Else Ernestine Neuländer-Simon

detta Yva

Berlino 1900 - Majdanek 1942
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Else Neulander è la figlia più giovane di una famiglia della borghesia ebrea berlinese. Il padre muore quando lei ha 12 anni e la madre mantiene la famiglia di nove figli con il suo lavoro di modista.
Riceve probabilmente la sua formazione nella scuola di fotografia Lettone, la Lettehaus di Berlino, e compie il suo tirocinio di 6 mesi in uno studio cinematografico. Nel 1925 apre il suo studio a Berlino con lo pseudonimo “Yva”. Nel 1926 lavora brevemente con il pittore e fotografo Heinz Hajek-Halke e verso la fine degli anni Venti si specializza nella fotografia pubblicitaria e di moda, nel nudo e nei ritratti di ballerine. Collabora con riviste illustrate e periodici come «Gebrauchsgraphik», «Die Dame», «Elegante Welt» e «Berliner Illustrierte».
L’innovativa e sperimentale fotografia di Yva, caratterizzata da una raffinata illuminazione teatrale e dalle esposizioni multiple, diviene la cifra inconfondibile che la distinguerà sino alle ultime produzioni. Yva perfeziona questa tecnica di esposizione (scattando fino a sei, sette volte sullo stesso negativo) che le permette di creare immagini dall’atmosfera onirica e irreale, guadagnando il riconoscimento del mondo della fotografia berlinese e non solo. Recensioni sulla sua opera sono state scritte da Hans Bohm in «Der Fotofreund». Nel 1927 espone alla Neumann Nicrendorf Gallery e partecipa a mostre internazionali negli anni successivi. Nel 1929 espone nella mostra Film und Foto di Stuttgart, nel 1932 partecipa alla I Biennale Internazionale d’Arte Fotografica di Roma, nel 1933 alla mostra The Modern Spirit in Photography alla Royal Photographic Society di Londra, e a La Beauté de la femme, I Salone Internazionale di fotografia di nudo a Parigi.
Nel 1930 avvia una collaborazione alle foto-storie Ullstein sulla rivista «UHU», producendo ventisette storie, venti delle quali furono pubblicate prima che «UHU» fosse obbligata a chiudere.
Nello stesso anno ingrandisce il suo laboratorio traslocando in Bleibtreustrasse e nel 1934 sposa Alfred Hermann Simon che si occuperà della gestione dello studio, trasferito poi in uno ancora più grande in Schlüterstraße. Qui, nel giardino pensile, Yva fece i primi esperimenti anche con la fotografia a colori. Al culmine della sua carriera Yva aveva assunto dieci impiegati tra cui anche il giovane Helmut Neustadter che diventerà qualche anno dopo il famoso fotografo di moda Helmut Newton. Nel suo diario egli racconta l’esperienza di apprendista nello studio Yva. «Alfred Simon, suo marito, mi è sempre sembrato un perfetto idiota ed era lui il manager dello studio. Yva faceva foto di moda oltre che ritratti di ballerini, attori e attrici. Curava diversi cataloghi di intimo che a me piacevano tantissimo». E continua: «Nello studio Yva si comportava come la regista di un film. Gli assistenti preparavano la messa in scena, ma poi era lei a scattare».
Nel 1936 Yva cominciò a pianificare la sua emigrazione dopo che lo studio era stato “arianizzato” dai nazisti.
Mentre lei era ancora a Berlino altre fotografe avevano già lasciato la Germania. Nel 1933 Gisèle Freund scappa a Parigi con un rullino che denuncia le violenze naziste; la ritrattista Elli Marcus apre uno studio a Parigi e in seguito a New York; Lucia Moholy va in Austria, a Parigi poi a Londra; Grete Stern si trasferisce a Londra e poi a Buenos Aires. Nel 1934 la ritrattista Lotte Jacobi emigra a Londra e poi a New York; nel 1936 Marianne Breslauer se ne va ad Amsterdam e poi a Zurigo. Annah Hoch invece dal 1938 si ritirerà, come se fosse in clandestinità, in una casa a Heiligensee nella periferia di Berlino.
Scrive ancora Newton: «…Yva era nella stessa posizione in cui si era trovato mio padre con la sua impresa. Da molti anni era una vera potenza creatrice, ma per osservare ufficialmente la norma di “arianizzazione”, un’amica di Yva, la storica dell’arte Charlotte Weidler[1], dovette assumere la carica fittizia di direttrice dello “Studio Yva” permettendole di conservarne l’attività. Da allora le sue foto apparvero con il nome “Presse-Foto Yva”. (…) Nel 1935-36 Yva ricevette un’offerta molto allettante dalla rivista «Life», che l’invitava a trasferirsi a New York a lavorare con loro. Alfred (il marito) era ancora convinto che le cose sarebbero migliorate e la convinse a non partire. Lui non voleva andarsene da Berlino, non parlava inglese e pensava che sarebbe stato impossibile ricrearsi una vita a New York. Io sapevo già che un fotografo non ha bisogno della lingua per ottenere successo perché se ha una visione unica del mondo e della gente, il suo lavoro sarà ben pagato e ricercato ovunque. Yva possedeva quello sguardo speciale: per questo aveva ricevuto l’offerta dall’America, ma non accettò perché ascoltò i consigli del marito. Io ero consapevole dei pericoli che correva a restare in Germania. Continuavo a dirle che doveva andare. Lei mi carezzava la testa e mi diceva: Buono, Buono, Helmut, vedrai che non ci succederà nulla»[2].Anche secondo la sorella di Yva, Lucie Schnitzer,che emigrò negli Usa,fu il marito di Yva che prese la decisione di rimanere in Germania.
Nel 1938 ad Yva venne impedito di esercitare la professione di fotografa e fu obbligata a lavorare come tecnica di raggi-x nell’ospedale ebreo a Berlino fino al suo arresto nel 1942.
Yva e Alfred furono deportati al campo di concentramento di Majdanek dove morirono probabilmente nel 1942.
Tutto quello che rimase del suo lavoro era in poche casse che vennero depositate nel porto di Amburgo, segno questo della definitiva intenzione di Yva di emigrare. Le 34 casse di materiale[3], foto ed effetti personali vennero confiscate dai nazisti dopo il suo arresto e 21 di queste distrutte da uno dei bombardamenti di Amburgo nel 1943. A parte poche stampe dell’epoca e alcune foto originali è rimasto molto poco sia della prima fase sia della sua carriera nel complesso, specie delle sperimentazioni. Si conserva qualcosa di più negli archivi delle imprese ed editori per cui lavorò.
Yva è raramente citata nelle storie della fotografia. Pur essendo esiguo l’archivio rimasto, le sue immagini così innovative meriterebbero un posto accanto a quelle dei grandi nomi della fotografia di moda del periodo 1920-40 come, tra gli altri, Edward Steiken, Cecil Beaton, Man Ray, Adolf De Meyer, Martin Munkacsi, André Durst, Jaques Henry Lartigue, Horst Horst, Gorge Hoyningen-Huene. Così come andrebbero valorizzate altre fotografe dimenticate che lavorarono nel settore pubblicitario in Europa e Stati Uniti in quegli anni: Ilse Bing, Louise Dahl-Wolfe, Toni Frissell, Madame Yevonde, Laure Albin Guillot, Germaine Krull, Ergy Landau, Nora Dumas, Flòorence Henry, Madame D’Ora ed infine Ellen Auerbach e Grete Stern dello studio fotografico Ringl+Pit a Berlino.
Come altre fotografe Yva non ha bisogno di giocare sul contenuto erotico, già insito nella fotografia di moda del suo periodo, ma preferisce affidare al soggetto fotografato altri messaggi. Nelle immagini di Yva la donna non è neppure un elemento decorativo in un ambiente elegante o esclusivo di gusto scenico – spesso riconducibile ad uno status sociale elevato come nelle foto di Steichen, Beaton, Lartigue, Hoyningen-Huene, Man Ray, etc. Lo sfondo scuro decontestualizzato che Yva predilige e l’inquadratura chiusa sul soggetto, ancora molto attuale, fanno del corpo della modella o di parte d’esso il medium che veicola un’essenza femminina più calata nella realtà. Un esempio nel quale tutte, a prescindere dal livello sociale, possono riconoscersi; chi guarda può essere incoraggiata ad assumere un comportamento analogo. Un modello di donna “protagonista”; che, vivendo e agendo nel proprio tempo, influenza e può creare mutamenti non solo a livello visuale, ma anche antropologico.
La donna che Yva ci lascia attraverso il suo sguardo speciale esprime mistero, fascino, eleganza e sensualità ed evita atteggiamenti leziosi e passivi; è indipendente, dinamica, intelligente e moderna oppure, all’opposto, evoca figure mitologiche che si situano al di là del tempo e della storia.

