Elena Paciotti

Roma 1941 - vivente
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Nel 1965 otto donne entrano in servizio per la prima volta nella magistratura italiana, chiudendo una pagina di scandalosa discriminazione. La fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta sono un periodo di svolta nella magistratura. Il Congresso di Gardone dell’Associazione Nazionale Magistrati del 1965 segna l’adesione matura della magistratura italiana alla nuova tavola di valori della Costituzione repubblicana. Nel dibattito interno all’Anm, viva è la dialettica tra gruppi che si confrontano sui temi generali della giustizia e nel 1964, accanto alle correnti Terzo Potere e Magistratura Indipendente, si era formata Magistratura democratica, un nuovo raggruppamento fortemente innovativo per l’accento posto sulla apertura alla società.

Elena Paciotti, entrata in magistratura nel 1967, con il secondo concorso cui sono ammesse le donne, ha ricordato lo stupore e le perplessità dei genitori per la sua scelta: “In effetti, avendo cominciato a lavorare a diciott’anni, subito dopo la maturità classica, a venticinque, già laureata da tre, godevo di un’ottima collocazione come capo ufficio nell’ambito dei servizi legali di una società multinazionale e di un stipendio che era il doppio della prima retribuzione mensile da uditore giudiziario (pari, allora, a lire 125.000)”1.

Assegnata al Tribunale di Milano, Elena Paciotti ha rievocato i suoi primi passi in magistratura:

“L’ambiente giudiziario milanese era più vivo che altrove, sebbene pochissimi fossero i magistrati milanesi. A Milano, sede disagiata, per l’alto costo della vita, erano assegnati d’ufficio numerosi giovani, che, pur fra molte difficoltà, soprattutto economiche, con le loro aspirazioni, la loro curiosità, rendevano interessante questa nuova esperienza. Era un mondo in rapida evoluzione, una società in movimento, in cui il boom economico del dopoguerra aveva reso agevole, come io stessa avevo sperimentato, trovare lavoro e in cui quindi poteva funzionare l’ascensore sociale: al contrario di oggi, le disuguaglianze sembravano poter diminuire. Grazie alla ‘modernità’ del contesto milanese, in cui non erano poche le donne avvocato, le giovani donne magistrato non incontrarono particolari difficoltà, a differenza di quanto capitava nei più statici e conservatori uffici di altre regioni, salvo alcuni atteggiamenti paternalistici che oggi fanno sorridere, come quello dell’anziano presidente di un collegio penale che raccomandava di non far leggere alla giovane collega il testo che veniva sottoposto al giudizio del tribunale perché offensivo del comune senso del pudore”2.

È naturale per Elena Paciotti l’impegno nell’associazionismo giudiziario, tanto che già nel settembre 1970 è designata a svolgere per Magistratura Democratica la relazione sul tema Eguaglianza dei cittadini e la giustizia nel XIV Congresso nazionale dell’Associazione Nazionale Magistrati. Da allora riveste ruoli di primo piano in Magistratura Democratica, anche con una costante collaborazione alle riviste Quale Giustizia e poi Questione Giustizia.

Nel 1986 è la prima donna ad essere eletta al Consiglio Superiore della Magistratura, esperienza che conclude con un forte gesto:

“L’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga apre un conflitto senza precedenti con il Csm, pretendendo di avere il monopolio dell’ordine del giorno del Csm, in realtà non volendo che esso discuta dei rapporti fra capi e sostituti nelle procure. Io allora facevo parte del Csm e, non avendo altri mezzi per contrastare una pretesa che consideravo illegittima, mi dimisi per protesta dal Csm. Rinnovato il Csm, Cossiga arrivò al punto di inviare un ufficiale dei carabinieri alla seduta nella quale si sarebbe dovuto discutere di questioni analoghe, sempre riguardanti i rapporti di potere all’interno delle procure. Contro questa iniziativa l’Associazione nazionale magistrati indisse immediatamente, il 3 dicembre 1991, uno sciopero che ottenne una partecipazione altissima”3.

Nell’Associazione Nazionale Magistrati è stata Segretaria generale e Vicepresidente nel 1982-1983 e poi per due volte Presidente, nel 1994-95 e nel 1997-98, prima e finora unica donna ad aver ricoperto questa carica. Nel corso dell’ultimo mandato, Elena Paciotti si trova alla guida dell’Anm in un momento di forte contrasto sulle proposte di riforme costituzionali in tema di Csm e di assetto del pubblico ministero elaborate dalla Bicamerale D’Alema.

La linea di Elena Paciotti, ferma sui contenuti essenziali, rifugge da ogni chiusura corporativa ed è aperta alle prospettive di riforme utili, è espressa nella relazione introduttiva del XXIV Congresso nazionale tenuto a Roma il 29 gennaio 1998:

“Da tempo auspichiamo e sosteniamo radicali riforme della giustizia, di cui vi è urgente bisogno, anche quando risultino un po’ scomode per non pochi dei nostri associati. […] L’unica via che noi possiamo ragionevolmente percorrere, nel rispetto della sovranità popolare, è quella di argomentare nel merito delle proposte. Senza dietrologie, senza giuridicismi, senza polemiche. […] Riteniamo perciò che, salvate le linee di fondo di un quadro costituzionale che, per quanto concerne la magistratura ordinaria, ha assolto al suo compito di garantire l’indipendenza dei magistrati, molto si possa e si debba fare per guarire le pecche e le disfunzioni della giustizia”4.

