Emily Dickinson

1830 - 1886
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Ho un Fratello e una Sorella – Mia Madre non dà importanza al pensiero – e il Babbo, troppo occupato con le sue Carte – per accorgersi di quello che faccio – Mi ha comprato tanti Libri – ma mi raccomanda di non leggerli – perché ha paura che mi confondano la Mente. Sono tutti religiosi – eccetto me – e si rivolgono a un’Eclissi, ogni mattina – che chiamano “Padre”.

                (Lettera a Thomas W. Higginson del 25 aprile 1862)

 

La Emily Dickinson con un padre che le compra tanti libri, ma le consiglia di non leggerli, nasce ad Amherst, nel Massachusetts, il 10 dicembre 1830, nella “Homestead“, la casa costruita dal nonno paterno, Samuel Fowler Dickinson, che aveva fondato l’Amherst College, un’istituzione scolastica che esiste ancora. Il padre, Edward, aveva un avviato studio di avvocato, che lascerà poi al figlio Austin, nato un anno prima di Emily. Nel 1833 nascerà poi Lavinia, che non si sposerà mai e vivrà con la sorella fino alla morte di quest’ultima. Nel marzo 1833 il nonno vende metà della casa a causa di un dissesto finanziario (l’altra metà era stata acquistata dal figlio Edward tre anni prima) e si trasferisce a Cincinnati.

 

Nel settembre del 1835 E.D. inizia la sua istruzione scolastica frequentando la West Central District School e cinque anni dopo le due sorelle vengono iscritte alla Amherst Academy. Sempre nel 1840 il padre vende la sua metà della Homestead e i Dickinson si trasferiscono in una casa poco distante, in North Pleasant Street, vicinissima al West Cemetery.

Ad agosto del 1847 termina il corso di studi all’Amherst Academy e alla fine di settembre si trasferisce al Mt. Holyoke Female Seminary di South Hadley, a pochi chilometri da Amherst. 

 

Di quest’anno è il famoso dagherrotipo che, a tutt’oggi, resta l’unica immagine certa di E.D. (a parte un quadro che la ritrae insieme al fratello e alla sorella, che risale al 1840 ed è opera, abbastanza mediocre, di un pittore itinerante, O. A. Bullard, e una silhouette del 1845, ritagliata da Charles Temple, insegnante di francese all’Amherst Academy). Nel corso del tempo sono state proposte altre immagini che la ritrarrebbero, ma finora di nessuna è stata accertata l’autenticità.

Un anno dopo, agosto 1848, termina la sessione estiva a Mount Holyoke e il padre decide di non farle continuare gli studi.

 

Nel 1850 il fratello si fidanza segretamente con Susan Gilbert, amica e confidente di E.D., un’amicizia profonda e duratura, che farà ipotizzare a qualche biografo anche un possibile legame amoroso, del quale comunque non abbiamo alcuna testimonianza concreta. Austin e Susan si sposeranno nel 1856.

Due anni dopo il padre è eletto deputato al Congresso e nel 1854 E.D., la madre e la sorella gli fanno visita a Washington, visita ripetuta l’anno dopo, stavolta solo dalle due sorelle. 

Nel viaggio di ritorno le due si fermano a Filadelfia, ospiti dei genitori di una loro amica, Eliza Coleman. 

 

Quasi certamente durante questo soggiorno ascoltano i sermoni del reverendo Charles Wadsworth, che intreccerà una lunga corrispondenza con E.D. (della quale rimane traccia solo da lettere di amici comuni) e andrà inaspettatamente a trovarla ad Amherst nella primavera del 1860 e nell’estate del 1880. Wadsworth diventerà anche uno dei principali candidati al ruolo di “Master“, l’appellativo usato da E.D. per il destinatario di tre lettere (una del 1858 e due del 1861) il cui contenuto fa ipotizzare un amore (non si sa se e quanto corrisposto) e delle quali abbiamo solo le bozze e non sappiamo se furono mai spedite.

