Argia Simoni Ferreri

Parma 1821 - 1924
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Argia è l’unica donna che fra Otto e i primi del Novecento è responsabile di una comunità Valdese. Non è pastora, perché il pastorato femminile arriverà nel 1962, non è nemmeno evangelista, la persona ufficialmente incaricata della cura e della predicazione in una comunità, senza essere tuttavia ordinata pastore. Nel 1896 arriva ad Orbetello, centro della Maremma Toscana, a quel tempo ancora povera, dura, malarica, insieme ai figli e al marito Michele Ferreri. Lo aveva conosciuto a Torino, quando lei lavorava in un educandato femminile come maestra e lui era un prete cattolico in crisi di fede e di vocazione. Nel 1878 Michele lascia la chiesa cattolica e si trasferisce a Milano, sposa Argia e insieme passano anni difficili, di crisi spirituale, di ristrettezze economiche, di drammi familiari per la morte dei figli piccoli.
Michele si avvicina alle chiese evangeliche, prima alla metodista, infine alla valdese, che lo impiega come evangelista. A Orbetello hanno il compito di rivitalizzare e riorganizzare la piccola e quasi dispersa comunità valdese, ma Michele è malato e non può andare di casa in casa, tra la gente. Lo farà Argia e sarà il suo sguardo a raccontare il paese, la miseria, le epidemie, i drammi, le piccole storie, nelle periodiche lettere ai presidenti del Comitato di Evangelizzazione della chiesa valdese e ai sovrintendenti dei distretti, le suddivisioni territoriali della chiesa. La sua sarà una evangelizzazione al femminile, per le destinatarie del messaggio, per le modalità di comunicazione, per i limiti che la cultura del tempo impone alle donne. Il suo ruolo ufficiale all’inizio è quello della moglie del pastore, che nella chiesa Valdese condivide la missione del compagno, entra a tempo pieno a servizio della chiesa, segue l’educazione morale delle fanciulle, organizza la scuola domenicale, presiede l’Unione femminile, apre la casa a chiunque bussi, possibilmente suona l’armonium ai culti. Argia farà tutto questo, ma le condizioni di salute del marito pongono le sue azioni e le sue scelte su un piano più esplicito, di maggiore consapevolezza e responsabilità.
Lavora con i bambini, che dalla scuola domenicale, la tradizionale attività protestante con tanta Bibbia, letta e illustrata, portano a casa un giornale «L’amico dei fanciulli» che riesce a farsi guardare e leggere anche da quei miscredenti degli abitanti del paese e che, scrive al presidente, «è fatto per attirare alla scuola domenicale e ammaestrando i piccoli evangelizza anche i grandi».
Raccoglie intorno a sé le ragazze con la scuola di ricamo (è una eccellente ricamatrice) e offre loro occasione di imparare a leggere e scrivere, poiché sono per lo più analfabete, mandate nelle case a fare i “comandi” fin da piccole. Insegna loro a pregare. La preghiera è il suo modo di comunicare ed evangelizzare. E non è poco per queste ragazze, perché pregare ad alta voce in pubblico, con i propri pensieri e le proprie parole, richiede padronanza del rapporto con gli altri e controllo della paura dell’esporsi in pubblico. Protesa a dare valore alla fede nell’esperienza quotidiana, vede nella preghiera, individuale o di gruppo, un modo fondamentale per le donne di esprimere identità e libertà. È contenta di riferire al sovrintendente che una giovane «in chiesa dai preti non può più pregare, mentre quando fa la preghiera con Argia si sente tranquilla e sente che il Signore la sente». L’abitazione di Argia e Michele è frequentata con fiducia, da loro si va a veglia, si lavora, si gioca e si parla anche di religione. E perfino il terrazzino di casa può servire per predicare a una donna che sta alla finestra dirimpetto. La disponibilità e la competenza di Argia a occuparsi dei malati e dei loro familiari è apprezzata in un ambiente dove la malaria è endemica e le epidemie sono frequenti. Veglia per un mese una ragazza, membro della chiesa, durante una epidemia di tifo nel 1902: «si pregava» – scrive – «fra me e l’inferma».
