Fulvia

83 a.C. - 40 a.C.
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«Una dominatrice, una donna che non voleva solo comandare su un marito, ma un grande comandante di eserciti». Così lo storico greco Plutarco descrive Fulvia, terza moglie di Marco Antonio.
Nata nell’84 a.C., era figlia di Marco Fulvio Bambalione, ovvero Tartaglione, e di Sempronia, della gens Tuditana. Era di nobiltà recente, ma ricchissima e questo la rendeva un ottimo partito. Forse per sua scelta, si sposò tardi, a 22 anni, con Publio Clodio Pulcro, ovvero il Bello, dell’antica e nobile gens Claudia, che già si era segnalato come traditore della patria, dissoluto, demagogo, violento, libertino impenitente. Fulvia seppe domarlo: Clodio la portava con sé ovunque. Tra i suoi amici spiccavano due giovanotti, altrettanto gaudenti: Caio Scribonio Curione e Marco Antonio. Fulvia li avrebbe, in seguito, sposati entrambi.
Clodio si fece eleggere tribuno della plebe, carica importante che gli permise di mandare Cicerone in esilio. Poi prese a spadroneggiare per le vie e le piazze di Roma. Fulvia, popolare per tradizione di famiglia, sosteneva le sue trame. Ma Clodio non era un politico: era un sobillatore. Così, mentre le vittorie di Giulio Cesare e Marco Antonio rafforzavano il potere dei popolari, Roma si trasformava in un campo di battaglia.
Nel gennaio del 62 a.C. Clodio si avventurò con il suo seguito lungo la via Appia, lasciando Fulvia a Roma. Fu attaccato e poi ucciso dalla banda di Tito Annio Milone, partigiano del suo avversario Pompeo. La città insorse: alla testa di una folla inferocita Fulvia andò a prendersi il cadavere, lo riportò in città e lo fece deporre nella Curia. Fredda come una pietra. In aprile Fulvia presenziò al processo. La difesa di Milone, fuggito a Marsiglia, era stata affidata a Cicerone; Fulvia gli si oppose con il poco che a una donna era concesso: il pianto. Pubblico e giuria si commossero: il retore non se la sentì neanche di parlare e Milone fu condannato.
Fulvia non perse tempo: prese a vedersi con Curione e, terminati i dieci mesi di lutto, lo sposò. Curione era un ottimo oratore: Giulio Cesare lo comprò perché fingesse di avversarlo e riuscisse invece, da tribuno, a minare il potere di Pompeo. Tra l’11 e il 12 gennaio del 49 a.C. Cesare varcò in armi il Rubicone, scatenando la guerra civile. Convinto delle doti militari di Curione, lo spedì in Sicilia contro i fedeli di Pompeo e poi in Africa, dove fu ucciso da Giuba. Era la metà di agosto del 49 a.C.: Fulvia restava vedova per la seconda volta. Presto divenne amante di Marco Antonio. Non l’unica. Ma si fece largo. E lo sposò nel 44.
La studiosa Catherine Virlouvet ha definito Fulvia una «passionaria», riferendosi non ai suoi amori, ma alle sue passioni politiche: Marco Antonio, con cui, almeno all’inizio, ebbe un intenso legame, fu per lei il terzo, e più tragico, trampolino verso il potere.
Nel 44 Fulvia era ancora bellissima. Era già madre: Clodio le aveva lasciato una bambina, Claudia. Da Antonio avrebbe avuto Antillo e Iullo. Dopo la morte di Cesare, il 15 marzo del 44 a.C., Antonio, che pure, inspiegabilmente, non era al suo fianco al momento dell’agguato, gestì la repressione contro i cesaricidi. E Fulvia, che non poteva partecipare ai sontuosi banchetti “politici” organizzati dal marito, allestì nella sua casa, l’ex villa di Pompeo, una vera corte. Aveva cacciato gran parte del corteo buffonesco e parassitario che il marito si trascinava dietro e prendeva parte attiva ai giochi politici, tutt’altro che limpidi, di Antonio. Nelle sale di rappresentanza della casa, dove si affollavano amici e postulanti e si decidevano importanti affari di Stato, Fulvia non mancava mai: era lì quando gli ambasciatori della Galazia riottennero, per il loro re Deiotaro, le terre che Cesare aveva già offerto ad altri sovrani dell’Anatolia. I diplomatici versarono alla mediatrice e a suo marito dieci milioni di sesterzi: questo racconta Cicerone. In ogni caso non erano trattative limpide: Antonio e Fulvia furono accusati di far traffico degli atti autentici di Cesare e di non pochi apocrifi. Furono cioè sospettati di gestire il testamento del condottiero in libertà e a proprio vantaggio. Nell’ex villa di Pompeo, si insinuava, il denaro non si contava più, ma si pesava. Fulvia non si occupava solo di assistere Antonio in casa: lo seguiva ovunque, come aveva fatto con Clodio. Erano insieme a Brindisi, per esempio, quando il console soffocò nel sangue una ribellione di legionari macedoni. Fulvia non solo insistette per la decimazione, ma restò così vicino al luogo dell’esecuzione da essere schizzata dal sangue dei giustiziati.
