Gayatri Chakravorty Spivak

Calcutta, 24 febbraio 1942 - vivente
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Tra le figure che hanno maggiormente segnato il panorama della teoria femminista degli ultimi anni, deve certamente essere ricordata quella di Gayatri Chakravorty Spivak, filosofa di origini bengalesi la cui riflessione ha contribuito a sensibilizzare la società contemporanea rispetto alle condizioni delle donne del cosiddetto Terzo mondo.

Brillante studentessa di letteratura, dopo aver conseguito la laurea in letteratura inglese all’Università di Calcutta nel 1959, si trasferisce negli USA per continuare i propri studi conseguendo il dottorato alla Cornell University con una tesi sul poeta William Butler Yeats. Negli anni Settanta sposa l’americano Talbot Spivak da cui divorzia qualche tempo dopo; attualmente insegna alla Columbia University1.

Alla formazione letteraria fa eco uno spiccato interesse per il pensiero europeo a cui Spivak si avvicina grazie alla traduzione dal francese del saggio di Jacques Derrida De la grammatologie (Sulla grammatologia) nel 1976. La lettura del testo di Derrida le permette di essere tra le artefici dell’introduzione nelle accademie americane del tema del decostruzionismo, che avrà ingenti ripercussioni sulla sua riflessione. Tuttavia, sono sicuramente la metodologia poststrutturalista e la visione marxista della società a costituire le fondamenta del pensiero spivakiano.

L’obiettivo che autrici come Spivak si propongono di raggiungere è quello della formulazione di un nuovo femminismo, che non rientri all’interno delle strutture preesistenti. Nel caso specifico, il movimento di cui Spivak cerca di tracciare le linee guida è definito “postcoloniale”2. Tale aggettivazione permette di delimitare l’area di interesse di questa corrente alle zone del sud del mondo e di individuare nelle donne colonizzate e sfruttate il soggetto del nuovo femminismo. In poche parole, il pensiero postcoloniale è una forma radicale di tematizzazione delle esigenze delle donne provenienti dai paesi più poveri.

Per esplicitare le condizioni in cui vivono le donne del terzo mondo, Spivak narra nel suo testo Critica del pensiero postcoloniale, la vicenda di due figure femminili a lei particolarmente vicine. La prima è la storia della Rani di Sirmur3 della cui vita si hanno scarse notizie e, al fine di spiegare la lacunosità delle informazioni sulla donna, Spivak afferma: “è questo il motivo per cui la Rani affiora fugacemente dagli archivi, nella sua individualità: perché sulla scacchiera del Grande Gioco è moglie di un re e appartiene al sesso debole”4. Ma chi si cela dietro la Rani? Innanzitutto è necessario specificare che “Rani” è il nome indù per “regina” o, ad essere più precisi, indica una figura che è assimilabile al concetto occidentale di regina anche se non del tutto coincidente. Nel 1820, ci racconta Spivak, vicino alle colline dell’Himalaya (nella regione di Sirmur) visse una Rani moglie di un Rajah il quale venne spodestato dagli inglesi per dissolutezza e cattiva condotta (alcuni ipotizzano che in realtà fosse affetto da sifilide). La giovane donna, rimasta sola, divenne la tutrice del figlio minorenne. Secondo il rituale della cultura indiana, una moglie rimasta vedova aveva la possibilità (e in alcuni casi il dovere) di compiere il sati, ovvero il rituale suicidario sulla pira del marito.
Per il “soggetto” femminile, un’autoimmolazione sanzionata all’interno del discorso patriarcale indù, nello stesso momento in cui elimina l’effetto di caduta annesso a un suicidio non sanzionato determina, su un altro registro, un elogio per l’atto di scelta5. In altre parole, la donna indù in condizione di vedovanza è spinta dalla famiglia a compiere l’atto del suicidio per agevolare l’ordine patriarcale nel quale si trova a vivere. Non a caso scrive Spivak: “mentre ci avviciniamo a Sirmur, ci spostiamo dai discorsi di razza e classe a quelli di genere”6.

Ma la Rani non è l’unica donna nell’assetto socio-politico indiano a poter essere considerata l’esempio delle donne sottomesse del Terzo mondo. Spivak ricorda altresì la vicenda di una sua lontana parente, Bhubaneswari Bhaduri. Il luogo è sempre l’India, l’anno il 1926. Nell’appartamento del padre a Calcutta la giovane donna si impicca apparentemente senza una ragione. Circa una decina d’anni dopo si scoprì, leggendo una lettera lasciata alla sorella, che le era stato commissionato l’assassinio di un uomo politico che non era riuscita a portare a compimento. L’elemento che Spivak sottolinea è che la ragazza (all’epoca della morte doveva avere tra i 17 e i 18 anni) decise di suicidarsi nel periodo delle mestruazioni in modo da evitare che la propria famiglia scambiasse il suo ultimo ed estremo grido di aiuto con l’atto di una ragazza rimasta inopportunamente gravida7.

