Elda Mazzocchi Scarzella

Milano 1904 - 2005
Download PDF

Elda Mazzocchi – nata a Milano il 14 dicembre 1904 da una famiglia dell’alta borghesia milanese – sposò giovanissima nel 1921 l’ingegnere minerario Enzo Scarzella e subito dopo il matrimonio i due sposi si trasferirono a Domusnovas, in Sardegna, dove gli Scarzella amministravano una tenuta. Qui Elda venne a contatto con un mondo che non conosceva, fatto di arretratezza e indigenza e si prodigò per migliorare le condizioni sociali della popolazione, specie delle donne e dei bambini appartenenti alle famiglie più povere. Ma già nell’estate seguente, quella del 1922, rientrava temporaneamente a Milano per dare alla luce la primogenita, Isabella; cinque anni più tardi sarebbe nato a Milano anche il secondogenito, Alberto.
Tornata a Domusnovas nell’inverno del 1923, stimolò l’avvio di una scuola materna comunale e, forte dell’esperienza milanese che era allora un vivaio di sperimentazioni pedagogiche, fece conoscere alla maestra incaricata di gestirla il metodo didattico della “Scuola Rinnovata” di Giuseppina Pizzigoni. Tale metodo poneva particolare attenzione all’utilizzo dei materiali offerti dalla natura e alla promozione dell’attività agraria e le mise provvisoriamente a disposizione un vasto locale con uno spazioso cortile per far stare il più possibile i bambini all’aperto, incaricandosi di gestire personalmente l’organizzazione della mensa, aperta anche alle madri durante il periodo dell’allattamento. Ma all’inizio degli anni Trenta l’asilo infantile non aveva ancora una sede adeguata, perché il comune non poteva sobbarcarsi l’onere finanziario della costruzione dell’edificio. Ancora un volta Elda si diede da fare, chiedendo donazioni ai suoi amici facoltosi e organizzando manifestazioni di beneficenza (con tanto di banda del reggimento militare, suonatori di launeddas, donne in costume sardo, buffet, lotteria e, perfino, un cammello come attrazione principale della festa) per la raccolta di denaro, fino a quando fu possibile edificare il nuovo asilo, che venne inaugurato il 2 luglio del 1933. La realizzazione del suo sogno coincise, però, con il momento di lasciare la Sardegna e stabilirsi definitivamente in Lombardia, poiché il marito aveva ormai bene organizzato il lavoro nella tenuta e gli sarebbe stato sufficiente tornare in Sardegna due volte all’anno.
A Milano, durante l’occupazione nazista, Elda fornì assistenza clandestina agli ebrei e collaborò con diversi enti a favore dei bisognosi e dal 25 aprile 1945 – quando il capoluogo lombardo divenne il centro di raccolta e di smistamento di migliaia di profughi reduci dai campi di concentramento della Germania e della Polonia ed anche dai territori di guerra nella lontana Russia – fu incaricata dal Comitato di liberazione del nord Italia di organizzare la prima opera di soccorso ai reduci. Istituì, quindi, presso la sede dell’Unione femminile – avvalendosi dell’aiuto di diversi volontari, tra cui il figlio e il marito – un Centro di assistenza ai rimpatriati, che si recava in bici ad accogliere alla Stazione Centrale, dove arrivavano i primi convogli. Tra i tanti casi che le si presentarono, c’erano anche quelli di madri arrivate dai campi tedeschi con figli concepiti durante la prigionia, spaventate dalla prospettiva di un possibile ritorno nella famiglia d’origine e allo stesso tempo contrarie all’idea di entrare in un istituto.
Proprio dall’esigenza di fornire assistenza alle reduci gestanti e madri nacque l’idea di dar vita a quello che sarebbe diventato il “Villaggio della madre e del fanciullo” e che – diversamente dalle forme di assistenza allora fornite alle madri nubili, fondate sulla colpevolizzazione della “ragazza madre” e sulla separazione dal “figlio del peccato” – voleva offrire alle donne un luogo accogliente, ricco di stimoli affettivi e culturali, dove portare a termine serenamente la gravidanza in un ambiente simile a quello familiare, aiutando le mamme, sin dai primi mesi della gestazione, a liberarsi da quei sensi di colpa e di inadeguatezza che inevitabilmente finivano per interferire con l’accettazione del bambino e ne influenzavano negativamente lo sviluppo ancor prima della nascita. Il progetto trovava una conferma nella struttura stessa del Villaggio: non un anonimo istituto, ma varie casette in un accogliente giardino, in cui ogni ospite aveva la sua camera, che poteva arredare secondo il suo gusto.
Elda inaugurò il primo nucleo di quello che sarebbe poi diventato il “Villaggio della madre e del fanciullo”, composto inizialmente da sei casette per donne e mamme in difficoltà, nei giardini di Palazzo Sormani il 12 ottobre dello stesso anno, grazie anche al sostegno che diede a questa sua iniziativa il primo sindaco socialista della città da poco liberata, Antonio Greppi, che di lei disse che era “più intraprendente di tante donne e più determinata di tanti uomini”. Rispetto ad altre istituzioni assistenziali del tempo, nel Villaggio non vi erano condizioni prestabilite per l’accettazione e il ricovero non aveva una scadenza prestabilita, per permettere alle ospiti un allattamento sereno e la ricerca di una adeguata sistemazione dopo la dismissione dal Villaggio. Vi erano accolte madri bisognose di assistenza, senza distinzione tra legittime (come donne profughe, sfrattate, con marito in carcere o disoccupato, vedove, convalescenti dimesse dalla clinica dopo il parto) e madri illegittime (giovani cacciate dalla famiglia, abbandonate, in attesa di regolarizzare la situazione con il padre del bambino). Grazie alla sua buona organizzazione, il Villaggio poté accogliere eccezionalmente anche bimbi senza madre e qualche caso di non maternità, come quello di tre ragazze profughe forestiere; venne realizzato anche un asilo nido.
Nella primavera del 1946, Elda Mazzocchi iniziò inoltre a frequentare i giovani presso il carcere di San Vittore. La situazione in cui molti di essi versavano la spinse a chiedere l’aiuto dell’avvocato Edoardo Majno – figlio di Luigi Majno e della fondatrice dell’Unione Femminile Ersilia Bronzini Majno, amici di famiglia – per realizzare un ente finalizzato al sostegno dei minori sottoposti a misure di sicurezza non detentiva e che necessitavano di un trattamento diverso rispetto a quello riservato agli adulti e alle loro famiglie. La proposta era quella di creare presso ogni Corte d’appello un Ente ausiliario del Tribunale per i minorenni per assistere questi ragazzi;  l’anno seguente, nella sede del “Villaggio della mamma e del bambino”, Elda affiancò al primo tirocinio pratico-teorico per assistenti sociali, da lei istituito e diretto, anche il primo tirocinio pratico-teorico per assistenti giudiziari, della durata di tre anni.
Ma, a partire dal 1953, l’amministrazione cittadina l’aveva invitata ad abbandonare Palazzo Sormani, dove sarebbe sorta la nuova biblioteca comunale e così nel 1957 avvenne il trasferimento del Villaggio in un’area concessa dal Comune in Via Goya, presso il Quartiere sperimentale dell’Ottava Triennale (QT8), in zona San Siro, all’interno di una moderna struttura progettata dal figlio di Elda, l’architetto Alberto Scarzella, che è ancora la sua sede. Costituito da diverse unità interdipendenti, il nuovo Villaggio ospitava gli appartamenti delle mamme, chiamati focolari, il nido, la casa del parto, la cappella, con una Via Crucis di Gio e Arnaldo Pomodoro, uffici per le assistenti sociali, la presidenza, la segreteria e la biblioteca; e, ancora, spaccio, magazzini e locali per la ricreazione collettiva. Negli anni Sessanta sarebbero poi stati inaugurati la scuola artigianale, aperta anche agli esterni e il pensionato Betulla, destinato a quelle mamme che, pur avendo acquisito un’autonomia lavorativa, non potevano fare rientro nelle loro famiglie da cui erano state rifiutate. Nel 1976, infine, venne inaugurato anche il Consultorio Familiare. Inoltre, la nuova e più ampia collocazione permise di ampliare l’attività del Villaggio anche al periodo prenatale, con l’introduzione di un percorso di psicoprofilassi al “parto in casa”, praticato all’interno della clinica ostetrica presente nella struttura. Dalla sua fondazione ad oggi la struttura ha attraversato diverse vicissitudini finanziarie, ma è sempre riuscita a rialzarsi, grazie soprattutto a molti generosi benefattori: nel 1985 a garantirne la sopravvivenza fu un intervento in extremis della cantante Fiordaliso, che mobilitò l’attenzione dei media con una conferenza stampa in cui rese pubblica la sua storia di madre nubile e la sua esperienza di ospite al Villaggio e che incise per l’occasione un disco, devolvendone al Villaggio il ricavato.
Intanto Elda, raggiunta la soglia dei novantaquattro anni, pubblicava la sua autobiografia, Percorso d’amore, che le meritò nel giugno 1998 il premio nazionale Alghero Donna di letteratura e giornalismo. Così il figlio ricorda quel viaggio in Sardegna con la madre:

