Diane Arbus

New York 1923 - 1971
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La cosa che preferisco è andare dove non sono mai stata

Diane Nemerov Arbus è tra le fotografe più significative e conosciute del ventesimo secolo. La sua vita attraversa le grandi trasformazioni della società occidentale avvenute fra la seconda guerra mondiale e gli anni Sessanta. Padre e madre, David Nemerov e Gertrude Russek, erano di origini russe e avevano un noto ed elegante negozio di abbigliamento femminile e pellicce sulla Fifth Avenue, Russek’s, a pochi passi dalla boutique dei coniugi Avedon, anch’essi genitori di un talento della fotografia.
Diane cresce in una famiglia agiata, così benestante da non risentire neppure della gravissima crisi del 1929. Per Diane e i suoi fratelli, il futuro poeta Howard e la futura artista Renée, i genitori scelgono le migliori scuole di New York in modo che possano sviluppare i loro interessi e la loro indole. Diane andrà alla Ethical Culture School scoprendosi sin da bambina interessata alla letteratura e alle arti visive; è apprezzata dagli insegnanti per la sua intelligenza e dai compagni per la sua simpatia. Cresce dunque in una realtà progressista e ovattata, protetta da tutto ciò che di inquietante riserva una città come New York. Terminata la Ethical Culture School prosegue gli studi presso la Fieldstone School, impostata anch’essa su metodi innovativi, e lì si diploma nel 1940. Durante gli anni scolastici si appassiona alla pittura europea dell’Otto e del Novecento: conosce l’amara ironia di Grosz, le denunce di Goya, l’astrattismo di Paul Klee; i suoi genitori la incoraggiano e Diane frequenta lezioni di pittura e disegno.
È decisamente una ragazzina sveglia e molto promettente; nel 1937 conosce Allan Arbus, figlio di un dipendente del Russek. Allan ha 4 anni più di lei, che ne ha solo 14, e i genitori non vedono di buon occhio lo stretto legame che si viene a creare tra i due, per motivi di età, certo, ma anche per il dislivello sociale che li divide. Malgrado questo, spinti anche dai tanti interessi comuni e incuranti delle proteste, i due ragazzi iniziano una relazione che verrà sancita, un solo mese dopo il compimento dei 18 anni di Diane, dal matrimonio.
A quest’epoca Diane ha già avuto qualche esperienza depressiva, ma lei e Allan sono una coppia giovane e appassionata, anche di fotografia. Diane aveva preso lezioni da Berenice Abbott, e i due accettano di fare scatti pubblicitari per il negozio di famiglia. Organizzano la camera oscura nel bagno del loro appartamento e iniziano quello che per molti anni sarà il loro lavoro comune. Durante la seconda guerra mondiale Allan è assegnato al reparto fotografico dell’esercito e Diane nel 1945 mette al mondo la loro prima figlia: Doon. Nel dopoguerra l’attività si amplia: affittano uno spazio e lo studio Diane e Allan Arbus diventa noto per la precisione e meticolosità degli scatti; alcuni criticano questo perfezionismo, soprattutto i budget assai alti richiesti per le realizzazioni dei set, altri l’eccessiva lentezza per la consegna di un lavoro, ma la produzione dello studio è unanimemente apprezzata e comincia a comparire su periodici importanti come «Glamour», «Vogue» o «Seventeen», e a essere richiesta da agenzie pubblicitarie. Nel 1947 «Glamour» dedica un servizio alla celebre coppia fotografica e ne determina la notorietà oltre la cerchia delle redazioni e degli addetti ai lavori.
Generalmente Allan è il fotografo e Diana la stylist. La sua meticolosità nella ricerca e nella creazione del set la renderà nota e l’aiuterà nel futuro, quando inizierà a fotografare da sola abbandonando la fotografia di moda e il lavoro in coppia.
Diane, in contrasto col mondo patinato che crea, si lascia libera di non rispettare i canoni di bellezza ed eleganza imposti dal glamour: porta spesso lo stesso abito, sostituisce la borsetta con gli shopper, non si cura del trucco né molto del proprio aspetto; talvolta le vengono assegnati dei servizi che realizza da sola, generalmente ritratti; inizia a formarsi un suo stile nella ripresa che non si ferma alla superficie di un volto.
Sono anni di grandi cambiamenti nella vita di Diane: nascerà la sua seconda figlia, Amy, nel 1954, e nel 1955 morirà la madre; nel frattempo Diane si accorgerà di non avere più alcun interesse per la fotografia di moda. Nel 1956 inizia a catalogare il proprio lavoro e a scattare da sola quello che vede intorno a sé, soprattutto il mondo della cultura alternativa che comincia a frequentare: happening, vernissage, letture, incontri.
Abbandona completamente la moda e lo studio di Allan e si iscrive ad un corso della fotografa Lisette Model. Questo incontro è il fulcro del cambiamento della sua vita e della sua fotografia. Lisette Model le apre una finestra su realtà per lei completamente nuove, la invita a guardare un mondo diverso e a guardarlo con i propri occhi. Per Diane è una rivelazione. È come se tutto si fosse capovolto. Il suo obiettivo non riesce a distogliersi da quello da cui la gente generalmente allontana lo sguardo: il diverso, l’imbarazzante, lo sgradevole, il brutto.
