Betty Friedan

Peoria 1921 - Washington 2006
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Betty Friedan (Bettye Naomi Goldstein) è stata un’attivista femminista e saggista statunitense. La sua opera più importante, che ha segnato il femminismo del Novecento, è La mistica della femminilità, un libro fondamentale per comprendere la condizione della donna colta, benestante e urbanizzata in Europa e negli Stati Uniti durante gli anni Cinquanta e Sessanta.

Friedan è nata il 4 febbraio a Peoria negli Stati Uniti nel 1921. Si è laureata in psicologia presso l’Università di Berkeley in California e successivamente si è stabilita a New York. Qui ha praticato diversi lavori fino a quando nel 1947 si è sposata con Carl Friedan e per una decina di anni si è dedicata soprattutto alla famiglia e ai figli, lavorando come giornalista freelance per varie riviste1.

Nel 1957 Friedan ha iniziato a occuparsi di quello che sarà il suo libro principe: La mistica della femminilità, pubblicato nel 1963. In questo studio l’autrice ha intervistato un numero consistente di donne che avevano, come lei, concluso gli studi da una quindicina d’anni, partendo proprio dalle sue ex compagne di classe. L’autrice parallelamente ha iniziato uno studio e una ricerca specifica sulla condizione della donna a lei contemporanea con l’obiettivo di indagare la causa della frustrazione e depressione femminile all’interno del contesto familiare.

Friedan ha analizzato come con la fine della seconda guerra mondiale le donne che avevano sostituito gli uomini nei lavori extradomestici fossero state costrette a ritornare alle loro occupazioni tradizionali e alla cura della casa, del marito e dei figli2. Questa costrizione era stata resa apparentemente gradevole con la comparsa degli elettrodomestici, strumenti sempre più moderni e tecnologici che aiutavano la donna a eseguire al meglio i compiti che le erano stati assegnati. Per questo Friedan utilizza le espressioni: “happy housewife” e “mistica della femminilità”, per sottolineare la concezione secondo la quale la donna privata dalle fatiche dei lavori domestici poteva finalmente realizzare se stessa godendosi appieno il proprio ruolo di “regina della casa”. La donna poteva quindi raggiungere la sua condizione esistenziale ideale soltanto attraverso un ruolo riproduttivo, abbandonando gli studi, il lavoro extradomestico, e ogni ambizione personale e professionale con l’obiettivo unico di sposarsi e di costruire una famiglia.

Dalla voce della tradizione e da quella degli ambienti freudiani le donne appresero che non potevano desiderare destino migliore di quello di gloriarsi della propria femminilità. […] Appresero che le donne veramente femminili non desiderano perseguire una professione, ricevere un’istruzione superiore, esercitare i loro diritti politici: che cioè non desiderano quell’indipendenza e quelle prospettive per cui le femministe d’altri tempi avevano combattuto.3

Dopo aver raccolto una serie di interviste e di ricerche, l’autrice ha constatato che questa immagine della donna come angelo del focolare, che realizza se stessa nel suo ruolo di casalinga, madre e moglie, è in realtà fallace. Infatti le donne intervistate che avrebbero dovuto essere felici e soddisfatte delle loro vite comode e agiate soffrivano del cosiddetto “problema inespresso”4, cioè di quella specie di malattia a cui nessuna protagonista così come nessun medico riusciva a dare un nome e una spiegazione.

Questo “male senza nome” si manifestava in modi molti differenti: chi si sentiva sempre debole e stanca, chi si ammalava di anoressia o di disturbi nevrotici, chi si sentiva infelice e depressa. Betty Friedan ha compreso che questo problema inespresso che colpiva le donne borghesi degli anni Cinquanta-Sessanta aveva una causa ben precisa: erano insoddisfatte della propria condizione esistenziale, imprigionate nel ruolo tradizionale di moglie e madre e negli stereotipi prodotti dalla cultura patriarcale.

