Etel Adnan

Beirut 1925 - Parigi 2021
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“…scoprii che scrivere è disegnare”

Questa asserzione di Etel Adnan, filosofa, poeta plurilingue, scrittrice e artista visiva di origine libanese nazionalizzata americana, ci introduce in quella interconnessione di mondi e linguaggi espressivi che l’artista coltiverà lungo tutta la sua vita. Di fatto Etel Adnan, una delle voci più importanti ed eclettiche della diaspora mediorientale, pioniera nella lotta per l’uguaglianza di genere e impegnata nelle lotte civili contro ogni tipo di violenza, trascorrerà la sua lunga esistenza in un costante crocevia culturale, linguistico e geografico. 

La sua nascita a Beirut è di per sé il frutto di un tale multiculturalismo, unica figlia di una coppia mista formata da una giovane madre greco-cristiana e un anziano padre siriano-musulmano, funzionario dell’Impero ottomano. Sin da piccola Etel respira il sincretismo di riti e tradizioni. Come lei stessa ricorda: “Mia madre accendeva lampadine votive al capezzale del letto e faceva bruciare l’olio d’olivo davanti a una icona della Vergine, mio padre si nascondeva in un armadio per pensare a Dio, alla Foresta e recitare qualche verso del Corano”. A casa, la bambina parla greco e qualche parola di turco; nella scuola di suore cattoliche, il francese, lingua ufficiale del Mandato. E poi c’è l’arabo, la “lingua proibita” che echeggia nelle sue diverse cadenze fra le strade cittadine. Ancora ragazzina, Etel ricopia sul quaderno gli arabeschi dell’alfabeto arabo che trova nel grande dizionario del padre. Inizia così un approccio più plastico che linguistico a questo idioma, sicuramente decisivo per la futura artista visiva. Come lo è quel desiderio frustrato di diventare architetto, ritenuto  “scandaloso” per una giovane della sua epoca. 

Infanzia e adolescenza sono attraversate da tensioni e sfasamenti culturali, fra le regole e i miti imposti dall’educazione coloniale, e i fermenti e gli attriti della realtà cittadina dove convivono comunità e tradizioni diverse: araba, greca, turca, curda, armena. A queste si somma, durante la seconda guerra mondiale, la presenza degli eserciti alleati. Beirut diventa una città sempre più cosmopolita; l’inglese, la terza lingua nazionale. In effetti, il problema sulla convergenza di lingue resterà uno dei punti centrali, e a volte insolubile, nella scrittura di Adnan. Appassionata dei poeti francesi – Rimbaud, Nerval, Baudelaire – a vent’anni scrive Le livre de la mer, poesia di un erotismo cosmico che preannuncia i temi della sua poetica, ma che per questioni di generi grammaticali risulterà intraducibile in arabo.

Nel 1955, laureatasi in Filosofia alla Sorbonne, si reca negli Stati Uniti per un Master di qualche mese a Harvard e poi a Berkeley. S’installa in California, dove rimarrà fino al 1972 insegnando discipline umanistiche al Dominican College di San Rafael. La scoperta degli Stati Uniti diventa un’avventura fisica, linguistica e spirituale. Etel s’immerge a capofitto nel territorio e nella sua natura portentosa, in quella nuova lingua che non riesce ancora a fare sua ma della quale è letteralmente innamorata. “Parlare in americano”, racconta lei stessa in un suo saggio “era come risalire l’Amazon River, pieno di pericoli, pieno di meraviglie.”

Intanto, dall’altra parte dell’oceano scoppia la guerra d’Algeria. Adnan sente il bisogno di prendere posizione a favore del nuovo panarabismo che aleggia nel secondo dopoguerra. Il desiderio di scrivere entra però in conflitto col suo mezzo espressivo, quella lingua francese strettamente legata alla dominazione coloniale. 

È in questo periodo che accade un avvenimento che, come lei stessa racconta, cambierà radicalmente la sua esistenza. Nel campus di Berkeley s’imbatte in Ann O’Hanlon, artista e capo del Dipartimento d’Arte del college. Grazie a questo incontro si accende nella scrittrice la scintilla creativa che la porterà verso una nuova forma di linguaggio: comincia a disegnare e a dipingere, mentre partecipa ai laboratori di percezione tenuti da Ann e Dick O’Hanlon a Mill Valley, ai piedi della montagna Tamalpais. Conquistata dalla magia del colore Etel scopre un nuovo orizzonte d’interesse. È l’inizio della sua carriera pittorica. Come sosterrà più tardi, l’arte astratta diventa l’equivalente dell’espressione poetica. Pure il modo di risolvere il suo conflitto interiore: “non avevo più bisogno di scrivere in francese, avrei dipinto in arabo.”