La sua fotografia cambia radicalmente e non solo per i soggetti. Abbandona la luce naturale e soffusa preferendole forti contrasti e luci ottenute anche con il flash (un vero insulto per l’arte fotografica a quel tempo!). Diane abbandona la fotografia di studio e si immerge dentro New York, dal centro alla periferia, fotografando soprattutto nei luoghi pubblici più popolari: le spiagge di Coney Island, Central Park, Times square, l’Hubert’s Dime Museum e il Circo delle Pulci, le balere di Harlem e le parate in strada. Sembra spinta da una nuova curiosità, da un nuovo modo di vedere ciò che l’aveva sempre circondata. Il contrasto tra il mondo ovattato nel quale era cresciuta e l’eccesso di cui la città è segno la colpisce profondamente.
Contemporaneamente trova nella lettura altri spunti: si appassiona di filosofia europea, buddismo e psicanalisi, ogni cosa che legge può essere un percorso per i suoi lavori futuri, per il nuovo modo di interpretare il mondo.
Nel 1959 la separazione dal marito Allan è completa sia dal lato professionale che da quello matrimoniale; decide di andare a vivere da sola con le due figlie e, malgrado lo spirito indipendente, impiegherà ben tre anni per darne notizia ai parenti.
Forte delle conoscenze e relazioni professionali stabilitesi negli anni inizia ad avere commissionati dei servizi di reportage. «Esquire» le richiede la vita a New York in 6 fotografie. Questo le permette di introdursi in ambienti altrimenti di difficile accesso e di portare avanti parallelamente il lavoro assegnato e la ricerca personale. Si avrà così una commistione fotografica sempre più ravvicinata tra professione e passione, che presto coincideranno. Diane diventa famosa per foto difficili, che interrogano lo spettatore con sguardi difficili da sostenere. Conosce Marvin Israel che diventerà ben presto il suo più importante consigliere e sostenitore, così come lo era stato per Richard Avedon e Lee Friedlander (a loro volta divenuti buoni amici di Diane) nonché suo amante. È lui che le fa conoscere il lavoro di August Sander, da cui rimane particolarmente colpita. Così come Sander si era dedicato alla documentazione del popolo tedesco Diane decide di dedicarsi ai newyorkesi in una sorta di indagine antropologica. Da qui, e dalla visione dell’omonimo film di Tom Browing Freaks inizia uno dei suoi lavori più noti, Freaks appunto, cercando i suoi soggetti nelle pieghe della città. Il suo non è più un contatto solo visivo e fotografico, ma personale. Nel 1960 «Esquire» pubblica il suo servizio The Vertical Journey con le sue didascalie; nel 1961 «Harper’s Bazaar» accetterà di pubblicare The full Circle, rifiutato da «Esquire», nello stesso anno scatterà Il gigante, una delle sue fotografie più note.
Contemporaneamente Diane inizia a far uso di droghe e psicofarmaci, stringe ancor più amicizia con Richard Avedon e Hiro, in una sorta di mutua ammirazione professionale e ricerca di progetti comuni, propone ai periodici progetti sempre più vicini alla sua sensibilità, tanto che in alcuni casi per la loro crudezza non vengono accettati, mentre con facilità pubblica i ritratti di celebrities dove viene apprezzata la sua capacità di rendere la personalità dei suoi soggetti. Trova favorevoli riscontri nelle istituzioni e nei musei, sia tra gli stessi fotografi sia tra i critici. Questo la sostiene, ma contemporaneamente la sua indagine la allontana sempre più da un itinerario tradizionale o rassicurante. Attraversa quella famelica curiosità propria degli anni Sessanta per gli stati di coscienza e forme di affettività non convenzionali, dove si confondono amicizie e relazioni, dove l’uso di allucinogeni, droghe e antidepressivi è considerato un modo per allargare i propri orizzonti. Proprio durante questo decennio la fotografia di Diane Arbus esprime una visione precisa e inconfondibile e riesce a mostrare come gli altri ci guardano. Le sue fotografie più celebri iniziano a farsi spazio sulle pareti di musei e gallerie. I suoi progetti si trasformano in progetti per libri, i suoi ritratti sono uno sguardo spietato sugli happy few, che infine non appaiono così diversi dai freaks, sempre e comunque “animali da circo”; nel 1964 il MOMA acquista 7 delle sue stampe.
Nel 1965 dà avvio al suo progetto The interior landscape, inizia a stampare le sue fotografie al vivo, senza cioè escludere neanche il bordo del negativo, e a usare con sempre più frequenza il flash sia di giorno sia di notte, dando così alle sue fotografie una netta drammaticità.