Questo approccio rispettoso, pur nel dissenso, delle prerogative della politica induce il Presidente della Repubblica Scalfaro a esprimere, intervenendo nel Congresso, il suo apprezzamento per la relazione Paciotti: “Presidente Paciotti, non credo di squilibrare la mia posizione nel dire che condivido tutta la sua relazione. Ne condivido anche i particolari”5.

Nel 1999 si candida e viene eletta deputata al Parlamento Europeo per il Partito dei democratici di Sinistra. Nell’ambito del mandato parlamentare, è stata membro titolare della Commissione per le Libertà Pubbliche e i Diritti dei Cittadini, la Giustizia e gli Affari Interni, della Commissione per i Diritti della Donne e le Pari Opportunità e membro supplente della Commissione Giuridica. Come rappresentante del Parlamento europeo ha fatto parte, insieme con Andrea Manzella, Piero Melograni e Stefano Rodotà, della Convenzione che ha redatto la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea (novembre 1999 – settembre 2000), nonché alla Convenzione sul Futuro dell’Europa (presidente Valéry Giscard d’Estaing, vicepresidenti Giuliano Amato e Jean-Luc Dehaene) che ha redatto il progetto di Trattato costituzionale dell’Unione europea (febbraio 2002-luglio 2003). Pur non essendo imposto da alcuna norma Elena Paciotti rassegna le dimissioni dalla magistratura.

Al termine del mandato europeo un nuovo terreno di azione: dal gennaio 1999 al gennaio 2018 è Presidente della Fondazione Lelio e Lisli Basso-Issoco (www.fondazionebasso.it), continuando il suo impegno nell’organizzazione di studi e ricerche sui temi della costruzione europea. Dal 2006 è responsabile dell’Osservatorio sul rispetto dei diritti fondamentali in Europa promosso dalla stessa Fondazione Basso, un servizio di informazione e di approfondimento, riconosciuto a livello nazionale e internazionale, che offre un monitoraggio sistematico del materiale giurisdizionale e normativo connesso con la tutela dei diritti fondamentali in Europa, il cui sito (www.europeanrights.eu), pubblicato in tre lingue (italiano, inglese e francese), ha già registrato oltre ventuno milioni di accessi.

Questo impegno ultimo sul tema dei “diritti” ci riporta a Elena Paciotti, all’inizio della carriera in magistratura, relatrice nel 1970 sul tema Eguaglianza dei cittadini e giustizia. Scrivendo su La donna nelle istituzioni e in magistratura Elena Paciotti conclude sul principio costituzionale di eguaglianza:

“Per la differenza di sesso tale principio […] non deve significare omologazione al modello maschile, ma rimozione delle situazioni di svantaggio per alcuni aspetti e, per altri, riconoscimento e tutela di quella differenza che è costitutiva dell’identità femminile. Quali siano le situazioni di svantaggio da superare e le differenze da garantire non può che essere pensato e detto dalla cultura femminile, che deve elaborare autonomamente il suo pensiero su questi temi, partendo dalle proprie esigenze e dai propri desideri, a prescindere da tentazioni di atavica adesione ai modelli correnti, immaginati da altri secondo altre esigenze e altri desideri. Solo una simile elaborazione, che è creazione di cultura, può aspirare a confrontarsi con i modelli dati per creare un diritto della differenza sessuale che sia capace di mediare il conflitto fra i sessi. La presenza delle donne nelle istituzioni avrà una rilevanza qualitativa determinante se potrà e saprà essere portatrice di questo progetto: e le mediazioni che via via ne scaturiranno saranno conquiste di democrazia per l’intera umanità”6.

  1. E. Paciotti, Sui magistrati. La questione giustizia in Italia, Laterza, Roma- Bari 1999, pp. 8-9.  ^
  2. E. Paciotti, Breve storia della magistratura italiana, ad uso di chi non sa o non ricorda, in Questione Giustizia on line 7.3.2018.  ^
  3. E. Paciotti, Breve storia, cit.  ^
  4. Vedi “La Magistratura”, n.1 1998 pp. 2 sgg. e “Questione Giustizia” n. 1, 1998, pp. 95 sgg.  ^
  5. Dichiarazione riportata in Il Capo dello Stato “condivide” le critiche dell’Associazione Magistrati alla Bicamerale. Scalfaro si schiera con i giudici, «Corriere della Sera», 30 gennaio 1998, p. 1 e p. 3.  ^
  6. In “Questione giustizia”, n.1, 1989, pp. 248-249.  ^

Edmondo Bruti Liberati

Edmondo Bruti Liberati (Ripatransone, 10 ottobre 1944) in magistratura dal 1970 ha svolto a Milano le funzioni di giudice, di giudice di sorveglianza e di pubblico ministero. È stato dal 2010 al 2015 Procuratore della Repubblica di Milano, componente nel 1981 del Consiglio Superiore della magistratura. Impegnato nell’associazionismo giudiziario è stato presidente di Magistratura Democratica e presidente della Associazione Nazionale Magistrati. Autore di numerose pubblicazioni in materia di diritto penale e penitenziario, organizzazione giudiziaria. Ha pubblicato, tra l’altro, Autogoverno o controllo della magistratura? Il modello italiano di Consiglio superiore (con Livio Pepino, Feltrinelli, 1998); Giustizia e referendum. Separazione della carriere. Csm. Incarichi extragiudiziari (con Livio Pepino, Donzelli, 2000). Il suo ultimo volume è del 2018, Magistratura e società nell’Italia repubblicana (Laterza).

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