Charlotte Brontë

Thornton 1816 - Haworth 1855
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La vita nelle brughiere del nord dell’Inghilterra non era semplice. Pioggia, nebbia, freddo e tisi. Charlotte aveva perso la mamma ad appena cinque anni, le due sorelle maggiori pochi anni più tardi. Del resto, il giardino sul retro della canonica anglicana, dove viveva in quanto figlia del pastore di Haworth, era un cimitero, estremo giaciglio per le anime dei defunti del piccolo villaggio e quotidiano memento della precarietà umana. Tutto attorno, un paesaggio suggestivo, sì, ma desolato. E allora, facendo tesoro della piccola biblioteca del padre – egli stesso scrittore –, delle riviste che comunque circolavano in casa e, più di tutti, della bibbia – il miglior libro del mondo[1] –, Charlotte, assieme al fratello Branwell e alle sorelle minori, Emily e Anne, entrambe future scrittrici, scopre che esiste una dimensione, parallela al reale ma che da esso prende spunto, dove a decidere del destino di ognuno non è più un Dio geloso e inscrutabile nella sua onnipotenza, bensì l’autore con la sua volontà, altrettanto onnipotente e arbitraria: il mondo dei racconti e della fantasia, nel quale l’autrice Charlotte prende il posto dell’Autore. La penna diventa la chiave di un mondo alternativo al reale e di cui i minuscoli libriccini manoscritti (5×3,5 cm) sono la mappa.
«C’era una volta una bambina e il suo nome era Anna»: si tratta della sorellina minore, la più piccola della famiglia Brontë, per la quale Charlotte scrive il suo primo, brevissimo, racconto di cui si abbia testimonianza e che inizia proprio con queste parole, classico incipit di ogni fiaba che si riconosca come tale. Era il 1826 e Charlotte aveva dieci anni. Seguiranno vere e proprie saghe: The Glass Town Saga, composta a sua volta dal Young Men’s Plays, Our fellow’s Play, e The Islander’s Play, con le avventure di Arthur Wellesley, Duke of Wellington, poi Duke of Zamorna e King of Angria, protagonista incontrastato degli scritti giovanili che la accompagneranno fino a ben oltre la maggiore età, insieme a una serie di racconti e poesie non sempre ascrivibili a un percorso di formazione letteraria unitario.
Sono anni di apprendistato, e di dispiaceri. La traumatica esperienza nel collegio dove vede lentamente spegnersi le sorelle maggiori, la segna fisicamente e psicologicamente, esponendola a un regime più che severo, improntato alla mortificazione del corpo e della mente, secondo una visione pseudo-cristiana in cui la vita equivale a sofferenza e prostrazione e la morte è l’unica felicità auspicabile. In Jane Eyre, Charlotte saprà descrivere in tutta la sua crudezza il soggiorno presso la Clergy Daughters’ School a Cowan Bridge, attraverso il personaggio di Helen Burns, vittima di una idolatria del dolore prima e ancor più che della malattia in sé.
Finita la prima, terribile avventura al di là delle mura domestiche, Charlotte avrà modo di riconoscere le proprie peculiarità, idiosincrasie, tratti di carattere che le ritagliano un luogo in disparte rispetto a quel modello di governante che solo le sembrava disponibile per il suo futuro. Avrebbe infatti giurato che non si sarebbe sposata mai, destinata – come credeva di essere – a una vita vicaria, al servizio delle famiglie che di volta in volta l’avrebbero assunta.
Le proposte di matrimonio, invece, arrivano. Rifiuta le prime due, nel 1839, perché – passionale com’è – non avrebbe potuto sopportare una unione basata su una tiepida simpatia. La passione, quella vera, impetuosa e travolgente, addirittura indicibile e quasi impossibile da dominare, ma mai accecante e incontrollabile – come mostrano le opere della maturità – arriverà con Monsieur Heger, il suo professore di retorica a Bruxelles, dove si era recata per la prima volta nel 1842 per perfezionare gli studi e poi di nuovo l’anno seguente, come insegnante di lingua inglese. Un uomo colto, di temperamento focoso, imprevedibile, instabile anche, ma – Charlotte ne era convinta – straordinario e di natura fondamentalmente buona. Soprattutto, però, Monsieur Heger era un uomo sposato, da cui Miss Brontë non potrà che essere allontanata dopo le loro fin troppo esclusive frequentazioni. Sì, pur sentendo visceralmente il potere dell’amore passionale, Charlotte dovrà soffocarlo. Tanto più che per lei, come per le protagoniste dei suoi romanzi, vi sono alcuni valori da preservare – anzi forse uno solo: la propria integrità. Charlotte sa – lo aveva già intuito attraverso l’analisi delle dinamiche psicologiche dei suoi personaggi adolescenziali – che cedere alle lusinghe di una passione incontrollata significa avviarsi alla negazione di sé, se non proprio alla perdizione e alla follia: in Jane Eyre, Bertha Mason funge appunto da simbolo e palese avvertimento delle conseguenze di ciò. Antidoto è l’affermazione di sé, della propria voce, della propria visione del mondo, per confrontare l’oggetto del desiderio non come vittima di una seduzione fin troppo facile, bensì da pari a pari: «I am not talking to you now through the medium of custom, conventionalities, nor even of mortal flesh: it is my spirit that addresses your spirit; just as if both had passed through the grave, and we stood at God’s feet, equal – as we are!»[2]. Il romanzo, pubblicato nel 1847 e universalmente riconosciuto come uno dei capolavori della letteratura inglese dell’Ottocento, si concluderà quando Jane avrà appunto compiuto il proprio percorso di formazione, che le permetterà di porsi su un piano di reciprocità, non più di subordinazione, rispetto all’amato Rochester.
Similmente, Charlotte si sposerà con un uomo che, sebbene non fosse proprio l’incarnazione del fittizio Arthur Wellesley, e tanto meno dell’irraggiungibile Monsieur Heger, seppe riconoscere e rispettare la sua natura. «Reader, I married him»[3] (incipit del trentottesimo e ultimo capitolo di Jane Eyre): le parole di Jane possono facilmente applicarsi a Charlotte, con quell’eccezionale scambio di pronomi, per cui invece di essere lui a prendere in moglie lei, è lei che lo sposa. Le testimonianze portano però a pensare che Charlotte abbia più che altro ceduto, non più giovanissima nel 1854, alla prospettiva di una unione senza amore. Del resto, come nella migliore tradizione fiabesca, gli eventi determinanti per lo sviluppo emotivo, culturale e artistico della Brontë erano avvenuti prima del matrimonio, il quale, più che un lieto fine, segna proprio la fine. Charlotte infatti vivrà solo fino al 1855: poi, nella nostra memoria.
Che avesse lasciato il segno nella storia della letteratura inglese fu subito chiaro, quando nemmeno si sapeva chi si nascondesse dietro lo pseudonimo di Currer Bell – così ambivalente nella sua indeterminatezza di genere – con cui firma tutte le sue opere. Infatti, la fortuna di Jane Eyre, primo romanzo a essere pubblicato (The Professor, scritto nel 1846, sarà pubblicato postumo), fu immediata, seppure tra accese polemiche. Elizabeth Gaskell – nota scrittrice sua contemporanea, nonché amica – avverti l’urgenza di lasciare testimonianza della vita di Charlotte e ne scrisse la prima biografia (1857), alla quale seguiranno altre, tra cui meritano di essere menzionate quelle di Winifred Gérin, di Lyndall Gordon, e di Juliet Barker.
Quanto ai temi e allo stile, due considerazioni paiono riassumere i tratti caratterizzanti della scrittura della Brontë. Primo, l’interesse per l’oscurità e la complessità dell’animo umano è sospeso tra romanticismo e introspezione psicologica antesignana del romanzo novecentesco, senza tuttavia abbandonare del tutto i modelli tipici del canone del tempo: sembra quasi che Charlotte, naturalmente portata alla rappresentazione di una interiorità di stampo romantico, senta la necessità di omologare la sua scrittura alle tendenze realiste (e convenzionali) di certo vittorianesimo, infarcendo il percorso di formazione interiore dei suoi personaggi con una serie di eventi à la Jane Austen, quasi a nascondere lo studio della natura umana dietro una descrizione oggettiva di fatti che poco hanno a che fare con le dinamiche portanti (per esempio in Jane Eyre, con la scoperta della relazione di parentela tra Jane e la famiglia Rivers, o in Shirley, che si propone come romanzo sociale). Secondo, in una società in cui ci si aspetta che la donna si comporti e – ancor di più – pensi in una determinata maniera, la scrittura diventa un modo per raccontarsi e per riflettere – per dare un ordine, insomma, al caos delle proprie passioni –: non è un caso allora che Jane Eyre, come Villette e – con voce maschile – The Professor, siano narrati in prima persona, nella forma della autobiografia fittizia.