Insegna alla Parson School of Design ed è invitata a convegni, workshop ed incontri di fotografia, nel 1966 fotografa alla Factory di Andy Warhol, riceve una seconda borsa di studio della Guggenheim, «Harper’s Bazaar» le commissiona una serie di ritratti sugli artisti americani. Il 1966 è anche l’anno del suo primo ricovero per epatite e delle sue famose fotografie dei gemelli (che in seguito le varranno una citazione del suo amico Stanley Kubrik in Shining). Nel 1967 avrà la sua prima mostra personale: New Documents al Moma. L’esposizione la consacra come fotografa, il che non la ferma: nell’estate dello stesso anno seguirà sia il movimento pacifista sia il movimento favorevole alla guerra nelle marce di protesta. Sempre nel 1967 il «New York Magazine» le commissiona un servizio su Viva, una delle superstar della Factory di Andy Warhol, il direttore vuole foto «di cui si parli». Il risultato non mancherà: se ne parla così tanto che gli inserzionisti si risolvono a togliere pubblicità al giornale con un danno stimato di circa un milione di dollari.
Diane Arbus, ora accettata e celebrata, comincia ad essere invece evitata e rifiutata, considerata “non gradita” e imbarazzante.
Diane continua tuttavia a lavorare e inizia a pensare il libro Family album che sarà realizzato solo postumo nel 2003.
Resta questo un periodo difficile, ricoverata nuovamente per epatite interrompe gli psicofarmaci e ciò le causa violente crisi depressive, e continui sbalzi di umore.
In settembre, dimessa dall’ospedale, riprende con le lezioni alla Cooper Union, accetta di realizzare servizi di moda per bambini e per «Sport Illustrated».
Nel 1969 ottiene i permessi per fotografare gli interni delle strutture psichiatriche del New Jersey, è l’inizio della serie di immagini oggi conosciute come Untitled, che resterà il suo ultimo lavoro e sarà raccolto nel volume pubblicato nel 1995. È una serie di fotografie che ricorda molto da vicino il suo modo di fotografare di una decina di anni prima, con l’attenzione dell’indagine e la curiosità della scoperta. Fotografa in seguito case di cura e di riposo della Social Security Administration, ha diversi altri progetti e lavori su commissione da portare avanti; sempre di più diventano i musei e le gallerie che acquistano le sue fotografie; tra tutti spiccano Il Metropolitan Museum of Art e La Bibliotheque National de France; per il «London Sunday Times Magazine» ritrae nove leader femministe, tra cui Betty Friedan. Sempre nel 1969 inizia una terapia psicanalitica che non prevede l’uso di psicofarmaci; continua ad alternare servizi di moda per bambini, ritrattistica per i giornali e la sua ricerca. Nel 1970 progetta e realizza il preziosissimo volume A box of ten photographs: un portfolio confezionato in una scatola di plastica, disegnata da Marvin Israel, che può essere usata anche come cornice, messa in vendita a 1000 dollari nell’idea che possa interessare musei e collezionisti; delle 4 scatole vendute due saranno comprate da Richard Avedon. Sempre nel 1970 riceve il premio Robert Leavitt della American Society of Magazine Photographers.
Il 1971 lo inizia tenendo un corso trimestrale alla Westbeth Academy. L’anno continua per Diane tra alti e bassi: servizi commissionati, preparazione di mostre o convegni, l’invito alla Biennale di Venezia del 1972. Qualche volta i progetti non vanno in porto, le fotografie non sono pubblicate. Ma Diane decide che non è più il momento di andare avanti e nella notte tra il 26 e il 27 luglio si toglie la vita nella vasca da bagno, sarà Marvin Israel a trovarla due giorni dopo.
Nel 1972 le sue foto saranno alla Biennale di Venezia: per la prima volta, la fotografia americana arriva in Laguna.
L’intero archivio di Diane Arbus è conservato presso il Metropolitan Museum di New York.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Diane Arbus, An Aperture Monograph, New York, 1972, Aperture (oltre 450.000 copie stampate)

Patricia Bosworth, Diane Arbus, A Biography, New York 1984, 1995 e 2005, Newton & Co.

Diane Arbus, Magazine Work, New York 1984, Aperture

Diane Arbus, Untitled, New York, 1995, Aperture

Diane Arbus, Family Albums, 2003 Yale Universiity Press

Il film Fur (2006), interpretato da Nicole Kidman è sceneggiato sulla sua vita

Una selezione delle sue foto, in rete

Voce a lei dedicata suWikipedia

Giovanna Bertelli

Storica della fotografia e photoeditor. Ha lavorato per Electa, l'agenzia Grazia Neri, Fratelli Alinari, archivi del Touring Club Italiano, dell'Istituto Luce, dell'Ansaldo. Già docente a contratto (Storia della fotografia) presso l'Accademia di costume e moda di Roma, la Libera Università Maria SS. Assunta (Palermo), le Accademie di Belle Arti di Napoli, Palermo, Brera, oggi insegna Storia della fotografia presso l'Istituto Europeo di Design (Roma), e all'Università di Bari. Ha curato mostre fotografiche e libri su Tazio Secchiaroli, Federico Garolla, Federico Fellini.

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