Elsie de Wolfe

New York 1865 - Versailles 1950
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Negli Stati Uniti fino al secondo dopoguerra la ristrutturazione degli ambienti è un’attività affidata più agli arredatori che agli architetti[1] . Solo agli inizi degli anni Settanta il termine interior decorator viene sostituito da interior designer, superando ufficialmente la distinzione fra due modi d’intendere la professione negli interni[2].
Per lungo tempo, però, è il decorator (décorateur, in Francia) a occuparsi della abitazioni del ceto abbiente, influenzando indirettamente anche il gusto della middle-class, sempre affascinata da ciò che avviene nelle alte sfere. L’apice della professione è raggiunto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo. Sono anni in cui il riferimento all’Europa è una costante tensione negli ambienti letterari. Henry James promuove nei suoi primi romanzi la “poetica internazionale”: i suoi protagonisti si sottraggono alle fascinazioni dell’uno o dell’altro continente, pur avvertendo rischi e ambiguità di due culture che appaiono ancora molto diverse. Lo scrittore fa proprio anche il tema letterario dell’arredamento: quella raffinata passione, che Edgar A. Poe mette ironicamente in luce come “stile di vita” nel breve The Philosophy of Furniture (1840), per James (in The Spoils of Poynton, 1896) può diventare addirittura pericolosamente smodata.
È tuttavia un’amica e “allieva” di James, la scrittrice Edith Wharton, che insieme al giovane architetto Ogden Codeman jr opera il trasferimento dalla letteratura alla prassi arredativa con The Decoration of Houses (1897): un manuale ante litteram, in cui i due autori tentano di mettere ordine nell’imperante eclettismo; ricercano nuovi valori per gli interni valutando proporzione, armonia e simmetria del palazzo rinascimentale italiano, di cui considerano l’importanza dei dettagli architettonici, rimandando altresì all’eleganza degli hôtels particulier di Parigi come all’intimità delle country houses inglesi.
All’inizio del XX secolo l’alta società americana delega al gusto altrui, accertato o alla moda, la propria legittimazione socio-culturale con l’ammodernamento delle abitazioni mentre alcuni privilegiati esponenti, come J. Pierpont Morgan o John G. Johnson, pongono le basi del collezionismo d’arte acquistando, talvolta indiscriminatamente, opere del passato (i primitivi italiani) o accostandosi con entusiasmo ad artisti europei ancora poco noti. Un’accumulazione da cui deriverà la maggior parte dei musei statunitensi. Negli stessi anni Codman jr lavora alacremente ma l’idea di good taste, del buon gusto applicato all’arredamento della casa, è la proficua invenzione di un’ex-attrice di teatro e donna di charme, l’americana Elsie de Wolfe.
Proclamandosi pionieristicamente interior decorator, crea una nuova professione, nell’epoca dei milionari “alla Vanderbilt”: non un artigiano, un architetto o un creatore addetto ai lavori quanto, soprattutto, un supervisore, che seleziona e coordina secondo un’idea personale, ben prima che un ruolo analogo sia precisato come ensemblier nella Francia anni Venti.
Nello stesso periodo in cui il coetaneo Frank Lloyd Wright progetta architetture, interni e arredi secondo una visione organicamente globale, de Wolfe interviene sulla superficie degli spazi, ispirandosi ai numerosi viaggi fatti in Europa più che al testo di Wharton e Codman jr. Libera gli interni americani dal cupo stile tardovittoriano aprendoli alla luce e al colore. Beige («il colore del Partenone! Il mio preferito», suole dire) e avorio (i lunghi fili di perle che ama indossare), malva e verde oliva, blu e rosa; chintz, sete e delicata carta da parati; profusione di specchi dalle semplici cornici, arredi neoclassici, pannelli dipinti di bianco o a stencil: sono gli strumenti con cui incide leggermente la “fodera” dell’architettura mentre altri ne stanno scrivendo modernamente la storia.
Paradossalmente influenzerà l’american style dell’epoca più del contemporaneo Maestro. La popolarità deriva non solo dal suo lavoro ma da un battage autopromozionale di feste, incontri e cene sofisticate organizzate nella casa di Irving Place a Manhattan, vissute insieme a Elisabeth Marbury, agente e teatrale e compagna di Elsie, che la introduce nel milieu dei più noti letterati e drammaturghi del tempo: Oscar Wilde, Bernard Shaw, J.M. Barrie – persino con l’invenzione di un cocktail, il Pink Lady. I giornali scandalistici sono entusiasti: «the Bachelors», le scapole, suscitano ammirazione per lo stile impeccabile, invidia per l’anticonvenzionale libertà che affermano.
L’architetto Stanford White affida a Elsie il primo incarico importante, gli interni del suo Colony Club di New York (1905-07) apprezzati nell’empireo newyorkese. Fra i tanti clienti, il milionario Henry Clay Flick le commissiona l’arredamento degli ambienti privati del suo palazzo in stile neorinascimentale sulla 5th Avenue. De Wolfe lavora instancabilmente, con parcelle esorbitanti, fra Parigi e New York, le città del lusso. In entrambe acquista e ristruttura case per sé mentre va a vivere a Beverly Hills con il marito, sir Charles Mendl, sposato nel 1926.
La notorietà presso il grande pubblico le arriva da una serie di articoli pubblicati su «The Delineator» e su alcuni periodici, poi rivisitati nel best-seller The House in Good Taste (1913). È da qui che i concetti di luce, aria e comfort, insieme ad arredi riprodotti “in stile” (se necessario!), raggiungono una borghesia che, da un’anonima distanza, ne segue l’operato senza avere i mezzi per imitarne l’allure. Sull’onda del suo successo e della diffusione del libro, nel 1914 viene fondato il Decorator Club di New York e due anni più tardi la New York School of Interior Design.
L’acquisto e l’arredamento del Petit Trianon a Versailles, che Elsie abiterà “scandalosamente” per un certo periodo con la Marbury e l’ereditiera Anne Morgan (che la coinvolge attivamente nella causa femminista in America), ne consacrano definitivamente la fama di raffinata tastemaker. Completa l’arredamento d’epoca del villino con comodi divani e mobili déco – il solo gusto contemporaneo ammirato dall’autrice – in un insieme soffusamente atemporale.
Quindici anni dopo aver dato alle stampe l’autobiografia, After All (dal nome della casa di Beverly Hills), de Wolfe si spegne. È il 1950: negli Stati Uniti la ricerca del good design ha sostituito il good taste, il prodotto industriale si è avvicendato all’elitaria lavorazione artigianale. La prima donna che aveva osato tingersi i capelli di blu lascia una duplice eredità. Aver decretato il successo della stanza tutta bianca e portato a termine una piccola rivoluzione personale: influenzare la cultura dell’abitare di molti connazionali. Un sogno domestico upper-class ma destinato ad avverarsi in palliative imitazioni.

