Enchi Fumiko (Ueda Fumi)

Tokyo 1905 - 1986
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Enchi Fumiko (secondo l’uso giapponese, il cognome precede il nome) nacque a Tōkyō il 2 ottobre 1905. Il suo nome di nascita era Ueda Fumi, ma lo cambiò in Fumiko (figlia delle lettere) nel 1928. Una decisione comprensibile se pensiamo che suo padre, Ueda Kazutoshi, meglio conosciuto come Ueda Mannen1, era un celebre linguista, ricordato oggi per i suoi studi sui mutamenti fonetici della lingua giapponese. Lui e la madre Ine, che viveva nella stessa casa, furono le figure più significative nell’infanzia di Fumi. Il grande amore per il padre fu una costante della sua vita, e fu la nonna a orientarla verso la scrittura raccontandole storie di ogni genere. Enchi descrisse così il risveglio della sua vocazione:

“Senza dubbio, quella mescolanza di frasi e storie che mi raccontava si agitò in me mentre crescevo, cambiandomi in modi che non potevo controllare, rendendomi una scrittrice di storie”.

Per di più, la casa disponeva di un’enorme biblioteca e finì addirittura per straripare di libri quando lo studioso del Giappone Basil Hall Chamberlain (1850-1935) lasciò al padre di Fumi la sua collezione. Fumi non ebbe quindi bisogno di cercare stimoli culturali fuori casa, cosa che del resto sarebbe stata difficile, anche per la sua salute fragile. Non frequentò l’università perché, nonostante fosse un’ottima studentessa, non riuscì ad essere ammessa a Ochanomizu, una prestigiosa università femminile. Sentendosi vittima di un sistema ingiusto (probabilmente a ragione), decise di continuare a studiare per conto suo. Suo padre la aiutò a trovare insegnanti privati, con i quali imparò l’inglese, il francese, i classici cinesi e la Bibbia. All’inizio della sua carriera, nel 1927, cominciò a scrivere per il teatro, un campo nuovo per le donne scrittrici dell’epoca, e ottenne subito successi importanti, che la portarono a conoscere altre giovani scrittrici completamente diverse da lei. Hayashi Fumiko (1903-1951) e Hirabayashi Taiko (1905-1972), ad esempio, venivano da famiglie povere, facevano mille lavori per sopravvivere e non avevano avuto l’opportunità di istruirsi come lei. Enchi ricordò così l’impatto dell’incontro con loro:

“Fino ad allora, ero stata completamente all’oscuro del mondo, non conoscendo niente di ciò che esisteva al di fuori della casa dei miei genitori, e senza un obiettivo nella letteratura. Senza il ponte di Nyonin geijutsu [Arti femminili, la rivista con cui collaboravano] non avrei mai avuto l’ occasione di incontrare… giovani donne che conducevano vite coraggiose e indipendenti. L’ atmosfera fresca e selvaggia che le circondava sollevò una tempesta nella mia giovane anima e mi fece dubitare del modo in cui vivevo, alle spalle dei miei genitori. Mio padre mi voleva bene ed era comprensivo sulle mie aspirazioni letterarie e ideologiche, perciò avevo molto poco a cui ribellarmi; eppure invidiavo le mie amiche, nonostante la loro povertà, perché si mantenevano da sole e vivevano in completa libertà… Desideravo strappare via tutto ciò che mi copriva e scoprire il valore del mio io nudo… La mia gioventù era trascorsa in una fragile serra, incurante della tempesta nell’aria. Ancor oggi sono grata alle mie molte amiche di Nyonin geijutsu per aver mandato la tempesta sulla mia strada”.

