Cathy Freeman

Mackay (Australia) 1973 - vivente
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Quando Cathy Freeman è diventata la prima atleta aborigena a vincere una medaglia olimpica a Sydney, proprio nella sua Australia, ha fatto in modo che il mondo lo sapesse: si è avvolta le due bandiere australiana e aborigena per correre a piedi nudi intorno alla pista, per raccogliere gli applausi e le urla di gioia del pubblico dopo aver trionfato nei 400m nei Giochi del 2000.
Prima di quei giochi, la storia aveva avuto un sussulto. Perché l’identità della persona scelta per accendere la Fiamma Olimpica era per tradizione un segreto da custodire gelosamente. L’apparizione di Mohammed Ali ai precedenti Giochi di Atlanta del ’96 era stata accolta da un applauso inizialmente imbarazzato, quasi esitante, seguìto poi da un boato di esaltazione e di gioia non appena aveva tenuto la torcia col braccio sinistro tremante per il Morbo di Parkinson. Alla fine, quando impugnò la torcia con entrambe le mani Alì la sollevò e accese il braciere olimpico. Quattro anni più tardi, alle Olimpiadi di Sydney, la reazione del pubblico era stata altrettanto esplosiva quando un altro atleta si era presentata per il rito dell’accensione del braciere. Proprio come Ali, Cathy Freeman apparteneva a una razza che era stata oppressa, quella degli aborigeni australiani, i quali nel XIX secolo venivano cacciati e uccisi dai coloni europei. Nel corso del secolo successivo il fenomeno aveva stentato a esaurirsi, finendo per lasciare un segno indelebile sul destino degli stessi aborigeni. «Quando entravamo in posti nuovi eravamo completamente impauriti, perché sentivamo che essendo neri, non avevamo il diritto di trovarci lì» ha ricordato Cathy Freeman ai Giochi del Commonwealth di Edmonton. In quella circostanza l’atleta aveva suscitato numerose polemiche quando, nel giro d’onore per festeggiare la medaglia d’oro nei 400m, aveva sventolato la bandiera aborigena insieme a quella australiana. Ma la provocazione di Cathy Freeman era immediatamente diventata il simbolo di una riconciliazione da tempo auspicata.
Prima delle Olimpiadi di Sydney, Cathy Freeman aveva vinto il titolo ai mondiali di Atletica Leggera di Atene del ’97, battendo per due centesimi di secondo la giamaicana Sandie Richards. Alle precedenti Olimpiadi di Atlanta, era sta battuta dalla perla nera francese Marie José Perec, una delle atlete più talentuose che abbiano danzato sul tartan negli ultimi 30 anni. Tra di loro si instaurò un duello a distanza che si proiettò inevitabilmente ai seguenti Giochi di Sydney, all’inizio del nuovo millennio.Infatti, alle Olimpiadi di Sydney gli occhi erano puntati tutti sulla rivincita di Cathy Freeman, l’eroina di casa, sulla campionessa uscente Marie José Perec. La pressione era forte a tal punto che la francese Perec, per motivi mai esplicitamente dichiarati ma certamente attribuibili all’angoscia di una possibile sconfitta, non si presentò alla partenza. Tentò addirittura di giustificarsi sostenendo che la notte precedente la gara qualcuno si era introdotto nella sua stanza d’albergo. Cathy Freeman conquistò l’oro in una festosa serata allo Stadio Olimpico di Sydney. La ragazza con le due bandiere e una tuta aderentissima che le stringeva tutto il corpo fino a incappucciarle la testa aveva trionfato.
Per Cathy Freeman essere aborigena significa tutto, rappresenta un segno di riconoscenza per il suo popolo e un elemento di sostegno per le loro difficoltà «Un sacco di miei amici hanno il talento – ha detto più volte alla stampa – ma la mancanza di mezzi e di opportunità non li mette in condizione di esprimersi». In questo senso, molte delle sue energie fisiche e economiche sono state rivolte alla Cathy Freeman Foundation, l’organizzazione che ha come scopo l’abbattimento di ogni disuguaglianza. Oltre che dalle tradizioni ancestrali degli aborigeni Cathy Freeman aveva sempre sostenuto che la sua spinta a migliorarsi le fosse stata trasmessa dalla lezione ricevuta dalla sorella Anne-Marie, nata con una paralisi cerebrale e morta nel 1990. «Ho corso perché lei non poteva farlo» ha detto Cathy in un’intervista.
