Germaine Krull

1897 - 1985
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Una vita libera da convenzioni quella di Germaine Krull, sempre sfidante e sempre in viaggio, a superare barriere e confini reali e esistenziali. 

 

Germaine Luise Krull nasce nel 1897 a Wilda-Poznan in Polonia da genitori tedeschi, Johann Friedrich Krull e Albertine Kunigunde Engelbrecht. In base alle condizioni politiche che si troverà a vivere, verrà considerata tedesca, polacca o russa. 

La mia ‘discesa’ su questo pianeta non era prevista – avrà a scrivere – né in quella data né in quel luogo. Posnan era la stazione ferroviaria che mio padre aveva scelto per poter assistere, tra un treno e l’altro, a una riunione, prima di raggiungere il suo posto di ingegnere capo della Bosnia”. 

Il padre, libero pensatore, le lascia spazi di libertà, come ad esempio la scelta di vestirsi da ragazzo negli anni dell’adolescenza, per sfidare le convenzioni. Stringe da giovanissima amicizia con Rilke, Pollock, Horkheimer. 

 

A partire dal 1916 studia fotografia a Monaco, dove si diploma e apre uno studio come ritrattista, e successivamente si trasferisce a Berlino. 

“Scelsi la fotografia perché la scuola di Monaco aveva una buona fama. C’erano grandi laboratori ben attrezzati in cui gli studenti potevano esercitarsi”.  

La scuola è una vera e propria rivelazione, che le apre un mondo e una prospettiva, e le dà un senso alla sua vita. A partire da quegli anni comincia a viaggiare, in Unione Sovietica, poi in Olanda dove inizia a realizzare fotografia industriale e di architettura. 

Il porto (di Amsterdam, n.d.a.) esercitava su di me un grande fascino; passeggiarvi mi riempiva di gioia – scrive nella sua autobiografia -, amavo guardare le grandi gru che trasferivano il grano da una nave all’altra, ero affascinata dalla loro forza, mi sarebbe piaciuto riuscire a fermare sulla pellicola la loro grandezza, la loro bellezza. Per coglierle tutte intere bisognava allontanarsi, ma da lontano perdevano quell’impressione di forza. Continuai a pensarci per giorni, le sognavo e le fotografavo. Le ho fotografate tante volte, ma mi sembrava di non riuscire a fermare ciò che volevo esprimere e passarono settimane prima che mi venissero nuove idee. Più andavo a guardarle, più ero convinta che fosse giusto ritrarle come se ne avessi visto solo una parte: in essa era il tutto, il particolare di una gru in azione conteneva l’intero”.

 

Nel 1926 si stabilisce a Parigi, dove sposa Joris Ivens, regista e comunista olandese. Una sorta di matrimonio di convenienza, “per avere rispettabilità e autonomia”, soprattutto autonomia avrà a dire. Stringe amicizia con Colette, Cocteau, Gide e Malraux. In quegli anni le sue fotografie, spesso a soggetto industriale – la Tour Eiffel, ponti, ruote di bicicletta, fabbriche, gru – vengono pubblicate su importanti riviste, come  “Marianne”, “Voilà”, “Paris Magazine”, “Jazz”, e partecipa a importanti mostre dell’avanguardia. Realizza numerosi testi fotografici in Europa e partecipa a importanti esposizioni internazionali, a Bruxelles, Monaco, Parigi. 

 

In seguito all’occupazione nazista della Francia, si reca a Brazzaville, dove dirige per due anni il Servizio fotografico della Francia Libera. Nel 1945 si fa inviare come corrispondente in Indocina. Successivamente parte per il Brasile, passando dalla Martinica e dalla Guyana, per poi raggiungere il Congo francese. Una vita costantemente in viaggio e alla ricerca di nuove esperienze lavorative e di vita la sua. Sarà corrispondente in Indocina e poi a Bangkok dove per circa due decenni sarà proprietaria del celebre Hotel Oriental. Compie numerosi viaggi in Thailandia, Nepal, Birmania, Tibet, collezionando altresì particolari e originali oggetti di antiquariato. Negli anni Sessanta, attratta dal buddismo, si ritira nel Nord dell’India,  dove vivono i rifugiati del Tibet, e incontra più volte il Dalai Lama, facendo sua la causa dei tibetani in esilio – “la causa dei tibetani diventò la mia”, scrive -, promuovendo mostre e realizzando straordinari servizi fotografici. “Il passato non era cosa morta per me, ma non contava tanto, perché ormai mi interessavano i tibetani e le loro storie”. 

