Giulia Beccaria

Milano 1762 - 1841
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Giulia Beccaria è stata a lungo conosciuta soltanto in quanto figlia (del grande Cesare) e madre (del grande Alessandro Manzoni). E come madre è stata dai più accusata e criticata. Solo le ultime ricerche biografiche hanno ricostruito la sua reale condizione, di figlia-vittima dell’avarizia e dell’incoerenza ideologica del padre, e di madre dedita al genio del figlio “ritrovato” fino all’annullamento della propria personalità.

Giulia Maria Anna Margarita Beccaria nasce a Milano il 21 luglio 1762 nella casa del nonno, il marchese Giovanni Saverio che ha appena perdonato e riaccolto in famiglia il padre della piccola, il primogenito Cesare, colpevole di avere sfidato le tradizioni e la sua autorità per sposare una ragazza di diciassette anni, Teresa de Blasco, dalla dote e dalla condizione sociale inadeguata. Paciere e protettore della giovane coppia e della neonata è Pietro Verri, grande amico di Cesare. La bambina viene chiamata Giulia in onore dell’eroina di Rousseau (Julie ou la Nouvelle Eloise) di cui il padre e Pietro sono entusiasti lettori.

Quando la figlia ha due anni Cesare Beccaria pubblica il saggio Dei delitti e delle pene che, subito tradotto in francese, lo renderà celebre tra gli enciclopedisti francesi e gli illuministi di tutta Europa. La madre di Giulia è bella e frivola, ama la vita mondana; ha, come d’uso a quei tempi, un cavalier servente col consenso implicito del marito. Si occupa poco o niente di Giulia come di Marietta, la secondogenita malaticcia che nascerà nel 1776 e che vivrà sempre reclusa in famiglia. Giulia non ha ancora dodici anni quando la madre muore di sifilide.

Nonostante le sue idee illuminate, Cesare Beccaria allontana da casa la primogenita, rinchiudendola nel collegio annesso al convento di San Paolo. Di lei scrive in una lettera Pietro Verri, (che l’ha definita altrove “impazientissima”) “è una giovane sana, sensibile, d’un carattere vivo e impetuoso, figura proporzionata e robusta, immaginati come ella soffra il lungo carcere di San Paolo!”. Da quel carcere Giulia uscirà solo a diciotto anni compiuti, dopo aver ricevuto dalle suore la scarsissima istruzione destinata alle ragazze dei suoi tempi. È bella e inquieta, ha i capelli rossi e gli occhi verdegrigi, è vivace, intelligente e appassionata.

Il padre intanto si è risposato e ha un figlio maschio. La primogenita costituisce per lui un fastidioso problema; non vuole, e forse non può, spendere per farle la dote.

Dopo un primo momento in cui parla di prendere i voti, Giulia comincia a frequentare il salotto di Giovanni Verri, fratello minore di Pietro, dove intellettuali di varia estrazione, ragazze aristocratiche e persino ballerine si riuniscono a suonare il clavicembalo e a discutere di filosofia. Giulia è affascinata dal padrone di casa che, a trentasei anni è un uomo dal passato romanzesco: da giovane, come Cavaliere di Malta è stato nel Mediterraneo a combattere i pirati barbareschi; solo l’avarizia dei “vecchi di casa” gli aveva impedito di armare una propria nave e dedicarsi alla navigazione. Giovanni Verri è un gran donnaiolo, ma di Giulia si innamora seriamente, e lei lo ricambia con trasporto. Tra i due nasce una relazione, ma Giovanni, ultimogenito, non si può sposare per non disperdere il patrimonio familiare.

La società milanese in quegli anni concede una grande libertà sessuale alle donne sposate, ma non alle ragazze nubili. Spaventato all’idea che Giulia possa restare incinta, il padre le combina in gran fretta un matrimonio con l’anziano conte Pietro Manzoni, del quale si dice in giro che sia impotente. Incurante della felicità di Giulia, il padre mercanteggia sulla dote, che riesce a ridurre al minimo. Non contento, costringe la figlia a rinunciare all’eredità materna, lasciandola completamente alla mercé del marito anche per quanto riguarda il corredo e gli abiti.

