Etty Hillesum

1914 Middelburg (Olanda) - Auschwitz 1943
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“Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver fatto prima la nostra parte dentro di noi. È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove”
(giovedì pomeriggio, 19 febbraio 1942, ore due)

È una giovane donna di ventotto anni che scrive sulle pagine del suo diario (undici quaderni fitti fitti, di cui uno è andato smarrito) queste acute riflessioni, di una straordinaria attualità. Il suo nome è Esther Hillesum, nome ereditato dalla nonna paterna, meglio nota come Etty, nata a Middelburg in Olanda il 15 gennaio 1914, in una famiglia della borghesia intellettuale ebraica. Il padre Levie, schivo e silenzioso, insegna lingue classiche ed è preside di un liceo; la madre Riva Bernstein, caotica e estroversa, sfuggita ai pogrom, è insegnante di lingua russa. Etty negli anni della guerra studia giurisprudenza e lingue slave, vive dando lezioni di russo e tenendo seminari all’Università popolare. Frequenta l’ambiente universitario, impegnandosi attivamente contro il regime nazista. Nel 1941 l’incontro fondamentale con Julius Spier, allievo di Jung, e fondatore della psicochirologia – terapia analitica che si ispira alla lettura della mano – che la cambierà profondamente. Diventa sua allieva, segretaria e amante fino alla sua morte.

Di Etty ci restano le numerose lettere scritte alle persone care, e il diario, che segna puntualmente istante dopo istante, un originale percorso di cura, introspettivo, di riflessione e ricerca del sé e del senso della vita, una testimonianza sulla persecuzione ebraica, la guerra, la sua personale visione del mondo, un percorso tra i più originali, profondi e illuminanti del Novecento. Un unicum a cui intere generazioni in molte parti del mondo si ispireranno, trarranno fonte di ispirazione, conforto e risorse interiori. Testi di straordinaria attualità, che ci fanno conoscere una giovane donna fragile e forte, spirituale e fortemente attaccata alla terra, amante della vita e anticipatrice di modi di essere e stili di vita che ancor oggi ci stupiscono. Una speranza e un ottimismo coinvolgente la attraversano anche nei momenti più dolorosi e di solitudine.

“È un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi. In qualche modo mi sento leggera, senza alcuna amarezza e con tanta forza e amore. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo, non sento forse che stanno crescendo in me, ogni giorno?” (20 luglio 1942)

In quegli anni legge Rilke, Tommaso da Kempis, Sant’Agostino, il Corano, il Talmud, il Tao The Ching. Attraverso un percorso soggettivo e originale si avvicina a Dio, portandolo e ospitandolo teneramente nel suo cuore fino agli ultimi istanti della sua vita. Attraverso una scrittura non urlata, tenera, assetata di conoscenza, oltre le rigide appartenenze, fortemente spirituale, ci offre un percorso interiore e di consapevolezza sempre più alta e complessa, capace di superare dogmatismi, appartenenze circoscritte, rigidi schematismi interpretativi, assumendo una visione universale capace di unire, anziché dividere gli esseri umani, qualunque essi siano. Rifiuta l’odio, divorante malattia dell’anima, anche nei confronti del cosiddetto nemico; conforta con il suo essere e la sua presenza delicata e empatica, uomini e donne che incontra nel suo cammino, anche solo per un attimo, nel campo di transito di Westerbork, destinazione che volontariamente sceglie per condividere fino in fondo la sorte del popolo ebraico al quale riconosce di appartenere.

Nel tempo inquietante e buio della persecuzione esorta lei stessa e gli altri a essere “una generazione vitale”, capace di riconoscere nella vita, qualunque essa sia, quella che è data da vivere a ognuno, tutto ciò che essa è capace di offrire: il buono e il cattivo, la luce e l’ombra, le vesciche ai piedi, il profumo del gelsomino bianco, capaci di offrire e arricchire l’essere umano di “nuove e inedite prospettive”. Perché la vita è bella come ha modo di ribadire più e più volte, e va vissuta fino in fondo, attimo dopo attimo, perché “abbiamo il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro”.

Etty sa vedere oltre il filo spinato del campo le traiettorie imperscrutabili dei gabbiani, i lupini gialli che sbocciano nei prati intorno a Westerbork. Si siede davanti alla fredda e grigia baracca e alza gli occhi per gioire del cielo azzurro e nutrirsi di luce, irradiandola agli altri internati. Proprio come un’altra donna, Milena Jesenská, giornalista praghese, faceva nel lager femminile di Ravensbrück, con qualche bottone di vetro colorato, portato con sé, che metteva alla piccola finestra del suo ufficio in modo da catturare e riflettere i raggi di luce, riverberandoli e ampliandoli. O come la cantante di operetta, Marianne Golz Goldlust, donna di rara bellezza, che nel carcere praghese di Pancrac in attesa di essere ghigliottinata, come tante altre oppositrici al nazismo, per aver aiutato e salvato tanti ebrei, lei che ebrea non era, capace di intravedere le gemme sugli alberi oltre le sbarre della prigione, sentire il profumo dei lillà in fiore e scaldarsi a qualche timido raggio di sole. Piccoli gesti di resistenza esistenziale, che assumono un alto valore simbolico, ampliando le forme di resistenza e superando quelle più tradizionali, alla dittatura e al nazismo.