Cicerone, nelle sue Filippiche, scritte tra il 2 settembre 44 e il 21 aprile 43, additò Marco Antonio come il principale nemico della libertà di Roma. Nel frattempo Gaio Ottavio, ossia Ottaviano, il figlio adottivo di Cesare, prese a rubargli la scena e il potere. Non solo: il 20 dicembre 44 Cicerone, che si era alleato con Ottaviano, chiese al Senato di dichiarare Antonio nemico pubblico. L’assemblea non accolse la richiesta ma sollevò il marito di Fulvia da tutti gli incarichi per l’anno successivo. La donna, allora, girò supplice tra le case degli aristocratici e si presentò nel Foro per fermare i senatori, insieme con la madre di Antonio e il figlio Antillo. Stava quasi per convincerli quando l’odiato Cicerone la fece cacciare. Lei si rifugiò allora presso Pomponio Attico, amico di Bruto e Cicerone.
Il 23 aprile 43 i soldati della Repubblica e i veterani di Antonio si scontrarono presso Modena: il grande stratega perse ma riuscì a portare i suoi centurioni in Gallia, accolto dal governatore Emilio Lepido che passò dalla sua parte. Fulvia non rimase con le mani in mano: provocò, o almeno favorì, la rottura tra Ottaviano e Cicerone e fece da ponte tra l’erede di Cesare, Antonio ed Emilio Lepido. Alla fine i tre decisero di costituire un nuovo triumvirato che fu sugellato dal matrimonio di Claudia, la figlia di Fulvia e Clodio, quasi una bambina, con Ottaviano. Il matrimonio, come il triumvirato, non durò a lungo: Claudia fu rimandata a casa ancora vergine; i rapporti tra Fulvia e Ottaviano si guastarono. Ma soprattutto si logorarono quelli fra i triumviri. Le vendette si riaccesero. Cicerone fu decapitato il 7 dicembre 43, e la sua testa esposta sui Rostra, nel Foro, insieme con la mano destra che aveva scritto le Filippiche. Secondo Appiano la testa rimase in bella mostra, per qualche tempo, nella villa di Fulvia, che, non soddisfatta, ne trafisse la lingua con uno spillone da capelli, una puntura per ogni volta che era stata offesa. Attico, il più grande amico di Cicerone, fu risparmiato proprio perché le aveva offerto rifugio. In compenso si attribuirono alla moglie di Antonio, in quel periodo, un numero incredibile di sentenze di morte: troppe, per essere vere. Il che non toglie che la sua sete di vendetta fu insaziabile. In più le proscrizioni le permisero di raccogliere moltissimo denaro per le successive campagne di guerra.Nell’estate del 42 Fulvia era di nuovo incinta, ma volle accompagnare Antonio all’imbarco a Brindisi: non l’avrebbe più rivisto.
