessa aveva scritto, il 3 dicembre 1934, in Funerale senza tristezza.

1. Antonia Pozzi, lettera a Vittorio Sereni, Pasturo 20 giugno 1935, in Ead., L’età delle parole è finita. Lettere, a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, Archinto, Milano 2002, p. 193.
2. Ead., lettera ad Alba Binda, Pasturo 7 luglio 1938, ibidem, p. 252.
3. Ibidem, p. 254.
4. Cit. Antonio Banfi, premessa a Antonia Pozzi, Flaubert. La formazione letteraria, Garzanti, Milano 1940.

Matteo M. Vecchio

Nato a Milano nel 1982, è insegnante liceale. Svolge attualmente attività di ricerca presso i Dipartimenti di Italianistica delle Università di Firenze, Paris IV e Bonn. Nel 2011 è uscito Daria Menicanti, La vita è un dito. Antologia poetica 1959-1989, introduzione e cura di Matteo M. Vecchio, con uno scritto di Fabio Minazzi e una lettera di Marco Marchi, Borgomanero, Ladolfi.

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