La scrittura di Etty si fa via via densa, ricca, ispirata e meditata. È la lingua salvata di chi vuole testimoniare l’orrore, l’indicibile, l’inenarrabile. La lingua che vuole assomigliare, come lei stessa scrive, alle antiche stampe giapponesi, per leggerezza e eleganza, la lingua della purificazione e della pulizia interiore, nel senso che le attribuisce il filosofo Martin Buber.

Etty, vera e propria coscienza ispirata, che vuole essere il “cuore pensante della baracca”, morirà a Auschwitz, insieme ai genitori, ai fratelli Jaap, medico, e Misha, valente e promettente pianista, secondo i dati della Croce Rossa il 30 novembre 1943.
In Italia la conosciamo, a partire dalle traduzioni ancora incomplete del diario e delle lettere a partire dal 1985, e finalmente integrali a partire dal 2012.

È nata e rinata tante volte, in tanti luoghi, attraverso tanti linguaggi, parole, spettacoli teatrali, docufilm, performance, in molte parti del mondo, tante quante ne avrà bisogno, per usare il suggestivo pensiero di un’altra donna, testimone luminosa del Novecento, la filosofa spagnola María Zambrano.

“Christien, apro a caso la Bibbia e trovo questo: ‘ll Signore è il mio alto ricetto’. Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Misha sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Misha. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora a Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia ultima lunga lettera?
Arrivederci da noi quattro”
Etty

Questa cartolina postale, che Etty lanciò fuori dal treno il 7 settembre 1943, fu ritrovata lungo la linea ferroviaria il 15 settembre dello stesso anno e preziosamente conservata.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, edizione integrale, Adelphi, Milano 2102

Etty Hillesum, Lettere, edizione integrale, Adelphi, Milano 2013

Etty Hillesum, Due lettere da Westerbork, Castelvecchi, Roma 2014, prefazione di Marcella Filippa (ristampa, Quella notte ero all’inferno: due lettere da Westerbork, Castelvecchi, Roma 2018)

Laura Boella, Le imperdonabili. Milena Jesenská, Etty Hillesum, Marina Cvetaeva, Ingeborg Bachmann, Cristina Campo, Mimesis, Milano 2013

Pascal Dreyer, Etty Hillesum. Una testimone del Novecento, Edizioni Lavoro, Roma 2000, con una nota di Marcella Filippa

Sylvie Germain, Etty Hillesum. Una coscienza ispirata, Edizioni Lavoro, Roma 2000

Nadia Neri, Un’estrema compassione. Etty Hillesum testimone e vittima del lager, Bruno Mondadori, Milano 1999

Per una bibliografia più completa si veda il sito web del Centro Studi Etty Hillesum, Università di Gand, www.ehoc.ugent.be.

Marcella Filippa

Vive e lavora a Torino. Storica, saggista, traduttrice, giornalista pubblicista, vincitrice di premi letterari, ha diretto mostre, realizzato sceneggiature per documentari, coordinato progetti europei, consulente di case editrici, responsabile di collane editoriali sulla storia delle donne e sul pensiero femminile europeo. Ha pubblicato numerosi libri di storia del Novecento, in particolare sul razzismo e la storia delle donne, tradotti anche all’estero, e ha curato molti volumi collettanei di storia sociale, tra cui Il cibo dell’altro. Movimenti migratori e culture alimentari nella Torino del Novecento (2003), Le vite di Carla P. La scuola, il sindacato, le donne (2017). Direttrice della Fondazione Nocentini, è stata a lungo docente all’Istituto Europeo di Design, collabora con università e istituti culturali italiani e internazionali. Tra i suoi molti libri: Mia mamma mi raccontava che da giovane andava a fare i mattoni. I fornaciai a Beinasco tra fonti orali e fonti scritte (1982), Avrei capovolto le montagne. Giorgina Levi in Bolivia. 1939-1946 (1990,2006), Dis-crimini. Profili dell’intolleranza e del razzismo (1998), La morte contesa. Cremazione e riti funebri nell’Italia fascista (2001), Donne a Torino nel Novecento. Un secolo di storie (2017), Rita Levi Montalcini. La signora delle cellule (2018), Tina Anselmi. La donna della democrazia (2019).

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