Dorothy Leigh Sayers

Oxford 1893 - Londra 1957
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Tra tutte le scrittrici di gialli, Dorothy L. Sayers, è certo la più colta. Laureata a Oxford nel 1915 – fu una delle prime donne in Gran Bretagna ad attingere questa meta – medievalista piuttosto nota, autrice di ponderosi saggi di teologia e volumi di versi sperimentali, sembrava destinata a una brillante carriera accademica, quando pubblicò nel 1933 il suo primo mistery, Whose Body? (Peter Wimsey e il cadavere sconosciuto), il cui successo, seguito ben presto da quello di Clouds of Witness (Il gatto dagli occhi verdi, 1926) e di The Unpleasantness at the Bellona Club (Bellona Club, 1928), ne fece una delle autrici più popolari della narrativa di consumo. I motivi di questo improvviso cambiamento di rotta non avevano, in sé, nulla di misterioso: né le belle lettere né la vita accademica, allora, garantivano quella indipendenza economica cui la scrittrice aspirava, nella testarda determinazione di decidere da sola della propria vita, mantenendo presso di sé il figlio avuto fuori dal matrimonio e rifiutando il ruolo subordinato che la morale corrente assegnava, comunque, alle donne. La nuova professione non avrebbe significato una rinuncia agli interessi eruditi (nel 1935 sbalordì i circoli oxoniensi con una conferenza su Il racconto poliziesco secondo la Poetica di Aristotele e, alla fine della carriera, pubblicò per i Penguin Books la traduzione in versi delle prime due cantiche della Commedia di Dante), ma le avrebbe assicurato una popolarità (e un reddito) cui pochi medievalisti avrebbero potuto aspirare.
La cosa strana, in tutto ciò, è che questa anticonformista raggiunse e mantenne il successo attenendosi con scrupolo quasi maniacale alla tradizione consolidata. I suoi quindici romanzi incarnano il modello perfetto del “giallo classico all’inglese”: delitti straordinariamente elaborati commessi negli ambienti della nobiltà e dell’alta borghesia; impossibilità da parte della polizia di venirne a capo applicando le procedure tradizionali; necessità dell’intervento di una figura eccezionale – nel suo caso un dilettante di genio – per raccogliere e interpretare gli indizi, vagliare gli alibi e individuare, tra i tanti candidati, quello da destinare alla forca.
Tuttavia, le convenzioni del genere prevedono, com’è noto, un protagonista eccentrico. Sarà costui un giovane aristocratico, lord Peter Wimsey, fratello minore del duca di Denver, dandy in giusta misura, collezionista di libri rari, osservatore abbastanza scanzonato dell’ambiente sociale che gli è toccato in sorte e seguace geniale delle procedure abduttive codificate pochi decenni prima da Sherlock Holmes, con la differenza che lui può permettersi un cameriere personale al quale far raccogliere gli indizi e far pedinare i sospetti e stabilisce a priori i più cordiali rapporti con Scotland Yard, facendo in modo che il diligente, ma non brillantissimo, ispettore Parker sposi una sua sorella. In seguito, il personaggio avrebbe avuto un’ulteriore occasione di dimostrarsi affrancato dalle convenzioni dell’aristocrazia, unendosi in matrimonio con una fanciulla assolutamente fuori del suo giro, tale Harriet Vane, artista, conosciuta indagando su un delitto per il quale lei stessa era la principale indagata (Strong Poison – Veleno mortale, 1930 – e Busman’s Honeymoon – Un’indagine romantica, 1937). Le circostanze dell’incontro tra i due offriranno all’autrice l’occasione di una delle battute più sensazionali dell’intero genere poliziesco, quando il compitissimo aristocratico, che ha fatto visita alla sua futura cliente nel carcere in cui è rinchiusa, con ottime probabilità di condanna, le chiede, accomiatandosi, «Posso tornare a farle visita?» e lei gli risponde «Torni pure quando vuole, io non esco mai.» Sarà, comunque, un matrimonio felice. I romanzi della Sayers, in ogni caso, rappresentano la quintessenza del giallo d’indagine all’inglese: con le loro trame complicatissime, l’abbondanza di indizi e di indiziati e le loro soluzioni al limite dell’incredibile, rappresentano una sfida a ogni logica dell’indagine criminale. In effetti, è alle sue trame che pensava Raymond Chandler quando scriveva (nella Semplice arte del delitto) che nei gialli all’inglese le condizioni su cui il colpevole deve far conto per realizzare il suo scopo sono tali e tante che un assassino bisognoso di un così cospicuo aiuto della Provvidenza farebbe meglio a cambiare mestiere. E in effetti, quando lord Peter, esaurite le indagini, convoca i sospetti per inchiodare il colpevole, il lettore deve prepararsi a una trentina di pagine di spiegazioni, da seguire, possibilmente, prendendo qualche appunto su un apposito taccuino. In un caso, quello di The Five Red Herrings (Cinque piste false, 1931), è assolutamente necessario, per capirci qualcosa, disporre dell’orario delle ferrovie scozzesi valido per l’anno in corso. Anche la soluzione di The Nine Tailors (Il segreto delle campane, 1934) sfida l’ingegnosità di chiunque e richiede delle competenze assolutamente fuori dalla portata di qualsiasi appassionato. Ma non è il caso di preoccuparsene: il tutto è raccontato con una certa dose di understatement britannico, senza troppa pedanteria, dando spazio alle notazioni d’ambiente e a una caricatura sempre garbata degli usi e costumi della upper class britannica, per cui a cercare il bandolo della matassa si rinuncia praticamente da subito e ci si limita a seguire ammirati la prodezze dell’aristocratico investigatore. Alla fine, i conti torneranno sempre e se si sarà perduto qualche passaggio, beh, poco male. Diversamente da quanto credeva Chandler, il realismo, nel giallo non è obbligatorio.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Guido Almansi, Introduzione a Dorothy L. Sayers, Indagini romantiche, Milano 1993, pp. V- X

Barbara Reynolds, Dorothy Sayers – Her Life and Soul, London, 1993

Lia Volpatti, Dorothy Sayers, Rose rosso sangue e Lord Peter Wimsey, in Gian Franco Orsi e Lia Volpatti, C'era una volta il giallo – L'età d'oro del mistery, Milano 2005, pp.165-169

Carlo Oliva

Carlo Oliva (1943) è passato dall'insegnamento nei licei allo studio dell'ideologia del linguaggio e della narrativa di genere. Ha pubblicato molti saggi, qualche racconto e una Storia sociale del giallo (Lugano 2003). Ha tradotto in italiano romanzi di James Crumley, James Ellroy, Richard Ford, Jim Harrison e Jim Thompson. Ci ha lasciato nel 2012.

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