«Venni con mia madre in occasione del premio letterario, e lei volle anche tornare a Domusnovas per la prima volta dopo l’addio alla Sardegna. Fino ad allora era stata solo a Cagliari per un convegno internazionale sul prenatale e sui primi tre anni di vita del bambino. Io l’ho accompagnata, e sono rimasto scioccato dall’accoglienza. Sembrava fosse arrivata una santa. Processioni interminabili di persone che venivano a ossequiarla, giovani che la volevano conoscere, incuriositi dai racconti ricorrenti dei nonni. Tutto il paese si era dato da fare per raccogliere testimonianze fotografiche dell’epoca per poi farle ripulire da un fotografo professionista e allestire una mostra che documentasse il decennio di permanenza di mia madre nella loro comunità. Non potevo credere a quello che vedevo».

Alla soglia degli anni Duemila, pur rimanendo presidente onoraria del Villaggio, si ritirò gradualmente a vita privata, spegnendosi, più che centenaria, a Milano il 6 maggio 2005. Di lì a poco la giunta comunale le avrebbe tributato gli onori del Famedio annoverandola tra le personalità più in vista della città.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Elda Mazzocchi Scarzella, Percorso d’amore, Giunti, Firenze 1998

Chiara Gualdi, Elda Mazzocchi Scarzella (1904-2005): una vita al servizio di madri e bambini, in «RSE. Rivista di storia dell’educazione», n. 2, 2017

Rossana Di Fazio e Margherita Marcheselli (a cura di), La Signorina Kores e le altre. Donne e lavoro a Milano (1950-1970), Enciclopedia delle donne 2016

Graziella Gaballo

Già insegnante di materie letterarie, si occupa da tempo di storia delle donne: le sue ultime ricerche hanno riguardato il movimento femminista degli anni Settanta a Genova; la storia dell’Unione Femminile; l’impegno delle mazziniane per l’emancipazione delle donne. È redattrice di “Quaderno di storia contemporanea” e socia della Società italiana delle Storiche (Sis) e della Società Italiana per lo studio della Storia Contemporanea (Sissco). Ultimamente sta imparando a fare la nonna, e le piace molto.

Leggi tutte le voci scritte da Graziella Gaballo