Sempre nel 1854 il padre riacquista la proprietà della Homestead, stavolta nella sua interezza, e a metà novembre i Dickinson tornano nella casa di famiglia.

 

Nel 1862 inizia la corrispondenza durata tutta la vita con Thomas Wentworth Higginson, un critico letterario di Boston al quale E.D. si era rivolta per avere un giudizio sulle sue poesie.

Di questi anni (1861-1865) sono quasi metà delle poesie rimasteci (poco meno di 1800), almeno secondo la cronologia ricostruita nelle due edizioni critiche, quella di Thomas H. Johnson del 1955 e quella di R. W. Franklin del 1998 (le poesie non hanno mai dei titoli, a parte rarissime eccezioni, e vengono indicate con la numerazione utilizzata nelle due edizioni: “J” per Johnson e “F” per Franklin).

 

Sempre negli anni ’60 si può ipotizzare che iniziò la famosa auto-reclusione di E.D., un isolamento che non interruppe totalmente la sua vita sociale, che rimase però solo epistolare e limitata a visite molto sporadiche. Le ragioni di questa scelta sono sconosciute, anche se sono state ipotizzate malattie nervose e anche fisiche. Non possiamo comunque escludere una scelta volontaria e consapevole, fatta per motivi intimi che ovviamente non sapremo mai.

Negli anni successivi occorre ricordare la nascita dei tre figli di Austen e Susan: Edward (Ned) nel 1861, Martha nel 1866 e Gilbert (Gib) nel 1875; la morte improvvisa del padre a Boston nel 1874; l’ictus che l’anno successivo colpì la madre, assistita dalle due sorelle fino alla morte nel 1882; la morte del nipote Gib nel 1883, a otto anni per una febbre tifoide, e infine la morte del giudice Otis Phillips Lord, un amico del padre con il quale E.D. ebbe una relazione dopo che il giudice era rimasto vedovo nel 1877.

 

Emily Dickinson muore nella Homestead il 15 maggio 1886 e pochi giorni dopo la sorella Lavinia troverà nella sua stanza i manoscritti delle sue poesie.

 

Come districarsi nel mondo poetico dickinsoniano, in quelle quasi milleottocento poesie emerse dopo la morte di chi le aveva scritte? Scegliere una strada da percorrere non è facile per un motivo molto semplice: non esiste una poesia per la quale si possa dire “questa si può tralasciare, non aggiunge nulla a quello che già si può trovare in altre”. Il mio viaggio nelle sue poesie e nelle sue lettere, durato nove anni, è iniziato dopo aver letto parte della sua produzione poetica, una lettura che mi aveva lasciato la curiosità di approfondire versi che a una semplice lettura apparivano spesso enigmatici e con una complessità non facile da decifrare. 

Decisi quindi che il modo migliore per farlo sarebbe stato quello di tradurli, ovvero di entrare nel suo mondo avendo la necessità di comprenderne, o meglio di interpretarne in modo ovviamente soggettivo, anche i lati nascosti, per riuscire in qualche modo a rendere quei versi in un’altra lingua, tenendo sempre conto dei limiti insiti in qualsiasi processo di traduzione. Nel corso di quei nove anni che ho trascorso a tradurre tutto ciò che aveva scritto (poesie, lettere e frammenti in prosa) ci sono stati versi che mi hanno colpito più di altri, ma non ne ho mai trovato uno che potesse essere considerato superfluo, che non fosse intrecciato a ciò che precede o segue, perché il suo corpus poetico è una sorta di narrazione interiore nella quale c’è un fluire continuo di immagini e di sensazioni provocate di volta in volta da un fiore, da un’ape, da un tramonto, da un rovello interiore, da domande che sappiamo senza risposta, da dubbi che vorremmo non avere, da certezze che si sgretolano nel confronto con l’intelletto, insomma da tutto ciò che forma il mondo che conosciamo, dentro e fuori di noi, senza pretendere di attribuire ordini di grandezza o di importanza. Non a caso una delle parole che ricorre più spesso nei suoi versi, talvolta anche non detta, è “circumference”, un perimetro circolare che può essere percorso, ma che non ha mai un traguardo prefissato.