Emanuela Audisio, nel libro Bambini Infiniti, dedicato a come i campioni giocano con la vita ha scritto di lei: «La storia di Cathy Freeman è quella della donna che per vivere morì tre volte: prima, durante e dopo. E arrivò al traguardo con la gola e la lingua secche. Con occhi grandi, bocca grande, denti grandi. S’inginocchiò, e lì rimase per un po’, perché rialzarsi voleva dire prendersi ancora una volta il suo mondo sulle spalle. E lei era stanca. Voleva dire, guardatemi: sono australiana, sono aborigena, sono campionessa. Sono tre cose in una volta sola, tre cose che nessuno credeva possibili, ma adesso basta. “Cos I’m free”. Perché sono libera: è il suo tatuaggio sulla spalla. Questa è la storia di Cathy Freeman e dei suoi 400 metri corsi da prigioniera, da simbolo di un Paese, di una riconciliazione, di un futuro. Se tua madre ha dovuto lasciare la scuola a dodici anni per lavorare come telefonista a 5000 lire a settimana, se non poteva viaggiare senza un permesso del governo, se ha passato la sua vita a fuggire dalle ingiustizie e dalle angherie della polizia, se a tuo nonno non hanno mai dato il passaporto né il permesso di parlare ai bianchi, se la tua famiglia è stata deportata perché sindacalmente troppo attiva, chiaro che non corri sola. Ma per lei, per te, per loro. Per i 400.000 aborigeni rimasti, che una volta erano 2 milioni, per i 57 anni di età media di vita contro i 79 del resto della popolazione, perché non vuoi più restare indietro, perché non hai e non c’è colpa se tuo nonno era un siriano che vendeva cammelli. Ma se la tua corsa è piena di rivendicazioni, di bisogni, di desideri, è chiaro che siete in troppi. Cerchi spazio e non lo trovi, ogni angolo è imbottito. Così ai blocchi Cathy ha guardato dritto avanti a sé, e per restare più impermeabile si è incappucciata in una tuta integrale, da crociata del Duemila. Non ha sorriso, non ha salutato, ha solo mosso un po’ la testa per cercare un po’ d’aria, come fanno quelli che soffocano. Aveva gli occhi di chi ha davanti un patibolo, la smorfia di chi conosce il boia come amico di famiglia. È partita raccomandandosi: “Fai quello che sai fare, non di più, basterà, rilassati”. Ma a strizzarla c’era la storia, quella che doveva darle forza, non farla sentire sola. C’era questo bisogno disperato di identità che oggi dà solo lo sport. C’era il fatto che sua madre era lì, vestita semplicemente con una giacca della tuta, a ricordarle che non bisogna mai dimenticarsi da dove si parte. C’era che lei nel ’94 dopo aver vinto i giochi del Commonwealth si era avvolta nella bandiera aborigena e qualcuno della sua delegazione aveva protestato: “Come si permette?”. Già, come si erano permessi Smith e Carlos nel ’68 il guanto e i calzettoni neri? Ma erano troppi a spingere Cathy. E 112.524 spettatori possono smettere di essere una forza, per diventare una catena che stringe. Così a metà strada, appena fuori dalla curva, la giamaicana Lorraine Graham ci ha provato, si è fatta avanti e per un attimo Cathy è sembrata un insettino pronto a ribaltarsi. Dov’erano finiti i sogni che aveva da ragazzina? Erano ancora lì, non ancora marci, stesi sul rettilineo finale. Si trattava di resistere, proprio nel punto in cui si abbassano le difese, proprio nel tratto dove Marie-Jo Perec l’aveva sempre sorpassata, proprio nel momento in cui non conta quanta folla hai dietro, ma quanto dolore da soffocare hai dentro. Perché c’è il massimo accumulo di acido lattico: non senti più, non vedi più, sei quasi morta. E infatti lì si piantavano le inseguitrici e lì ripartiva Cathy, con quella corsa rischiosa che manda il piede molto dietro verso l’alto. E lì vinceva in 49″11, miglior tempo stagionale, ma non personale. E solo lì Cathy, ventisette anni, diventava finalmente una donna libera. Subito dopo il traguardo. Poteva esaltarsi, urlare, saltare. Invece restava in ginocchio, con le mani sul viso, con la bocca aperta di chi ha finalmente sconfitto l’asfissia. Per dire: “È un sollievo avercela fatta”. Non sarà granché come frase storica, come grande prima volta di un’atleta aborigena, ma rende l’idea. Dopo, ma solo molto dopo è andata ad abbracciare la madre, si è tolta le scarpe, si è abbassata la tuta, e si è concessa. A piedi nudi nello stadio. Con una bandiera a doppia faccia, australiana e aborigena. “Quest’oro è di tutti quelli che lo vorranno. Resto una persona normale, che crede nella vita sia importante stare bene ed essere amate.” La donna che per vivere, in gara morì tre volte, è finalmente libera.»

Giampiero Vigorito

Giornalista, ha partecipato come autore e come conduttore a programmi radio e televisivi. Coautore di un'Enciclopedia del Rock (Teti Editore, 1981), ha pubblicato la biografia Burt Bacharach, The book of love (Coniglio editore, 2008). Nel 2012, in occasione delle Olimpiadi di Londra, ha scritto e condotto su Radio3 in 20 puntate il programma Leggende Olimpiche.

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