Eugenia Spadoni

detta Mimy Aylmer

Roma 1896 - Bologna 1992
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«Si dice, si dice… che in un’attrice bella ed elegante gli uomini amino più la donna che l’arte. Si dice, si dice… che Mimy Aylmer si vendichi, amando più l’arte che gli uomini».
Dedica di Roberto Bracco a Mimy Aylmer, 1923

«Aprii gli occhi alla vita all’ombra della Torre pendente. Ero nata a Roma, in un giorno di maggio del 1896, ma le contingenze della vita mi portarono in quella silenziosa e divina città, dove l’Arno scorre placido sotto i suoi austeri ponti» 1.

Eugenia  nasce il 29 maggio a Roma, dove vive fino a quando i suoi genitori, madre casalinga e padre professore d’arte, si separano.

Eugenia fa studi classici, impara l’inglese e il francese, ama la musica e suona  il piano sognando  di diventare un direttore d’orchestra.  A 14 anni parte con la mamma per Genova: lì nessuno le conosce e possono lavorare visto che il padre non manda più soldi a casa. «Una mattina mi decisi: Mi presentai al direttore del Teatro Verdi; il signor Bini, persona bonaria e infinitamente gentile, non fece difficoltà».  Il 12 aprile 1912 debutta con una canzone inglese e con un’altra italiana: Mimy la fioraia.  Gli impresari la richiedono: nel 1915 viene scritturata dalla Compagnia di Riviste Papa. 1918: entra nel mondo dell’operetta, debutta ad aprile con il capocomico Tani a Roma al Teatro Morgana. «Con la Compagnia Vannutelli recitai Madama di Tebe, La Regina del Fonografo, Santarellina e Duchessa del Bal Tabarin, con abiti e costumi meravigliosi […] Vi era mio compagno, nel ruolo di attore comico: Nuto Navarrini, e insieme avemmo i più grandi successi, specialmente nei duetti e nei balletti della Principessa della Czarda e La piccola cioccolataia in Madame de Tebe».  Il successo e la sua fama, in quegli anni di guerra, diventano nazionali.  A 19 anni  canta nei locali, un vulcano di entusiasmo e vitalità. Napoli, Torino, Milano: Mimy è brava e di quelle che non passano inosservate. Seguita sempre dalla mamma da cui non si stacca mai, lavora con Carlo Lombardo  e nel 1922 con la  Compagnia del Teatro Sperimentale di Virgilio Talli, che incontra a Bologna.  «Tutto andò liscio, come sulle rotaie; la paga da L. 500 al giorno passò a L. 80… altro grande sacrificio fatto all’Arte; […]. Il debutto era fissato per il 17 febbraio 1923 all’Ariosto di Reggio Emilia con L’Asino di Buridano con Sergio Tofano».  Poi Dora e le spie di Sardou.  A Livorno un altro incontro importante: Galeazzo Ciano presentatole da Armando Falconi: «era molto simpatico e, sebbene giovanissimo, si scorgeva in lui un’intelligenza vivace e profonda in un temperamento piuttosto sentimentale.  […] Mi piacque tanto la sua voce carezzevole mi scendeva nell’anima. Ci rivedemmo a Roma, e vi fu una forte simpatia, che ci portò piuttosto lontano fino ad impensierire il suo grande Padre. […] Fu una bella e sentimentale parentesi, per me, tra la compagnia Talli e Gandusio con cui iniziai nel marzo 1924 quale prima donna assoluta al Teatro Goldoni di Venezia».  Mimy Aylmer lavora con alcuni fra i maggiori protagonisti del teatro italiano di quegli anni come Antonio Gandusio, Ruggero Ruggeri e Aristide Baghetti. Come molte attrici del suo tempo anche Mimy  parte per il Sud America; poi a Parigi dove conosce lo scrittore Sacha Guitry e infine  Londra. Ma Mimy ama anche le automobili  e Vincenzo Lancia la invita ad iscriversi alla corsa delle Mille Miglia. Nel 1929 si classifica all’undicesimo posto nella classe D su Lancia Lambda.
Arriva il cinema. Mimy aveva già avuto un’esperienza che risaliva al 1914, quando Amleto Palermi la volle nel film muto Colei che tutto soffre con Mario Bonnard e Alfonso Avigliano  (girato a Torino presso gli Stabilimenti della Film Artistica Gloria). La Cines la convoca: «Là fui presentata al Comm. Ludovico Toepliz, mi fu offerto un contratto per 3 film». Amleto Palermi e Gaston Ravel la dirigono ne La straniera, una coproduzione Italia-Francia-Germania con Tina Lattanzi e Ruggero Lupi.  E’ il 1930.
Due anni dopo  La telefonista con Luigi Cimara, Isa Pola, Sergio Tofano, Maria Denis, regia di Nunzio Malasomma, Due cuori felici con Rina Franchetti, Vittorio De Sica e Umberto Melnati, regia di Baldassarre Negroni; poi Sette giorni cento lire, regia di Nunzio Malasomma. Nel 1934 sarà Giulia in Come le foglie, regia di Mario Camerini. Per la Ventura Film Lohengrin, regia di Nunzio Malasomma (1935) nel ruolo di Lia, insieme a Vittorio De Sica, Giuditta Rissone, Sergio Tofano.
Intelligente e curiosa, si interessa alla fotografia: «Mimì Aylmer credeva molto nelle potenzialità della fotografia come documento e come elemento inconfutabile di un’amicizia prestigiosa o di un avvenimento al quale ella aveva assistito; questo fatto si evince dalla sua mania di fotografare tutto, anche più volte, di collezionare scatti anche richiesti a studi fotografici, trasmettendoci l’idea di una grande consapevolezza sull’importanza del momento storico in cui viveva. […].  Mimì è spesso ritratta con il suo apparecchio e un treppiede, oggetti che la appassionarono sin da giovane, mentre tutte le sue fotografie sono state da lei stessa ordinate in decine di album, divise per anni, verso la fine del 1960, molte delle quali mostrano appunti e didascalie accurate sulle persone, sulle date e sui luoghi; insomma un lavoro che farebbe invidia a qualsiasi archivista dei nostri tempi!» 2.

