Caterina di Russia, la Grande

Stettino 1729 - Puskin 1796
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Ci sono ambienti nelle cui medaglie familiari è impossibile separare la faccia del matrimonio da quella del patrimonio. Le famiglie regnanti hanno una concezione patrimoniale delle terre (e, per ovvia conseguenza, dei “regnicoli”) su cui regnano: gli accordi matrimoniali sono parte essenziale della tutela e dell’accrescimento del patrimonio. Nell’area europea sono state famiglie germaniche (in senso lato) ad avere offerto regnanti dappertutto, dalla Gran Bretagna alla Grecia.
Sofia Augusta Federica Amalia, damigella della piccola nobiltà prussiana, destinata a una vita anonima in una piccola città del Baltico, attraverso un matrimonio – combinato dalla zarina russa – divenne Caterina, la Grande, Zarina di Tutte le Russie, regnando nell’Atene del Baltico che aveva voluto un altro Grande, Pietro Romanov, iniziatore dell’apertura a Occidente.
Come in quello tricontinentale del sud, il mediterraneo del nord era un’area dinamica di scambii, commerci e conflitti. I commerci transbaltici erano mediati dalla fiorente e potente Lega Anseatica, consorzio di un centinaio di città, distribuite in dieci degli stati attuali, inizialmente portuali e baltiche (Lubecca ne fu la città promotrice); ne faceva parte la città natale di Sofia Augusta, Stettino (oggi Szczecin, in Polonia).
La gestione di politiche dinastiche, viste le implicazioni patrimoniali, era complicata e passava sovente per accordi matrimoniali. La matriarca zarina Elisabetta, nel 1742 designò successore il nipote Pietro, duca di Holstein, figlio della sorella. Nel 1744 gli scelse per moglie la figlia quindicenne del principe tedesco Cristiano Augusto di Anhalt-Zerbst e di Giovanna di Holstein-Gottorp. Fu cugina dei sovrani Guglielmo III e Carlo XIII di Svezia. Accompagnata in Russia dalla madre, la giovane, convertitasi alla religione ortodossa, fu ribattezzata col nome di Caterina (Jekaterina) Alekseevna e nel 1745 andò sposa al cugino, il granduca Carlo Pietro Ulrico di Holstein-Gottorp. Il matrimonio si rivelò infelice: Pietro, uomo violento, si dimostrò ostile alla moglie, maltrattandola anche in pubblico. Nel 1762, subito dopo il trasferimento nell’appena eretto Palazzo d’inverno a Pietroburgo, salì al trono come Pietro III di Russia, ma le sue stranezze e la sua politica lo resero inviso alla Chiesa ortodossa e anche ai potenti gruppi di opinione con i quali Caterina in precedenza aveva mantenuto e sviluppato buoni rapporti… Caterina aveva imparato a destreggiarsi fra le insidie della corte; si era dedicata a letture che includevano Voltaire, Diderot e Montesquieu e si era tenuta informata sugli eventi della Russia e con la sua semplicità e spontaneità era riuscita a conquistarsi la simpatia, l’amicizia e la fedeltà di dame e servitori incaricati di spiarla. Grigorij Orlov, suo amante, guidò una cospirazione per incoronarla. Meno di sei mesi dopo essere divenuto zar (1762) Pietro venne rinchiuso in carcere, dove morì.
Il 22 settembre del 1762 Caterina fu incoronata imperatrice: ormai era padrona del campo ma sapeva troppo bene che, se non era stato facile prendere il potere, ancor meno sarebbe stato mantenerlo. Però gli anni trascorsi a corte le avevano permesso di conoscere profondamente la realtà russa. I primi anni del suo regno furono improntati a uno spirito riformatore, che mirava a una monarchia liberale e umana, avendo a modello il suo predecessore Pietro il Grande. Per migliorare lo stato culturale del popolo, promosse molte iniziative in proposito, e istituì scuole e orfanotrofi. Nel 1764 fondò l’Istituto Smolnij per fanciulle nobili, la prima scuola femminile russa, sul modello del convento di Saint Cyr di Madame de Maintenon. Riformò la scuola dei Cadetti di fanteria, che divenne uno dei centri più attivi della capitale. Benché cresciuta luterana e divenuta ortodossa, accolse nella Russia occidentale i Gesuiti, il cui ordine era stato soppresso dal papa Clemente XIV nel 1773. Nel 1767 creò una commissione di 600 membri, rappresentanti tutte le componenti della società russa – esclusi i servi della gleba – con lo scopo di riordinare la legislazione. Benché la commissione non giungesse a formulare un nuovo codice legislativo le ‘istruzioni alla Commissione’ di Caterina introdussero in Russia una concezione del diritto di matrice occidentale. Per i più importanti affari statali creò nel 1768 un “Consiglio imperiale”. Snellì il commercio interno, abolendo le tasse per i trasporti, fondò colonie nel territorio del basso Volga, permise alle città di avere un’amministrazione autonoma, bonificò le terre paludose intorno a Pietroburgo, migliorò le strutture dei porti sul Baltico e sul Mar Nero.
