Elena Zareschi

Buenos Aires 1916 - Lucca 1999
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Luigi Lazzareschi (un commerciante nato a Borgonuovo, una frazione di Capannori) e Gesuina Santini (di Loppeglia, nel comune di Pescaglia) si erano trasferiti per lavoro in Argentina, il paese in cui vissero diciassette anni e in cui nacquero i loro primi sei figli, tra i quali Elina nata a Haedo nei pressi di Buenos Ajres il 23 giugno 1916.

Rientrati in Italia nel 1923, si stabilirono a Lucca dove Luigi Lazzareschi aveva dei beni da curare e dove nacquero le ultime due figlie, Brunilde e Giselda.

Spettatrice del mio teatrino,
scalini di pietra alle spalle,
la strada il mio palcoscenico,
attore misterioso l’uomo,
sogno la mia commedia.

Sono le parole con le quali Elina Lazzareschi (in arte Elena Zareschi) ricorda la sua passione per il teatro sin da bambina.

Elina esprime presto il desiderio di fare l’attrice, ma solo nel ’36, dopo essersi diplomata alle Magistrali a Lucca e dopo la morte del padre, ottiene dalla mamma il permesso di trasferirsi a Roma con la sorella Anna per frequentare il Centro sperimentale di Cinematografia.

Sin dagli inizi della sua carriera, e ancor prima durante il percorso formativo al Centro Sperimentale di Cinematografia diretto da Luigi Chiarini, la Zareschi si distinse sia per il suo carattere deciso, che per le sue convinzioni artistiche e professionali. Fu particolarmente attenta alla scelta del repertorio, alle traduzioni, ai rapporti con i registi, e fu anche molto esigente nei confronti dei suoi compagni di scena. Il precoce interesse verso il mondo del cinema (significative furono le esperienze degli esordi nei film di Umberto Barbaro, Ferdinando Poggioli e Giovacchino Forzano) fu soppiantato dall’impegno e dalla dedizione quasi religiosa verso il teatro che, come uno strumento di redenzione individuale, fu vissuto dalla Zareschi con rigore quasi sacrale, come una palestra di vita, di sacrificio e di sofferenza.

La Zareschi, formatasi come attrice cinematografica, si avvicinò dunque al teatro grazie ad alcune tra le esperienze artistiche più innovative del Novecento italiano, come nel caso del Teatro delle Arti di Anton Giulio Bragaglia, dove debuttò nel 1939, prima in Taccuino spagnolo di Lamberti Sorrentino e successivamente nel primo allestimento italiano di Nozze di Sangue di Federico Garcia Lorca – spettacolo censurato alla vigilia del debutto dal governo fascista. “Un grande successo, a porte chiuse” scriverà Elena nei suoi ricordi.

La formazione anomala e multidisciplinare inserisce di diritto l’attrice in quel gruppo che Claudio Meldolesi ha definito “attori indipendenti”, attori che in qualche modo si erano formati da soli, senza mediazioni familiari, “quelli che all’interno della crisi teatrale che ha attanagliato il Novecento trovarono, essendo inassimilabili dal sistema, un teatro che in un modo o nell’altro si impegnò ad isolarli”. La Zareschi, nel corso di tutta la sua carriera artistica, ebbe la consapevolezza di far parte di questa schiera, ed affrontò autonomamente un proprio percorso di resistenza nei confronti di un sistema teatrale di cui non accettò mai pienamente i presupposti e le regole. Gran parte di questa battaglia fu combattuta nei confronti del ruolo e delle funzioni del regista, che con il suo strapotere, a detta dell’attrice, tendeva ad annullare il ruolo dell’interprete: nascondendosi dietro l’intento di distruggere il “divo” vecchia maniera, in questo modo ponendo le basi della distruzione dell’attore creando al contempo un divismo della regia. Lo spettacolo, per l’attrice lucchese, corse così il rischio di diventare la prefabbricazione di un prodotto piuttosto che vera arte.

In questo contesto la carriera della Zareschi fu segnata dagli incontri con Giovacchino Forzano, Tatiana Pavlova, Paola Borboni e soprattutto Memo Benassi, con cui affrontò per la prima volta alcuni tra i suoi autori prediletti, quali William Shakespeare (Amleto), Henrik Ibsen (Hedda Gabler), Gabriele D’Annunzio (La fiaccola sotto il moggio). Furono altrettanto fondamentali gli incontri con Giorgio Strehler (nella prima storica stagione del Piccolo Teatro di Milano) e Luchino Visconti (in un celebre allestimento del Troilo e Cressida di Shakespeare al Giardino di Boboli di Firenze).

