Aspasia

Mileto V secolo a. C.
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“Concubina occhio di cane”: così un suo contemporaneo, il comico Cratino, definiva Aspasia; un giudizio non proprio lusinghiero per la figura femminile più celebre del V secolo a.C.

Cresciuta in un mondo che giudicava il valore di una donna sulla base del silenzio di cui sapeva circondarsi (“Delle donne bisogna parlar poco o nulla”, diceva Pericle), Aspasia non corrisponde al modello tradizionale di femminilità classica: devota, silente, capace di accudire il marito e la famiglia. Neppure la sua origine ha tutte le carte in regola: nata a Mileto, fa parte di un mondo cosmopolita e colto, aperto agli influssi orientali e quindi probabilmente più duttile nella definizione dei compiti e del ruolo femminile. Grazie alla sorella, ha modo di legarsi alla potente famiglia ateniese degli Alcibiadi. Ricca, se non aristocratica, raffinata se non nobile, quando giunge ad Atene, intorno al 450, aspira a diventare moglie di un Ateniese di qualche peso, a condurre una vita agiata. I tempi, tuttavia, non sono dei migliori: Pericle, che governa Atene e sarà al potere ancora per molti anni, ha appena promulgato la sua legge più controversa, quella sul diritto di cittadinanza, la quale prevede che possa chiamarsi cittadino ateniese solo chi sia figlio di due cittadini; gli altri saranno stranieri, senza diritto di voto e di partecipazione attiva alla vita della città.

La ricaduta di questo provvedimento sulla vita di Aspasia è pesante: non potrà più diventare la sposa di un cittadino, in grado di generare prole legittima, ma dovrà accontentarsi di essere una concubina e di dar vita a figli “bastardi”, ìmetecoî, uno straniero residente, una categoria sociale dai molti obblighi (tasse altissime) e dai pochi onori (potevano risiedere in città e godere parzialmente dei privilegi della polis più importante d’Occidente). Questa donna di Mileto, tuttavia, incontra il suo destino proprio in Pericle.
Plutarco che, con la sua Vita di Pericle, è sicuramente il principale biografo di Aspasia, ci racconta, non senza ironia, come lo stratega l’amasse profondamente e per lei avesse lasciato la moglie, madre di due eredi. Il rapporto fra i due rimane, per i contemporanei e per i posteri, piuttosto difficile da decifrare: è ancora Plutarco a chiedersi, polemicamente, cosa Pericle trovasse in Aspasia e, cosa, in generale, vi trovasse chiunque l’avesse conosciuta.

Non viene descritta come particolarmente bella, ma è in grado di esercitare un fascino non comune sui suoi contemporanei. Socrate la considera uno dei suoi maestri di vita e ne loda la saggezza e l’intuito politico; lo scrittore Senofonte ricorre a lei come consigliere matrimoniale e la figura di questa “straniera” affiora nei trattati di filosofi e oratori come il modello carismatico di una donna pensatrice e libera. I poeti comici a lei contemporanei, a dire il vero, l’attaccano ferocemente come una prostituta, una cortigiana, e l’accusano di ospitare nella sua casa donne compiacenti, per deliziare Pericle. La violenza di quest’attacco non è semplicemente letteraria: l’aneddotica del tempo racconta che proprio la sfida lanciata dal teatro di Dioniso sia all’origine dell’accusa di empietà con cui Aspasia viene portata in tribunale alle soglie della guerra del Peloponneso e che solo le lacrime di Pericle riescono a salvarla dalla pena capitale.

Nel clima di caccia alle streghe che circonda la figura di Pericle alla fine degli anni Trenta del V secolo, la sua concubina di Mileto viene naturalmente coinvolta nello scandalo, ed è questo il primo vero segnale della fine imminente: Pericle morirà poco dopo, falciato dalla terribile peste del 430 a.C. Aspasia gli sopravvive: intelligente e piena di risorse, è ancora una volta capace di non scivolare nell’ombra; si lega alla figura di Lisicle, politico non di primo piano nell’Atene di fine secolo, ma in grado comunque di assicurarle una posizione e una stabilità sociale.

Questa l’ultima notizia certa sulla sua vita: sappiamo che a Pericle ha dato un figlio, Pericle il Giovane, destinato a essere per sempre un bastardo, e che probabilmente un altro figlio è nato dall’unione con Lisicle. L’ironia della storia vuole che al pensiero cristiano spetti il merito di aver fatto di una concubina greca un esempio di virtù, un maìtre à penser (a leggere Clemente di Alessandria o Sinesio di Cirene). La giovane Eloisa, scrivendo all’amato Abelardo, gli parlava di Aspasia e, nel farlo, aveva probabilmente in mente l’idea di un legame diverso fra le anime di due amanti, lontano dal recinto canonico del legame sponsale.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

N. Loraux, Aspasia - Grecia al femminile, Roma 1993

M.M. Henry, Prisoner of History. Aspasia of Miletus and her biographical Tradition, Oxford 1995

Silvia Romani

Milanese, è ricercatrice di Letteratura Greca all'Universitàdi Torino. Fra i suo interessi principali vi sono i personaggi femminilidella mitologia greca, la commedia antica e l'epica arcaica. Ha lavoratosulla figura di Arianna e pubblicato il volume Nascite speciali, Alessandria 2004.

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