La battaglia di Filippi, nell’ottobre 42, segnò la vittoria di Antonio su Bruto e Cassio, la loro morte e la spartizione dell’impero fra i triumviri. Ad Antonio toccò l’Oriente. Ebbe tempo di allacciare una relazione con la bella Glafira, madre di Archelao Sisines, pretendente al trono della Cappadocia. E poi strinse la sua grande intesa, militare, politica e soprattutto sessuale, con Cleopatra VII, sovrana d’Egitto e già amante di Giulio Cesare. Roma non si scandalizzò del loro amore. Almeno all’apparenza non ebbe nulla da obiettare neanche Fulvia che, invece, aveva imposto ad Antonio di abbandonare la meretrice Volumnia, tra le sue amanti più assidue. Così, mentre Antonio si godeva i lussi faraonici, sua moglie, a Roma, lottava per tenerlo in sella. Alcuni storici sostengono che Fulvia pensasse che Antonio fosse legato a Cleopatra da ragioni politiche e per questo lo lasciasse fare. In realtà i due si amavano davvero. Comunque solo attraverso Fulvia e suo fratello Lucio, console nel 41, Antonio mantenne il suo potere su Roma. Almeno fino a quando moglie e fratello non scatenarono una guerra civile contro i seguaci di Ottaviano. I due si erano assicurati l’appoggio dei veterani, assegnando loro molte terre nelle colonie italiche, e avevano dalla loro parte i senatori conservatori, che intendevano ristabilire la Repubblica. Paradossale, visto che Fulvia e Antonio erano sempre stati pro-popolari. Ma Ottaviano stava diventando troppo potente e pericoloso. In un primo momento le truppe di Fulvia e Lucio occuparono l’Urbe ma furono messe in fuga e si ritirarono a Preneste, l’attuale Palestrina. Il conflitto ha preso il nome di guerra di Perugia, dalla città intorno alla quale si è svolto lo scontro decisivo, ma le battaglie sono state diverse. Fulvia, racconta Dione Cassio, «cingeva lei stessa la spada, dava la parola d’ordine ai soldati e spesso arringava le truppe». Alla fine i due cognati si arroccarono a Perugia e aspettarono Marco Antonio, con le sue truppe, tutto l’inverno.
Marco Antonio non arrivò mai.
Stanca ma ancora pronta a combattere, Fulvia scelse con i suoi figli l’esilio volontario in Grecia e lasciò l’Italia insieme con un certo Planco, che Velleio Patercolo definisce, «suo compagno di fuga». Tempestò allora Antonio di lettere, rimproverandogli tanta inerzia. Alla fine, Antonio tornò in Italia. A Brindisi pose l’assedio contro Ottaviano. Ma misteriosamente e all’improvviso, Fulvia morì a Sicione, nel Peloponneso. Secondo Dione Cassio a ucciderla fu il dolore dell’amore tra Antonio e Cleopatra.
A piangerla non furono in molti. Però William Shakespeare fa dire al suo Marco Antonio:
«Ora che se n’è andata, ella m’è cara,
e la mano che un giorno la respinse
vorrebbe ora riprenderla con sé…».
In realtà non sappiamo come Antonio accolse la notizia della morte. Sappiamo che si affrettò a far la pace con Ottaviano, gettando su Fulvia tutte le colpe. Poi, senza interrompere la relazione con Cleopatra, sposò la sorella dell’ex-avversario, Ottavia, la quale si assunse anche il compito di allevare Iullo, il figlio minore di Fulvia e Antonio. Antillo seguì invece il padre in Oriente.
L’alleanza non durò. Nella battaglia navale di Azio contro Ottaviano, il 2 settembre del 31 a.C., Marco Antonio, vedendo fuggire la flotta di Cleopatra, la seguì, provocando la propria sconfitta. Lo scontro definitivo avvenne nell’agosto del 30. Antonio si suicidò, seguito da Cleopatra. La vendetta del nuovo padrone di Roma colpì anche un figlio di Fulvia: Antillo si era rifugiato ai piedi della statua di Cesare ad Alessandria d’Egitto. Fu trascinato via e massacrato dai sicari di Ottaviano. Iullo invece sopravvisse e per qualche tempo godette dei favori dell’imperatore. Nel 2 d.C. però Ottaviano lo condannò a morte con l’accusa di essere l’amante di sua figlia Giulia, moglie di Tiberio, futuro imperatore.

Valeria Palumbo

Caporedattore centrale de «L’Europeo», collabora con vari giornali e siti Internet, tiene lezioni universitarie, organizza reading teatrali, partecipa a festival storici e letterari. Membro della Società italiana delle storiche e della Società italiana delle Letterate. Ultimi libri: per Odradek Le figlie di Lilith (2008), Dalla chioma di Athena (2010); per Fermento L’ora delle Ragazze Alfa (2009), La divina suocera (2010). In ebook per l'Enciclopedia delle donne: Le donne di Alessandro Magno (2013) e Veronica Franco (2014).

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