NOTE

1. Charlotte Weidler era dottore in storia dell’arte e lavorò dal 1925 per il Kunstblatt, dopo aver fatto parte del Bauhaus di Walter Gropius. Ma ella era soprattutto consigliera e rappresentante della sezione tedesca dell’Istituto Carnegie, che organizzava ogni anno delle esposizioni d’arte a Pittsburgh, a partire dal 1924.
2. Helmut Newton, Autobiografia, Contrasto DUE, 2004.
3. Practicing Modernity: Female Creativity in the Weimar Republic a cura di Christiane Schonfeld, Konigshausen & Neumann, 2005, nota 7 pag. 135, vedi Buran pagg. 16-18 (tesi inedita di Ira Buran: Else Neulander-Simon (Yva) – Leben und Werk, unveroffentlichte wissenschaftliche Hausarbeit, Berlin 1992)

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Yva: Photographies 1925-1938, By Marion Beckers, Elisabeth Moortgat, Ed. Wasmuth, 2002

Beate Soitzmuller, Yva, in: Aufbruche. Frauengeschichte(n) aus Tiergarten 1850-1950, Berlin 1999.

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Maria Cristina Marzola

Appassionata di fotografia ha collaborato con Maria Pia Miani al progetto “CameraD-Academia Fotografica” per ideare e realizzare dal '92 al 2006 corsi, workshop, mostre, incontri, convegni e pubblicazioni (I luoghi dello sguardo, 1995) con il Centro Donna di Venezia, dove ha approfondito il pensiero della differenza sessuale.
Combina l'impegno sociale (Ass.ne CiD e SNOQ) con l'attività sindacale (è segretaria reg.le della Filt-Cgil).
La sua ricerca visuale, è visibile nel sito: Artween.
Conduce una ricerca personale sulla storia delle fotografe del '900.

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