Così vede la luce una vasta produzione pittorica. Quadri di piccola taglia dai colori vibranti, grandi tele dai disegni geometrici, paesaggi minimalisti che evocano certe astrazioni di Paul Klee o del colorista Nicolas De Staël. Natura stilizzata e ridotta a forme essenziali e reiterate attraverso le quali il quotidiano sembra raggiungere la dimensione cosmica: ritagli di cielo, di mare, l’occhio fisso del sole, la sagoma del Tamalpais. Come racconterà l’artista-scrittrice nel libro illustrato Journey to Mount Tamalpaïs (“Viaggio a Tamalpais”, tradotto da Raffaella Marzano per la Multimedia Edizioni), la montagna californiana diventa per lei un punto di riferimento interiore: “…simbolo del viaggio iniziatico, la Montagna dell’Essere, Centro Cima, abisso capovolto, sostegno a tutte le vertigini, approdo in cerca di un segno di perennità.”

Sono gli anni sessanta. I fermenti della rivoluzione culturale attraversano l’America insieme alle convulsioni provocate dalla guerra del Vietnam. Etel entra a far parte dell’avanguardia artistica, tutta coesa nella denuncia e la protesta. Pubblica nella Gazette de Sausalito la  sua prima poesia in lingua inglese: The ballad of the lonely knight in the present-day America e, nell’entusiasmo collettivo, partecipa insieme ai poeti della Beat Generation in antologie e readings. Allo stesso tempo, s’immerge nella natura del luogo, si addentra nella filosofia Zen e nel pensiero mistico Sufi, studia la poesia araba, i segni dei pittori-calligrafi, scopre la cultura degli Indiani d’America. Parallelamente esplora nuovi supporti. Nascono così i suoi famosi libri a fisarmonica, dialogo fra disegno, pittura e scrittura. Nel 1966 viene pubblicata a Beirut la sua prima raccolta poetica in lingua inglese, Moonshots. Nel 1970, insieme a Lawrence Ferlinghetti, crea un leporello lungo due metri e mezzo, costellato di acquarelli e simboli arabi sul quale viene ricopiata la poesia Assassination Raga, scritta dall’amico durante il  funerale di Robert Kennedy.

È del 1972 il suo rientro a Beirut. Etel trova una città che, sviluppatasi velocemente, sta vivendo i suoi anni migliori. Il rientro implica anche il ritorno alla sua lingua d’origine e a quel “paradiso proibito” ch’era l’arabo. Inizia a lavorare come direttore delle pagine culturali di un giornale in lingua francese appena fondato. Partecipa del fervore culturale che percorre i paesi del Levante. Frequenta artisti e poeti d’ogni credo e gruppo e nel 1974 si reca a Bagdad per esporre alla Prima Biennale Pan-Araba. 

Ma la guerra civile che scoppia a Beirut nel 1975 stravolge tutti i piani. Due anni dopo la scrittrice, rifugiatasi a Parigi, pubblica il romanzo Sitt Marie-Rose, basato sulla tragica storia di Marie Rose Boulos, assistente sociale dei rifugiati palestinesi, rapita e assassinata durante la guerra arabo-israeliana. Il libro vince il premio France-Pays Arabes e viene tradotto in diverse lingue. Qualche anno dopo verrà pubblicato in italiano da Edizioni delle Donne, e presentato alla Casa della Poesia di Napoli in presenza dell’autrice. 

Conosciuta fino allora come femminista e scrittrice, in Occidente poco si sapeva allora della sua carriera pittorica. È proprio in questi anni, durante una mostra a Rabat, che intreccia amicizia con la poeta, scrittrice e critica d’arte italiana Toni Maraini, anche lei donna cosmopolita in esilio perenne fra Oriente e Occidente. Toni Maraini diventerà curatrice e traduttrice di alcuni dei suoi testi, fra cui Apocalypse Arabe, un lungo poema apocalittico scritto da Adnan nel 1980 originariamente in francese, e posteriormente auto-tradotto in inglese. In quest’opera d’intenso drammatismo,  testo e simboli grafici si fondono per denunciare i colonialismi e i neo-imperialismi imperanti in entrambe le sponde geografiche. Apocalisse Araba fu pubblicato dalle Edizioni Semar nel 2001 e Etel Adnan venne in Italia per presentarlo. Nel 2003 tornò ancora per partecipare alla rappresentazione dell’opera tratta dal suo testo Jenin, musicato da Johannes Hameit e eseguito a Volterra dalla ‘Sinfonietta Leipzig’ e dalla soprano Francesca Scaini.