NOTE
1. Christine Alexander (ed.), An Edition of the Early Writings of Charlotte Brontë, vol. I p. XVII.
2. Charlotte Brontë, Jane Eyre, cap. 23, p. 281.
3. Ibid., cap. 38, p. 474.
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Fonti, risorse bibliografiche, siti

Christine Alexander, An Edition of the Early Writings of Charlotte Brontë, vol. I, The Glass Town Saga 1826-1832, Basil Blackwell, Oxford 1987

Juliet Barker, The Brontës, Weidenfeld and Nicolson, London 1994

Charlotte Brontë, Jane Eyre (1847), con introduzione e note di Q. D. Leavis, Penguin Classics, London 1985

Elizabeth Gaskell, The Life of Charlotte Brontë (1857), introduzione di Jenny Uglow, J.M. Dent & Sons Ltd., London 1992

Winifred Gérin, Charlotte Brontë: The Evolution of Genius, Oxford University Press, Oxford 1967

Lyndall Gordon, Charlotte Brontë: A Passionate Life (1994), Vintage, London 1995

Paola Gaudio

Professore aggregato di Lingua e traduzione - Lingua inglese presso il Dipartimento di Scienze economiche e metodi matematici dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, si occupa di teoria e prassi della traduzione letteraria e specialistica, nonché di letteratura anglofona del XIX e XX secolo. Autrice della prima traduzione italiana del capolavoro di Rebecca Harding Davis, Vita nelle ferriere (Aracne, 2006), le sue pubblicazioni includono saggi e traduzioni, sia di ambito letterario che linguistico.

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