Nessun familiare assiste al matrimonio di Giulia, che viene celebrato il 20 ottobre 1782. Il conte Manzoni porta la giovane e “impazientissima” sposa a vivere in una casa buia e triste, piena di parenti bigotti. Lui stesso è grigio e bigotto, senza alcun interesse per la cultura che invece Giulia coltiva con passione. Così, privata di ogni consolazione sentimentale, sessuale e intellettuale, la ragazza cerca conforto nella relazione con Giovanni Verri, che adesso può continuare senza problemi, seguendo l’esempio della madre e della zia paterna, sposata al conte Isimbardi, ma di cui proprio Pietro Verri è da anni il cicisbeo.

Il 7 marzo 1785 Giulia mette al mondo un bambino, Alessandro, che tutti i milanesi sanno essere figlio di Giovanni Verri e non del vecchio Manzoni, che però lo riconosce e lo alleva come suo. Per più di un secolo i critici bigotti, non potendo ammettere che il più grande scrittore cattolico fosse un bastardo, daranno come certa questa versione o al massimo accenneranno a un dubbio, mentre per i contemporanei la paternità del Verri era una certezza. Giulia, seguendo l’esempio concreto e non le teorie di Rousseau, lo manda subito a balia in campagna e ce lo lascia fino a che il piccolo non compie due anni. In casa Manzoni è una zia suora smonacata a occuparsi del piccolo Alessandro, che nel 1791 verrà messo in collegio dai padri somaschi di Merate. Prima della partenza Giulia lo accompagnerà a rendere omaggio al celebre nonno Beccaria, unico incontro malinconico tra i due intellettuali che segneranno così profondamente la cultura italiana.

I rapporti tra padre e figlia non sono buoni: Giulia sopporta sempre peggio la cupa atmosfera di casa Manzoni e l’assoluta mancanza di denaro e ne incolpa il padre. Dal 1788, anno in cui è morta la sorella Marietta, è in lite con Cesare per rivendicare l’eredità materna. Anche i rapporti tra Giulia e Giovanni Verri col tempo si sono guastati; lui ha un’altra amante.

Ma finalmente un incontro fortunato imprime una svolta fondamentale alla vita finora così triste della giovane donna. LUI è il conte Carlo Imbonati, che ha undici anni più di Giulia, è scapolo, bellissimo, colto e straordinariamente ricco. Da bambino ha avuto per precettore l’abate Parini (che gli ha dedicato diverse odi), simpatizza per la Rivoluzione francese e possiede una rarissima e inusuale qualità, che tutti gli riconoscono, la bontà.

Nel 1791 tutti a Milano parlano della scandalosa decisione di Giulia, che rifiutando l’ipocrita costume che le consentirebbe, da sposata, cavalier serventi e cicisbei, ha chiesto la separazione dal conte Manzoni. Per ottenerla, Giulia deve fronteggiare molti ostacoli, e scriverà: “faccio uso di quella sola cosa che nessuno può darmi né togliermi cioè una fermezza di carattere che mi fa dire la verità sempre nello stesso tuono con chiunque io parli”. La separazione viene sancita nel febbraio del 1792. Giulia è tenuta ad abitare con un anziano zio materno.

Il padre, che ha sempre continuato a negarle l’eredità, nel 1794 muore. Giulia prosegue la lite col fratello e nel 1795 si arriva a un accordo, che le garantisce una piccola rendita.

Finalmente padrona di se stessa, nel 1796 la nostra eroina parte con Carlo Imbonati per Parigi, dove la coppia “irregolare” trascorrerà i nove anni più felici della vita di Giulia. I due frequentano amici intellettuali con cui hanno molte affinità, ospitano italiani illustri come Vincenzo Monti, viaggiano in Svizzera e in Inghilterra.

Nel frattempo il figlio di Giulia è uscito di collegio e a Milano conduce una vita dispersiva. Carlo Imbonati, preoccupato che Alessandro sciupi così il suo talento, lo invita a raggiungerli a Parigi. Ma prima che il giovanotto vinca dubbi e tentennamenti, un fulmine sconvolge la vita felice della madre: il 15 marzo 1805, Imbonati muore improvvisamente. Sebbene abbia sette sorelle e molti nipoti, Carlo lascia tutto il suo enorme patrimonio alla compagna “per la costante e virtuosa amicizia a me professata, dalla quale riporto non soltanto una compita soddisfazione degli anni con Lei passati, ma un’intima persuasione di dovere alle di lei virtù, e vero disinteressato attaccamento quelle tranquillità d’animo, e felicità, che mi accompagnerà fino al sepolcro”. Giulia è disperata. Solo l’arrivo del figlio le dà un po’ di conforto. I due, che nel passato non avevano avuto che pochi rapporti formali, scoprono di avere molte affinità e un grande affetto reciproco.