Nel 1936 la Negroni Film la scrittura per Arma bianca  regia di Ferdinando Maria Poggioli con Leda Gloria, Nerio Bernardi e Tina Lattanzi:  ma deve cambiare il suo cognome e diventa Mimì Almieri. E ancora Sette giorni all’altro mondo con la regia di Mario Mattoli con Armando Falconi, Enrico Viarisio, Camillo Pilotto.
Negli anni della guerra perde le case che ha comprato, distrutte dai tedeschi o occupate; si rifugia in una villa a Grottaferrata insieme alla sua adorata mamma, poi si trasferisce a Zurigo.
Nel  1949  la Cines la chiama per un film prodotto con la Alcyone Films: Cuori sul mare, regia di Giorgio Bianchi. Nel film recitano anche Milly Vitale, Doris Dowling Charles Vanel, Jacques Sernars,  un giovane Marcello Mastroianni.  L’anno seguente La Vendetta del corsaro, film di Primo Zeglio ancora con Milly Vitale e Maria Montez, Mario Castellani, Jean Pierre Aumont. E’ l’ultimo film che interpreta. «Mimì Aylmer fu la prima a presentarsi nel varietà con le gambe nude come si usava a Parigi.  Ebbe un ruolo in Come le foglie, un film di Camerini del 1934, correva in auto la Mille Miglia, fu amata da Umberto di Savoia e da Galeazzo Ciano» 3.