Analizzando le storie di queste due donne, dimenticate dalla storia e silenziate dalla cultura di provenienza, Spivak si accorge come siano in realtà simboli “della dominanza sociale e culturale, delle gerarchie sociali e sessuali, delle resistenze e delle imposture”8. Le donne dei paesi poveri del mondo, esemplificate dalle due figure descritte, sono chiamate dall’autrice “subalterne”. L’immagine del soggetto, o per meglio dire dell’oggetto, subalterno è quello dei nativi indiani che sono stati dominati e controllati dai britannici senza che fosse riservato loro uno spazio entro il quale esprimere la propria identità9. Tale condizione è vissuta in modo ancor più ingente dalle donne la cui subalternità si presenta in modo duale: da un lato, infatti, esse appartengono, come gli uomini, a una cultura (quella indiana per esempio) che è colonizzata e abusata; dall’altro, in virtù del suo sesso, sono sottomesse alla figura maschile, rilegate ai margini, impossibilitate a manifestare i propri bisogni e a dar voce alle proprie necessità.

Giunta a questo punto della sua riflessione, Spivak si sofferma sui tentativi attuati dalle femministe dell’Occidente di emancipare le donne del sud del mondo. La colpa principale di cui si è macchiato il femminismo occidentale è quella di non aver in alcun modo contrastato le dinamiche di potere e di dominio dall’assetto imperialista e capitalista, al contrario di fatto, volente o nolente, complice delle forme di abuso esercitate sui paesi colonizzati. A riprova di ciò basti ricordare l’accusa rivolta da un’altra autrice impegnata nella critica al modello culturale eurocentrico, Chandra Talpade Mohanty, all’immagine stereotipata delle donne del Terzo mondo descritta dai testi delle femministe occidentali10. Le femministe della parte ricca del pianeta, infatti, hanno prodotto una raffigurazione delle loro sorelle più povere incompleta e umiliante, incuranti di andare a indagare in maniera approfondita le reali condizioni e le vere esigenze delle donne del sud: la subalterna, secondo loro, è sessualmente sottomessa, ignorante, legata alla famiglia e alla tradizione nonché priva di qualsiasi capacità di ragionamento critico.

È evidente, in conclusione, che l’idea sottostante al femminismo postcoloniale è certamente quella della relatività delle posizioni che non considerano la pluralità delle varie esperienze femminili. L’intento di Spivak è quello di voler ricordarci di sfuggire all’idea ingannevole che il femminismo sia un movimento facilmente catalogabile e sollecitarci a svelare, attraverso il reciproco rispetto e la comprensione delle differenze, i rapporti di potere che soggiacciono all’assetto culturale e socioeconomico globale e che non permettono l’effettiva e compiuta realizzazione della libertà tanto per le donne occidentali, quanto per le subalterne.

 

  1. Fiorenzo Iuliano, Altri mondi, altre parole. Gayatri Chakravorty Spivak tra decostruzione e impegno militante, Verona, OmbreCorte, 2012.  ^
  2. Si veda: Gayatri Chakravorty Spivak, A Critique of Postcolonial Reason, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1999. Edizione italiana a cura di Patrizia Calefato, traduzione di Angela D’Ottavio, Critica della ragione postcoloniale, Meltemi, Roma, 2004  ^
  3. G.C. Spivak, ibidem, pp. 254-257.  ^
  4. G.C. Spivak, ibidem, p. 244.  ^
  5. G.C. Spivak, ibidem, p. 248.  ^
  6. G.C. Spivak, ibidem, p. 244.  ^
  7. G.C. Spivak, ibidem, p. 317.  ^
  8. Introduzione all’edizione italiana a cura di Patrizia Calefato, G.C. Spivak, op. cit., p. 8.  ^
  9. A partire dal secondo capitolo, incentrato sulla letteratura, del testo Critica del pensiero postcoloniale la popolazione di riferimento per l’analisi della subalternità è quella indiana.  ^
  10. Chandra T. Mohanty, Under Western Eyes: Feminist Scholarship and Colonial Discourses, Duke University Press, Durham, North Carolina, 1986.  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Caterina Botti, Femminismo e differenza culturale, in Le etiche della diversità culturale, a cura di Caterina Botti, Le Lettere, Firenze, 2013

Fiorenzo Iuliano, Altri mondi, altre parole. Gayatri Chakravorty Spivak tra decostruzione e impegno militante, Verona, OmbreCorte, 2012

Chandra T. Mohanty, Under Western Eyes: Feminist Scholarship and Colonial Discourses, Duke University Press, Durham, North Carolina, 1986

Gayatri Chakravorty Spivak, A Critique of Postcolonial Reason, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1999. Edizione italiana a cura di Patrizia Calefato, traduzione di Angela D’Ottavio, Critica della ragione postcoloniale, Meltemi, Roma, 2004

Ludovica Micalizzi

Nata a Messina, classe 1995. Si laurea in Filosofia all’Università di Bologna con una tesi sulla teoria delle emozioni in Aristotele. Attualmente studia Storia della filosofia all’Università la Sapienza di Roma. I suoi interessi vertono sulla storia della Filosofia antica, sulle questioni metafisiche e sulla storia del femminismo.

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