Ma il terreno fertile sul quale l’attrice sviluppò maggiormente il suo percorso artistico fu la tragedia classica o d’ispirazione classica; i critici del tempo sottolinearono il suo talento sin dalle sue prime interpretazioni su palcoscenici quali il Teatro Olimpico di Vicenza e, soprattutto, il Teatro Greco di Siracusa. Il suo corpo di statura elevata e la sua figura nobile e altera la resero, tra gli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta, un volto celebre delle scene e del teatro televisivo del nostro paese. Grazie ai suggerimenti del maestro Memo Benassi (uso della voce, della figura e della maschera) la Zareschi divenne un importantissimo veicolo di trasmissione di una cultura teatrale spesso distante dal repertorio e dagli interessi del sistema produttivo italiano. Negli stessi anni Elena condivise la scena dei maggiori palcoscenici italiani con Vittorio Gassman, con il quale dette vita, insieme a Luigi Squarzina, alla Compagnia del Teatro Nazionale, interpretando testi quali Tieste di Seneca (nel ruolo della Furia) nuovamente l’Amleto di Shakespeare (questa volta nel ruolo della regina Gertrude) e L’Oreste di Vittorio Alfieri.

Insieme ad un repertorio prettamente d’ispirazione classica non furono rare le incursioni della Zareschi nella drammaturgia contemporanea, in primo luogo con il Teatro di Pirandello (insieme a Paola Borboni negli anni Quaranta), poi con le rappresentazioni dei testi di Gabriele D’Annunzio e successivamente nelle interpretazioni di nuove proposte teatrali quali quelle di Ugo Betti (Delitto all’isola delle capre, Corruzione al Palazzo di Giustizia). Questa commistione di classicità e contemporaneità (in alcuni casi anche spregiudicata) portò l’attrice a interpretare le vicende e i personaggi delle tragedie classiche, trasferendone il senso dell’attualità e dell’inquietudine e, inversamente (come giustamente fu evidenziato in un articolo di Giovanni Calendoli apparso ne «Il Dramma» nel luglio del 1966), nel dramma moderno e nella tragedia romantica essa riuscì a individuare gli elementi classici, grazie ad una sensibilità lungamente esercitata nella tragedia classica.

L’obiettivo della ricerca interpretativa della Zareschi fu quella di ricercare l’intensità, l’attualità e la verità della tragedia, risultato a cui spesso giungeva aiutata da registi come Orazio Costa, che insieme a lei trovavano nel testo un dinamismo vivace e intensamente espressivo. Il risultato fu quello di avvicinare la tragedia ad un pubblico moderno, pur lasciando intatte le caratteristiche essenziali e dominanti, ma ricevendone e sottolineando con gusto attuale i valori originari.

L’ultima sua apparizione sulle scene è del settembre 1990 al festival di Todi, protagonista di Rosario di De Roberto, accolta dal pubblico con una lunga ovazione e, alla fine dello spettacolo, sommersa dagli applausi per la sua straordinaria interpretazione che viene così recensita da Masolino D’Amico:

[…] la partecipazione di Elena Zareschi lo solleva a quote alle quali non eravamo abituati. Dov’era stata la vecchia leonessa durante tutti questi anni? Ripenso al suo ingresso in scena in cima ad una scalinata, che poi viene discesa maestosamente, rifiutando ogni aiuto; al suo insediamento al centro della stanza, su di una poltrona che diventa trono, alla sua autorità incontrovertibile fatta di niente, silenzi pesantissimi, sguardi che fulminano, […] chi vuol vedere la presenza scenica quella vera, corra a Todi. Non capita tutti i giorni.

Oltre il teatro, la poesia fu per la Zareschi il principale mezzo di espressione della profondità dei sentimenti, “un’arte che aveva scoperto di possedere a differenza del teatro, arte quest’ultima, dal quale si è posseduti”. Ed è proprio nella scrittura di poesie e di numerosi appunti, aforismi e pensieri che la Zareschi si rifugiò, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, fino alla sua scomparsa il 31 luglio 1999.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

G. Calendoli, Elena Zareschi, in «Il Dramma», n° 358, luglio 1966

C. Meldolesi, Fondamenti del Teatro Italiano. La generazione dei registi, Firenze, Sansoni, 1984

M. Paladini, Memo Benassi, Attore indipendente, Parma, Silva Editore, 1997

R. Schiavo, Elena Zareschi, la grande tragica del teatro italiano, Vicenza, Accademia Olimpica, 2002

L. Visconti, Il mio teatro, a cura di C. d’Amico De Carvalho e R. Renzi, vol. 2, Bologna, Cappelli, 1979

L. Zurlo, Memorie inutili. La censura teatrale nel ventennio, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1952

Brunilde Lazzareschi e Cataldo Russo

Brunilde Lazzareschi, sorella di Elina, ha vissuto con lei gli ultimi anni a Lucca e ha dedicato oltre 20 anni alla conservazione e valorizzazione della memoria della attrice.

Cataldo Russo, laureato in storia del teatro e dello spettacolo presso l'Università di Firenze con il Prof. Siro Ferrone, nel 2009 ha ottenuto il titolo di dottore di ricerca presso l'ateneo fiorentino con una tesi dal titolo L'archivio di un'attrice. Elena Zareschi. È responsabile del settore formazione del Teatro del Giglio di Lucca. Come regista teatrale ha curato allestimenti lirici in importanti teatri italiani ed esteri.

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