Michele muore nel 1905, il comitato di Evangelizzazione consente ad Argia di rimanere ad Orbetello, sarà responsabile dei culti, ma non amministrerà la santa cena e non terrà sermoni. A ciò penseranno i pastori inviati ogni tanto da Roma o da Pisa.
Con umiltà rassicura il presidente che continua a fare “quello che faceva”, ma avverte il peso della nuova responsabilità. È una donna sola, non più giovane, in un ambiente difficile, stretta tra miseria, anticlericalismo e ostilità dei preti. «Traversando la strada pensavo, colle persone ignoranti è difficile convivere, con quelle istruite è peggio», scrive al sovrintendente nel marzo del 1909, raccontando del difficile colloquio con una maestra per niente convinta che i protestanti fossero cristiani.
È angustiata dalle necessità di studio e di lavoro dei figli. Carlo, il maggiore, è metodista, si è sposato, diventerà il primo vescovo italiano della chiesa metodista episcopale in Italia, anche Giovanni sarà pastore, ma deve ancora sistemarsi, mentre le figlie Eva e Lina studiano. È suo compito visitare il piccolo gruppo di evangelici di Grosseto, tra cui alcune famiglie svizzere, secondo lei attaccate soprattutto ai propri interessi; non si intende con il pastore di Livorno incaricato delle visite periodiche nella città, orientato ad una evangelizzazione negli ambienti più colti, attraverso conferenze e dibattiti. Argia ha idee diverse: «Venissero i poveri, e imparassero a conoscere il gran povero Cristo Gesù. La canaglia no, i poveri sì. Che ne dice Lei?..» scrive al sovrintendente nel 1910.
L’inasprirsi dello scontro con la chiesa cattolica, la politicizzazione dell’anticlericalismo, rendono sempre più difficile l’opera ad Orbetello e Argia, come Michele, non aveva mai dimostrato simpatie per socialisti e repubblicani, molto forti nella zona. Ammette con dolore che la vita dei fratelli e delle sorelle è sempre più lontana da Cristo. «Io ne soffro, perché non sono in grado di mettere riparo a simili cose, ma spesse volte sono così angosciata che mi riesce difficile anche la preghiera», scrive nell’aprile del 1910. La salute di Argia non è buona, problemi alla vista non le consentono di occuparsi della scuola di ricamo, non cammina bene, lei che andava a piedi a cercare i casellanti lungo la ferrovia. «Non sono riuscita a nulla!», sconsolata si sfoga con il presidente a proposito della situazione a Grosseto. Ha parole dure per i toscani: gli uomini «non pensano che ai loro partiti» mentre le donne vanno in chiesa, «non avendo beninteso nessuna vera religione, ma avendo fatto sempre così, continuano a farlo, e non si smuovono perché non vogliono smuoversi».
È il 1911, Argia si dimette e va a vivere a Vicobelligiano, (Parma), dal figlio Giovanni. La sempre più esigua comunità di Orbetello sarà seguita per alcuni anni dal pastore della chiesa valdese di Siena, come “diaspora grossetana”, poi abbandonata.
Se ne rammarica Argia, che nel 1916 scrive all’amministratore della chiesa, «Le mie bambine sono rimaste così, conoscono pochissimo, mentre io ci avrei tanto tenuto di vederle crescere nel timor di Dio».

Questa voce è stata curata da Gabriella Rustici.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Archivio Storico della Tavola Valdese, Serie IX, Operai della chiesa Carteggio 177 (Michele Ferreri)

Archivio Storico della tavola Valdese, Serie IX, Operai della chiesa, Carteggio 202 (Argia Ferreri)

Gabriella Rustici, Argia Simoni Ferreri e la chiesa valdese di Orbetello (1880-1911), in Istituto Storico Diocesano Siena, Annuario 2002-2003, Siena, pp.310-343

Eadem, Una maestra ad Orbetello, in Scelte di fede e di libertà. Profili di evangelici nell'Italia unita a cura di Dora Bognandi e Mario Cignoni, Claudiana, Torino, 2011, pp.132-134

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