 

E non bisogna dimenticare le lettere, più di mille nell’edizione critica del 1958 curata da Thomas H. Johnson e Theodora Ward. La corrispondenza di E.D. che ci è rimasta è infatti quasi sempre inscindibile dalla sua produzione poetica, non solo perché era solita aggiungere spesso dei versi alle sue lettere, ma anche perché la sua scrittura epistolare, specialmente quella della maturità, è vicinissima a quella che chiamiamo “prosa poetica”, tanto che le due edizioni critiche delle poesie fanno talvolta scelte diverse nel considerare o meno come versi alcune parti di lettere.

Però un qualche percorso bisogna pur sceglierlo per parlare dell’opera dickinsoniana, anche se due suoi versi sembrerebbero scoraggiarci:

 

Spiegare la bellezza la svaluterebbe

Definirne l’incanto la umilierebbe

            (J1689-F1700)

 

Ma qui non dobbiamo certo sciogliere il mistero della bellezza della poesia ma solo individuare alcuni temi che ci permettano di entrare nel mondo poetico di E.D. e di condividerne quelle emozioni, quelle sensazioni, che lei sapeva tradurre in modo così mirabile in versi che evocano immagini sempre nuove e mai banali.

 

Un tema che talvolta è palese e altre volte rimane sullo sfondo è quello della scrittura poetica, della poesia vista come rifugio e insieme lente d’ingrandimento della vita interiore, un modo per esprimere emozioni spesso difficili da tradurre in parole, quelle parole che il poeta deve cercare con molta attenzione e pazienza, per trovare quelle più vicine alle sue sensazioni interiori:

 

Devo prendere te? disse il Poeta

Alla parola che si proponeva.

Mettiti in fila con i Candidati

Finché non avrò spulciato di più –

            (J1126-F1243)

 

I versi dedicati alla poesia in sé sono moltissimi e alcuni affrontano anche il rapporto tra il poeta e i suoi lettori, presenti e futuri, come la poesia della “lettera al mondo”:

 

Questa è la mia lettera al Mondo

Che non scrisse mai a Me –

Semplici Notizie che la Natura raccontò –

Con tenera Maestà

 

Il suo Messaggio è affidato

A Mani che non posso vedere –

Per amor Suo – Dolci – compatrioti –

Giudicate teneramente – Me

            (J441-F519)

 

È una delle sue liriche più famose, dove la sua poesia è descritta in modo molto più diretto che in altre. I primi due versi parlano di una comunicazione a senso unico, come se E.D. non avesse mai trovato negli altri qualcosa che potesse competere con la sua insaziabile voglia di dire, di narrare, di descrivere, di immaginare, ma possono anche essere letti come un accenno alla sua scelta di solitudine. I successivi due versi, nella loro asciutta semplicità, sono un tributo alla natura, che nelle sue forme più varie, interiori ed esteriori, è stata l’ispiratrice dei suoi versi, con quelle “semplici notizie” trasformate in sempre nuove e sorprendenti pagine di poesia. Nei primi due versi della seconda strofa una bellissima immagine dei suoi lettori futuri, di quelle mani invisibili che sfoglieranno le sue pagine e sapranno coglierne il messaggio. E infine, negli ultimi due versi, un artificio retorico, un affidarsi alla benevolenza del lettore, dove il “compatriota” non è tanto chi è nato nello stesso posto ma chi è capace di condividere la bellezza della poesia.