Con la speranza di ritornare prima o poi in patria, Etel vivrà per decenni tra Parigi e Sausalito dove la sua compagna di vita, la scultrice siriana Simone Fattal, ha fondato la casa editrice Post-Apollo Press. L’esperienza dell’emigrazione fra continenti, nomadismo comune alla diaspora e alla letteratura del mondo arabo, assume nell’opera letteraria della scrittrice la forma universale del viaggio interiore attraverso un mondo-cosmo in ciclica metamorfosi.

Se i suoi testi, sia in prosa che poetici, scavano nei meandri dell’animo umano, dando voce a una riflessione esistenziale che per momenti diventa grido di denuncia; la sua opera visiva -dipinti, disegni, libri d’artista, murali, arazzi- sembra invece appartenere all’emisfero opposto, quello abitato dalla bellezza essenziale del pianeta o, come sostiene lei stessa, “…di ciò che ne rimane”. “La pittura esprime il mio lato felice”, dice Adnan “quello che è tutt’uno con l’Universo.” Un omaggio alla Vita fatto di creazioni realizzate generalmente nell’arco di un’unica seduta: il tempo di spandere gli acquarelli o gli inchiostri, di spremere i colori -alchimia che assume per l’artista una qualità metafisica- direttamente dai tubetti sulla tela messa sul tavolo come fosse un foglio di carta, per poi lavorarli con la spatola. Due emisferi creativi rappresentati dalle due identiche scrivanie sistemate nella sua casa parigina: una destinata alla scrittura, l’altra alle arti visive.

Ma è solo nel 2010 che la sua attività pittorica s’impone all’attenzione del pubblico internazionale grazie all’incontro con Carolyn Christov- Bakargiev, curatrice della mostra Documenta13, il più importante salone di arte a livello mondiale che si tiene ogni cinque anni a Kassel (Germania). Nel 2012, a 87 anni, Adnan partecipa all’evento Collapse and Recovery, con 38 piccoli paesaggi astratti dai colori vivaci, concepiti qualche tempo prima in un appartamentino di fronte al mare nella sua Beirut dilaniata dalla guerra.  Da questo momento Etel Adnan passa a fare parte di quel gruppo di artiste, come l’italiana Carol Rama, la rumena Geta Bratescu o la cubana Carmen Herrera, ignorate per tutta la loro vita dal mercato dell’arte e riscoperte in tarda età. Ad un tratto, le opere dell’artista libanese diventano tesori ambiti da mostre, musei e collezionisti. Espone al Whitney di New York, al Serpentine di Londra, alla galleria Lelong di Parigi, al Zentrum Paul Klee di Berna. Nel 2019 partecipa alla collettiva Luogo e Segni, a Punta della Dogana, Venezia. L’esibizione, che intende fomentare il dialogo fra artisti, s’ispira alla sua ultima raccolta poetica, Shifting the silence, una riflessione asciutta e profonda sullo scorrere della vita, le sorti del pianeta e sulla propria morte.

Nel 2021, l’artista novantaseienne approda al Guggenheim di New York, con la personale Light’s New Measures. Per la sua gioia, condivide lo spazio museale con una retrospettiva di  Kandinsky, l’amato artista con il quale si ritrova nella concezione spirituale dei colori e delle forme. Costretta a letto da  tempo, Etel Adnan muore a Parigi il 14 di novembre. Come dirà Simone Fattal, parafrasando l’amica:
“…l’Universo ha perso una delle sue migliori alleate.”

Adriana Langtry

Adriana Langtry (Argentina, 1956), poeta, scrittrice e artista visiva. Laureata in letteratura ispanoamericana ha pubblicato articoli, traduzioni, racconti e poesie su riviste cartacee, on-line e in diverse antologie. Come artista visiva ha partecipato a mostre collettive in Italia e all’estero. Scrive per siti culturali italiani e spagnoli. È membro dell’ensemble poetico-teatrale transnazionale Compagnia delle poete.

adrianalangtry.wordpress.com

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