Corrisponde a sentirsi “incomplete”, prive di “identità”, ridotte a svolgere un lavoro ripetitivo che non gratifica chi lo fa, deluse, depresse, ingannate. «Non possiamo più ignorare quella voce interiore che parla nelle donne e dice: “Voglio qualcosa di più del marito, dei figli e della casa”.» Così Friedan conclude il primo capitolo del libro, nel quale espone il nucleo e le conclusioni delle sue analisi.5

Betty Friedan nella conclusione del libro propone una soluzione moderata per risolvere la problematica della condizione della donna: non condivide una soluzione di lotta collettiva, ma pensa a più a vie d’uscita individuali o stataliste, ponendosi chiaramente all’interno di una concezione liberale. Gli Stati dovrebbero per l’autrice introdurre delle specifiche misure di welfare, con il fine di aumentare l’occupazione femminile extradomestica, senza però rinnegare la famiglia e i suoi valori. Per Friedan la donna deve cercare di realizzare una sorta di equilibrio tra la cura della famiglia e il lavoro extradomestico, magari attraverso l’aiuto di personale domestico6.

Betty Friedan è stata tra le principali fondatrici della National Organization of Women, un movimento di donne degli Stati Uniti di orientamento liberale che ha promosso importanti iniziative finalizzate a eliminare le disuguaglianze sociali tra i sessi (porre fine alle discriminazioni sulle donne per quanto riguarda le assunzioni lavorative, aumentare il numero di rappresentanza femminile nel governo dello Stato, legalizzare l’aborto, creare degli specifici istituti dell’infanzia per madri lavoratrici)7.

È stata un membro fondatore nel 1971 della National Women’s Political Caucus, un’organizzazione che aiuta le donne a trovare degli impieghi pubblici e in particolare le supporta a ricoprire cariche politiche8.

Nel 1976 Friedan ha pubblicato It changed my life: writings on the women’s movement e nel 1981 The second stage, saggi in cui elabora un resoconto sui progressi della condizione della donna compiuti dal movimento femminista, e analizza gli obiettivi che sono ancora da raggiungere, soprattutto facendo riferimento ai traguardi e alle mete poste dalla National Organization of Women9. Nel 1993 ha pubblicato The Fountain of Age in cui confuta “la mistica della vecchiaia”, ovvero la convinzione che la vecchiaia rappresenti solamente una fase di declino fisico-psicologico dell’individuo. In particolare, secondo il sapere medico-psicoanalitico tradizionale e secondo le convenzioni sociali, la donna raggiungendo la menopausa diventa un individuo pressoché “inutile” in quanto non può più svolgere il suo ruolo riproduttivo e ha talvolta anche grosse difficoltà a occuparsi del marito e della casa. Betty Friedan non solo confuta questa mistica della vecchiaia femminile attraverso tesi di natura prettamente femminista, ma compie una vera e propria rivalutazione di questa fase della vita che viene tradizionalmente svalutata. La vecchiaia rappresenta per la donna una liberazione da tutte le costrizioni biologiche e sociali, e finalmente permette di occuparsi totalmente della propria persona. L’autrice afferma che questa, per la donna, è un’età perfetta anche per fare politica.

Nel 1997 ha pubblicato Beyond Gender, in cui sostiene la necessità di andare oltre le contrapposizioni di genere per elaborare un nuovo paradigma che metta al primo posto gli interessi della persona. Gli uomini e le donne devono entrambi collaborare per la formazione di una nuova realtà sociale equa e paritaria. L’ultimo suo libro è Life So Far del 2000 in cui racconta la sua vita e la sua carriera.

Betty Friedan muore il 4 febbraio del 2006 a Washington all’età di ottantacinque anni.

  1. Cfr. Betty Friedan, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica.  ^
  2. Cfr. Adriana Cavarero, Franco Restaino, Le filosofie femministe, Milano, Mondadori 2002, p. 27-28.  ^
  3. Betty Friedan, La mistica della femminilità, Milano, Edizioni di Comunità 1976, pp. 13-27.  ^
  4. Ivi, p. 13.  ^
  5. Adriana Cavarero, Franco Restaino, Le filosofie femministe, cit., p. 28.  ^
  6. Cfr., ivi, p. 29.  ^
  7. Cfr. Betty Friedan, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica.  ^
  8. Ibid.  ^
  9. Ibid.  ^

Elena Magalotti

Nasce a Cesena nel 1993. Si laurea in Filosofia presso l’Università di Bologna con una tesi in Storia della Psicologia, e attualmente si sta laureando alla magistrale di Scienze Filosofiche con una tesi in Storia delle Donne e dell’Identità di Genere. Scrive per Filosofemme, in cui si occupa soprattutto di storia di genere e del femminismo, storia della sessualità e storia della scienza.

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