 

Un’altra delle caratteristiche molto evidenti della poesia di E.D. è il dono di saper evocare e raccontare con la stessa forza il piccolo (i particolari minuti della natura: i fiori, gli animali che vivono in un giardino o in una casa) e il grande (il dubbio, il mistero dell’infinito e della morte ma anche dell’amore), talvolta unendoli per mostrarne l’intimo collegamento, un po’ come la scienza, che osserva l’infinitamente grande (l’universo e la sua misteriosa complessità) con la lente dell’infinitamente piccolo (le particelle fondamentali).

In questa alternanza di piccolo e grande, di presente e di eternità, di spiritualità che fa anche a meno della religione, troviamo versi che descrivono con dovizia di particolari i movimenti di una micetta cacciatrice:

 

Punta un Uccello – sogghigna –

S’acquatta – poi avanza felpata –

Corre senza parvenza di piedi –

Gli occhi dilatati come Palloni

            (J507-F351)

 

interrogativi sui grandi dubbi e misteri che riempiono la nostra vita interiore:

 

Dietro di Me – sprofonda l’Eternità –

Davanti a Me – l’Immortalità –

Io – il Confine fra le due –

La Morte solo il Fluire di Grigio d’Oriente,

Che si dissolve in Aurora,

Prima che l’Ovest appaia

            (J721-F743)

 

ma anche prese di posizione alquanto eretiche, nelle quali la natura, in una sorta di visione panteistica, si sostituisce al divino, facendo diventare il bobolink (un uccellino tipico del Nord America) il coro di una funzione religiosa e il frutteto del giardino di casa la solenne cupola della chiesa:

 

Alcuni osservano il Dì di festa andando in Chiesa –

Io lo osservo, stando a Casa –

Con un Bobolink per Corista –

E un Frutteto, a mo’ di Cupola

            (J324-F236)

 

Voglio concludere questo breve excursus sulla vita e sull’opera di Emily Dickinson con alcune righe da lei scritte in una lettera del luglio 1862 a Thomas W. Higginson, che evidentemente le aveva chiesto di mandargli un ritratto per poter conoscere l’aspetto fisico di quella signorina di Amherst che gli aveva scritto mandandogli dei versi un po’ strani ma non certo banali. È una risposta al suo interlocutore del tempo, ma anche ai tanti suoi lettori che magari non si accontentano dell’unico ritratto certo che hanno a disposizione:

 

Può credermi – senza? Non ho ritratti, ora, ma sono piccola, come lo Scricciolo, e ho i Capelli ribelli, come il Riccio della Castagna – e gli occhi, come lo Sherry che l’Ospite lascia nel Bicchiere – Può andar bene così?

Spesso ciò spaventa il Babbo – dice che potrebbe arrivare la Morte, e lui ha Immagini di tutti – ma nessuna Immagine mia, ma ho notato la Velocità con cui queste cose si consumano, in pochi giorni, e prevengo il disonore – non pensi che sia un capriccio –

Giuseppe Ierolli

Da un po' è nel suo secondo mezzo secolo di vita e, come ha sempre fatto, legge, ascolta musica classica e viaggia. Per guadagnarsi da vivere lavorava in banca; ora è in pensione. I suoi contributi alla letteratura: un sito di incipit letterari; la traduzione delle poesie e dell'epistolario di Emily Dickinson, con note e commenti; la traduzione delle opere e dell'epistolario di Jane Austen.
Ha curato tre antologie di Emily Dickinson, due di poesie: Vi intreccerò in eteree collane (Edizioni Fili d'Aquilone, 2012) e La goccia che combatte nel mare (Edizioni Fili d'Aquilone, 2019), e una di lettere: Lettere d'amore (ilSaggiatore, 2014). Ha scritto una biografia di Jane Austen: Jane Austen si racconta (Utelibri, 2013) e tradotto diverse opere della stessa autrice pubblicate dalla casa editrice Elliot e dall'Editoriale L'Espresso nel 2017, in occasione del bicentenario della morte della scrittrice.
A gennaio 2013 è stato uno dei cinque fondatori della "Jane Austen Society of Italy" (JASIT).

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