Riorganizzò l’amministrazione delle province conferendo ai governatorati un grande potere sulle zone rurali nella prevenzione delle rivolte contadine. Nel 1775 attuò la riforma della organizzazione amministrativa, parzialmente ispirata al principio della divisione dei poteri: amministrativo, giudiziario e finanziario, istituendo cinquanta governatorati (circoscrizioni territoriali suddivise a loro volta in province, in circoli e in distretti) controllati direttamente dall’imperatrice attraverso i governatorati generali. Ma non poteva muoversi solamente in direzione “progressista” e così, se nel 1785 pubblicò un editto che riconosceva alla piccola nobiltà il diritto di presentare petizioni al trono, nel contempo liberò i nobili dai servizi obbligatorii e dalle tasse, rese ereditaria la nobiltà e concesse ai nobili il pieno controllo sui servi che vivevano sulle loro terre. In aggiunta donò terre della corona site in Ucraina ai nobili più fedeli, dotandole anche di servi. La sua politica continuava a ignorare i problemi dei ceti più poveri, nonostante nei primi anni del suo governo, e anche prima, si fosse espressa a favore di essi. Con il tempo si allontanò dai suoi ideali giovanili, fino ad abbandonarli del tutto negli ultimi anni della sua vita.
I trentaquattro anni di regno di Caterina furono fondamentali nella storia russa, sia per la politica interna, sia per l’espansione territoriale. I philosophes francesi influenzarono le sue scelte, come quelle di altri monarchi europei, di apertura verso la cultura europea e resero illuminato il suo innegabile dispotismo. Il settore nel quale l’ispirazione illuministica influì di più sull’opera di Caterina II fu quello dell’educazione e dell’assistenza sanitaria: case di educazione furono istituite a Mosca e a Pietroburgo, mentre nei capoluoghi furono aperte scuole anche per gli adulti, si costruirono nuovi ospedali e le città furono obbligate a provvedersi di medici e di farmacie.
Concluse la sua vita terrena a 67 anni, nel novembre del 1796, per apoplessia. Il suo corpo riposa nella fortezza di San Pietro e Paolo a Pietroburgo.
Scompariva dalla scena politica europea una protagonista, che lascerà dietro di sé un’ impronta indelebile. È indubbio il contributo che una donna, per di più straniera, diede alla riunificazione di tutte le terre russe adottando una politica innovatrice e illuminata. Figura controversa, tuttavia: se infatti durante il suo regno Caterina aveva suscitato ammirazione, ma anche disorientamento fra i contemporanei, dopo la morte, soprattutto fra i ceti popolari, divenne bersaglio di componimenti satirici: accusata di essere stata una donna spudorata che passava da un amante all’altro, che aveva sottomesso i cosacchi e vincolato al suolo i contadini della Piccola Russia, divenne la “zarina sgualdrina”. L’immagine di Caterina viene quindi riplasmata nella memoria secondo criterii di giudizio moralistici che, alle donne, non riconoscono alcuna legittimazione all’attività politica.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Helene Carrere d'Encausse, Caterina la Grande, Milano, Rizzoli 2004

Carolly Erickson, La grande Caterina. Una straniera sul trono degli zar, Milano, Mondadori 1995

Im Hof, L'Europa dell'Illuminismo, Bari, Laterza 2005

Isabel de Madariaga, Caterina di Russia, Torino, Einaudi 1988

Henri Troyat, La grande Caterina Milano, Rusconi 1979

Marco Todeschini

Marco Todeschini ama i soprannomi, che attribuisce e riceve. Tra quelli ricevuti apprezza “caminante”, che gli hanno dato a Montevideo, “andarilho” avuto a Porto Alegre e “vagamundo”, che si è dato da sé. Per osservare l'educazione in modo comparativo, gira il mondo; finché possibile, a piedi.
Fino al 2008 è stato docente di storia della pedagogia all'Università degli studi di Milano.

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