NOTE
1. Gli architetti come Frank Lloyd Wright, i fratelli Greene o gli europei emigrati durante il nazismo sono un’eccezione rispetto al panorama culturale dell’epoca, che privilegia gli arredatori ai progettisti.

2. Ci riferiamo in particolare ai paesi di cultura anglofona: in Inghilterra nel 1899 è fondato l’Incorporated Institute of British Decorators (nel 1953 è aggiunta la dizione «and Interior Designers»). Nel 1976 diventa il British Institute of Interior Design, che nel 1987 si unisce alla Chartered Society of Designers. Negli Stati Uniti nasce nel 1931 nasce l’American Institute of Interior Decorators (in seguito American Institute of American Designers) che, nel 1957, è trasformato nella National Society of Interior Design (NSDI). Nel 1975 è fondata la American Society of Interior Designers (ASID).

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Fonti, risorse bibliografiche, siti

Elsie de Wolfe, After All, Harper & Brothers Publ., New York 1935

Elsie de Wolfe, Recipes for Successful Dining, W. Heinemann, London, Toronto 1934

Elsie de Wolfe, The House in Good Taste, The Century Co., New York 1913

Penny Sparke, Elsie de Wolfe. The Birth of Modern Interior Decorator, Acanthus Press, New York 2005

La pagina dell'Encyclopedia Britannica a lei dedicata

 

Sperimentare le ricette di Elsie de Wolfe

Imma Forino

Insegna Architettura degli Interni al Politecnico di Milano. È autrice di L’interno nell’interno: una fenomenologia dell’arredamento (2001), Eames design totale (2002), George Nelson thinking (2004). Ha curato con altri i volumi Places & Themes of Interiors (2008) e Interior Wor(l)ds (2010).Con Uffici ha vinto la XI edizione del Premio Biella Letteratura e Industria.

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