 

Ora dovevo prendere una decisione – leggiamo nella sua autobiografia -, se rimanere in Siam o tornare in Europa. In Europa non avevo più rapporti con nessuno; inoltre il modo di vivere europeo, in cui la gente corre sempre dietro a qualcosa, mi era del tutto estraneo. In Siam, invece, ero stata felice, avevo anche cambiato il mio modo di vivere: ero diventata più sensibile ai comfort, avevo persino cominciato ad amare gli abiti e i profumi, cose che per me non avevano mai avuto importanza. (…) A poco a poco il buddismo si era radicato in me, mi aveva dato la certezza di tornare a vivere dopo la morte sotto un’altra forma di vita e questo mi dava una gran pace”.

 

Nel decennio successivo i soggiorni in Europa diventano più frequenti: in Francia, Italia e Germania, fino al suo rientro definitivo nel 1983, per trascorrere gli ultimi anni accanto alla sorella Berthe.Tornai in Europa, alla fotografia, che malgrado tutto è stata la mia vita”.

Di lei ci resta una suggestiva autobiografia, La vita conduce la danza, (La vie mène la danse, pubblicata per prima in Francia, la sua patria e lingua di adozione), una sorta di fotogramma, qualcuno l’ha definita, libera da schemi, talvolta rallentata nel ritmo, segnata da immagini, colpi di luce, di una esistenza davvero straordinaria, caratterizzata da energia e forza quasi inesauribili, capaci di autorigenerarsi più e più volte. In contemporanea ad Arlès una importante mostra retrospettiva diventa l’occasione per la riscoperta di una personalità che ha dato una decisiva importanza alla storia della fotografia, realizzando quella che era la sua aspirazione. 

 

Spero di aver contribuito a far conoscere la fotografia come l’arte del nostro secolo”. 

 

Muore in Germania nel 1985. Il suo archivio è depositato a Essen, al Museo Folkwang, che raccoglie altri importanti fondi di artisti non solo tedeschi e molte delle loro opere.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Germaine Krull, La vita conduce la danza, Giunti editore, Firenze 1992

con Dorothea Melchers, Tales from Siam, The Adventurers Club, 1967

Marcella Filippa

Vive e lavora a Torino. Storica, saggista, traduttrice, giornalista pubblicista, vincitrice di premi letterari, ha diretto mostre, realizzato sceneggiature per documentari, coordinato progetti europei, consulente di case editrici, responsabile di collane editoriali sulla storia delle donne e sul pensiero femminile europeo. Ha pubblicato numerosi libri di storia del Novecento, in particolare sul razzismo e la storia delle donne, tradotti anche all’estero, e ha curato molti volumi collettanei di storia sociale, tra cui Il cibo dell’altro. Movimenti migratori e culture alimentari nella Torino del Novecento (2003), Le vite di Carla P. La scuola, il sindacato, le donne (2017). Direttrice della Fondazione Nocentini, è stata a lungo docente all’Istituto Europeo di Design, collabora con università e istituti culturali italiani e internazionali. Tra i suoi molti libri: Mia mamma mi raccontava che da giovane andava a fare i mattoni. I fornaciai a Beinasco tra fonti orali e fonti scritte (1982), Avrei capovolto le montagne. Giorgina Levi in Bolivia. 1939-1946 (1990,2006), Dis-crimini. Profili dell’intolleranza e del razzismo (1998), La morte contesa. Cremazione e riti funebri nell’Italia fascista (2001), Donne a Torino nel Novecento. Un secolo di storie (2017), Rita Levi Montalcini. La signora delle cellule (2018), Tina Anselmi. La donna della democrazia (2019), Ursula Hirschmann. Come in una giostra (2021).

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