Fu questa sensazione a spingerla verso gruppi di sinistra; nello stesso periodo conobbe e frequentò Kataoka Teppei (1894-1944), scrittore del movimento della puroretarian bungaku (letteratura proletaria) e attivista, e per di più sposato e controllato dalla polizia. Nel clima repressivo dell’epoca, questo poteva essere molto pericoloso per Fumiko e per la sua famiglia, e fu proprio questo a spingerla su una strada più tradizionale: temendo di compromettere suo padre, si sposò con Enchi Yoshimatsu, un giornalista. Non fu un matrimonio felice e nei primi anni sembrò segnare anche un blocco creativo: scrisse poco, anche se fu proprio allora che maturò la decisione di passare dal teatro alla narrativa. Inoltre, tra il 1937 e il 1945 visse gli anni più difficili della sua vita: nel 1937 morì suo padre, nel 1938 subì una mastectomia; durante la guerra perse la sua casa, e nel 1945 subì un’isterectomia, con complicazioni che quasi la uccisero. In tutto questo fu Hirabayashi Taiko (l’amicizia tra le due scrittrici durò tutta la vita) ad aiutarla, indirettamente, perché leggere le sue nuove opere le restituì la voglia di vivere, e direttamente, poiché le consigliava di non preoccuparsi eccessivamente di pubblicare.
Fu negli anni Cinquanta che presero forma le peculiarità di Enchi come scrittrice. Le sue fonti di ispirazione più importanti sono la letteratura classica, la vita delle donne del passato, la figura delle miko (sciamane) dell’antichità e la sua stessa decadenza fisica. Fu una pioniera nel parlare della vecchiaia femminile e del desiderio sessuale nelle donne anziane. Esplorò anche, in varie opere, il tema della perdita degli organi riproduttivi e il suo significato per le donne.
La presenza del soprannaturale è uno degli aspetti più significativi e appassionanti della sua opera: lei stessa affermava di sentirsi spinta a scrivere delle donne del passato dai loro spiriti, e molte delle sue protagoniste agiscono proprio attraverso poteri soprannaturali, come le regine-sciamane dell’antichità. Nella forma della possessione, il soprannaturale agiva nel capolavoro della letteratura giapponese, il Genji monogatari (La storia di Genji, XI secolo) di Murasaki, che Enchi tradusse in giapponese moderno e a cui dedicò vari studi. A questo proposito, un altro aspetto pionieristico della sua attività fu l’interpretazione di un personaggio di quest’opera, la dama di Rokujō, una donna di grandi qualità e molto orgogliosa, che viene abbandonata da Genji e si vendica possedendo le sue rivali, senza esserne cosciente. Questo personaggio aveva esercitato una sorta di fascinazione sugli scrittori delle epoche successive, ma era sempre stato giudicato negativamente, come simbolo del potere distruttivo della gelosia innata delle donne. In un romanzo del 1958, Onnamen (Maschere di donna), Enchi analizza le motivazioni del comportamento della dama e spiega che, non avendo possibilità di agire, alla sua forte personalità non restavano altri modi per manifestarsi. Suggerisce anche che la possessione sia in realtà “l’azione riflessa della coscienza della stessa vittima” (Maschere di donna, tr. di Graziana Canova Tura, p. 98). Oggi questa interpretazione è ampiamente condivisa tra gli studiosi del Genji, ma all’epoca era una novità.
Altre importanti caratteristiche della sua opera sono le atmosfere ambigue, sospese tra sogno e realtà, la costruzione di trame su più livelli, l’uso di voci narranti “inaffidabili”. Tutto questo ne fa una narratrice raffinatissima e indimenticabile. Purtroppo le sue opere tradotte in italiano sono poche, almeno per ora.
Il valore di Enchi fu ampiamente riconosciuto da molti premi letterari e, nel 1985, dal Bunka kunshō (Onore al merito della cultura), la più alta onorificenza individuale concessa in Giappone. Fu la seconda donna a riceverlo, dopo Nogami Yaeko (1885-1985), altra importante scrittrice. Morì per una crisi cardiaca un anno dopo, il 14 novembre 1986.

  1. Per una diversa lettura dei caratteri del suo nome  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Enchi Fumiko, Onnazaka. Il sentiero nell'ombra, Firenze, Giunti 1987

Graziana Canova Tura (a cura di), Maschere di donna,  introduzione di Maria Teresa Orsi, Venezia, Marsilio 1999

Daniela Moro, Writing behind the scenes. Stage and gender in Enchi Fumiko's works, disponibile on line su http://edizionicafoscari.unive.it

Irene Starace

Nata a Velletri (Roma) l'11 maggio 1978, laureata in Lingue e Civiltà Orientali alla Sapienza di Roma e dottore di ricerca in Teoria della Letteratura e Letteratura Comparata all'Universidad Autónoma de Madrid. Ricercatrice in letteratura giapponese, membro dei gruppi GIDEA, dell'Università di Granada, e Japón, dell'Università di Saragozza. Ha pubblicato il libro Entre pasado y presente: las mujeres de Japón y del Renacimiento italiano en la obra de Enchi Fumiko y Maria Bellonci (Prensas Universitarias de Zaragoza, 2015) e in Italia, come traduttrice e curatrice, Il grande libro degli haiku (Castelvecchi, 2005) e Dietro la porta a vetri, di Natsume Sōseki (Pensa Multimedia, 2011).

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