Con i guadagni compra quei valori che  la sua educazione e la sua esperienza percepisce come  sicuri più dell’oro: appartamenti. «Avevo fretta di comperare, di investire il danaro, non si sa mai cosa poteva avvenire». Il 23 aprile 1952 muore la madre. E’ un duro colpo per l’attrice. La vita continua, Mimy non lavora più ed è costretta a vendere tutto, case, gioielli, anche i mobili. Ma non è nel suo carattere arrendersi. «Intanto la vita aumentava vertiginosamente […]. Speravo nella pensione ma non si decideva niente… Quarant’anni di lavoro continuo non valevano al fine della pensione…[…] Era dal 1910 che facevo conti, ormai, in 52 anni di calcoli ero diventata una vera matematica!».
Eugenia si ritira a Porto Santo Stefano ma è sola e non sta bene; deve trovare una soluzione. Si ricorda del suo amico Lorenzo Ruggi  presidente della Casa di riposo per attori voluta da Adolfo Re Riccardi, uno dei grandi impresari teatrali dei  primi del Novecento.  Si rivolge a lui per avere la possibilità di vivere lì, nella Casa. Il 15 settembre 1964 parte per Bologna. «Ebbi la sensazione di entrare in un paradiso. Rividi le fotografie e i busti in marmo e in bronzo dei vecchi compagni ed amici: la cara Maria Melato, Sabatino Lopez, Zacconi e il grande Ruggero Ruggeri, vicino al quale avevo tanto lavorato anche in occasioni preoccupanti e difficili».
Eugenia lascia alla Casa tutto il suo archivio che in questo modo non sarà  disperso, ma salvaguardato e valorizzato con il tempo. Nella splendida dimora incontra attori e attrici alcuni cordiali e chiacchieroni come lei,  altri scorbutici e silenziosi, induriti dall’isolamento e dalla vecchiaia; incontra attori famosi, altri meno  «più ammirabili perché la loro vita di lavoro s’è dovuta magari svolgere sempre di provincia in provincia, magari facendo una sola recita per ogni piazza […]. Tutte queste varie personalità danno all’ambiente un colore vivo, di mille tonalità e lo rendono infinitamente interessante».
Curiosa e interessata della sua arte multiforme e delle novità lo fu sempre; più deludente fu per lei la vita sentimentale:  senza rimpianti continua a vivere, scrivendo il suo diario mentre  dalla sua camera intravede i cipressi del piccolo cimitero che l’accoglierà quando morirà, il 20 ottobre  1992.
Nel 2013 il suo archivio è stato pubblicato su portale archIVI. Quattro buste che conservano documenti personali, contratti, ritagli stampa, una ricca corrispondenza e un fondo fotografico di notevole interesse, tutta documentazione conservata e ordinata in ordine cronologico e tematico dalla stessa attrice.  Dichiarato di notevole interesse storico dalla Soprintendenza archivistica per l’Emilia-Romagna nel 2012 il fondo è stato parte del  progetto “Censimento degli archivi femminili della provincia di Bologna”.

  1. Le citazioni in prima persona di Mimy sono tratte da Mimy Aylmer, Il romanzo della mia vita, Milano, Gastaldi Editore, 1966.  ^

  2. Simona Guerra, L’archivio fotografico della Casa Lyda Borelli di Bologna. Cento anni di cinema e teatro tornano alla ribaltà, in http://www.fotologie.it/guerra/borelli.html.  ^

  3. Giulio Nascimbeni, Biagi quanti volti in cipria, Corriere della sera, 27 ottobre 1999.  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Mimy Aylmer, Il romanzo della mia vita, Milano, Gastaldi Editore, 1966

Enzo Biagi, Odore di cipria, Milano, Rizzoli, 2001

Simona Guerra, L’archivio fotografico della Casa Lyda Borelli di Bologna. Cento anni di cinema e teatro tornano alla ribaltà, in http://www.fotologie.it/guerra/borelli.html

Enrico Lancia, Roberto Poppi, Dizionario del cinema italiano. I film, vol. 1 - Roma, Gremese, 2003

Luigi Minischetti, Mimì Aylmer (Eugenia Spadoni 1896-1992). Immagini di un'attrice, 1997. Tesi di laurea (Tesi di laurea in Iconografia teatrale, relatore Prof.ssa Paola Bignami, Università degli Studi di Bologna, a.a. 1997-98)

Giulio Nascimbeni, Biagi quanti volti in cipria, Corriere della sera, 27 ottobre 1999.

http://archiviostorico.corriere.it

http://www.anica.it/

http://www.casalydaborelli.it

http://davinotti.com/index.php?f=11906

http://www.enciclopediadellautomobile.com/it/i-1341-2026/coppa-1000-miglia/1929/

http://www.cittadegliarchivi.it/pages/getDetail/idIUnit:1/archCode:ST0078

 

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Maria Procino

Laureata in Lettere a Napoli ed in Archivistica a Roma è impegnata in progetti di recupero, riordino e valorizzazione di archivi di donne e di personalità della nostra cultura. Ha curato nel 1996 la mostra Eduardo a Milano, realizzata insieme a Isabella Q. De Filippo e Paola Ermenegildo, con la collaborazione del Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa. Ha partecipato alla cura di varie mostre su artisti italiani come Enrico Maria Salerno e Francesco Rosi. Fa parte dell’ANAI Associazione Archivistica Italiana. Ha pubblicato Eduardo dietro le quinte. Un impresario capocomico attraverso cinquant’anni di leggi, sovvenzioni e censura. 1920-1970, Roma, Bulzoni 2003 e, insieme a Margherita Martelli, Enrico Cuccia in AOI (1936-1937). Carteggio tra Enrico Cuccia e Alberto D’Agostino, 2007.

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