Giulia è decisa a dedicare tutta la sua vita e la nuova ricchezza alle aspirazioni artistiche e letterarie di Alessandro. Adesso che grazie alla generosità di Carlo Imbonati non ne avrebbero più bisogno, il patrimonio di entrambi viene arricchito (moderatamente) dalla morte del vecchio conte Manzoni, che aveva sempre considerato Alessandro come suo figlio e gli lascia tutti i suoi beni, includendo Giulia nei legati.

Invaghiti dall’ideale romantico della felicità domestica, madre e figlio decidono “a freddo” che per la tranquillità di quest’ultimo, è bene che si sposi. Si mettono alla ricerca di una moglie adatta e la trovano nella sedicenne Enrichetta Blondel, figlia di un mercante calvinista svizzero radicato a Milano. Le nozze vengono celebrate il 6 febbraio 1808 e in dicembre nasce a Parigi una bambina che viene battezzata col nome della nonna. Giulia e Alessandro sono agnostici, ma il fervore religioso di Enrichetta li trascina alla “conversione”. Sempre ai fini dell’armonia domestica si faranno tutti e tre cattolici e, una volta tornati a vivere a Milano, si metteranno sotto la direzione spirituale del rigorosissimo abate Tosi.

Nonostante la durezza della pratica religiosa imposta da costui ai tre convertiti, i rapporti tra Giulia e la nuora sono idilliaci. Entrambe vivono solo per facilitare la vita del genio di famiglia. In ventidue anni Enrichetta affronta quindici gravidanze e dodici parti – con sette figli sopravvissuti – che ne minano gravemente la salute. Giulia si fa carico di tutte le spese e di tutte le incombenze materiali e organizzative della piccola tribù e fa vita ritirata, frequentando solo i pochi amici rimasti affezionati a lei e al figlio. Alessandro scrive e riscrive quelli che saranno I Promessi sposi e si fa accompagnare da tutta la famiglia a Firenze per “risciacquare i panni in Arno”. La pubblicazione del romanzo lo rende famoso. Giulia adora i nipoti e si occupa della loro educazione con tenerezza. Quando nel 1833 Enrichetta muore, è la nonna a farsi carico di tutti quei bambini e adolescenti.

Pensando di dar loro una nuova madre, e un nuovo affetto ad Alessandro, nel 1837 Giulia sceglie per lui una vedova di mezza età, Teresa Borri Stampa. Ma questa volta la scelta non è felice come la prima: i rapporti con la nuora diventano presto tesi e ostili. Alessandro è succube della moglie, non difende la madre e trascura i figli. La famiglia è colpita da una serie di lutti, due delle nipoti, sposate giovanissime, muoiono pochi anni dopo le nozze.

Il 7 luglio 1841, avvilita e amareggiata, muore anche Giulia, all’età di settantotto anni e quando scompaiono coloro che l’hanno conosciuta, apprezzata e amata, comincia a formarsi su di lei la leggenda nera che la vuole “bisbetica, calunniatrice, pessima madre, interessata, promiscua in amore e contemporaneamente bigotta”, secondo il giudizio di Lombroso, ripreso e condiviso da molti altri biografi. Solo nella seconda metà del Novecento gli studiosi, attingendo direttamente alle sue carte e a quelle di chi la conobbe, cominciano l’opera della sua riabilitazione.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Natalia Ginzburg, La famiglia Manzoni, Torino, Einaudi 1983

Marta Boneschi, Quel che il cuore sapeva, Milano, Mondadori 2004

Grazia Maria Griffini, Lettere di Giulia Beccaria Manzoni conservate nella Biblioteca nazionale Braidense, Milano, Il polifilo 1974

Bianca Pitzorno

Nata a Sassari nel 1942, laureata in Lettere Antiche e specializzata alla Scuola Superiore delle Comunicazioni Sociali di Milano in cinema e televisione.
Autrice di più di cinquanta tra romanzi e saggi, tra i quali i più noti sono destinati ai bambini e ai ragazzi. I più recenti, destinati tutti agli adulti, sono: Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente (Il Saggiatore, 2006), Giuni Russo, da un’estate al mare al Carmelo (Bompiani 2009), Vita di Eleonora d’Arborea (Riscrittura aggiornata dell’edizione Camunia del 1984, Mondadori 2011). Sito ufficiale: www.biancapitzorno.it

Vedi la voce a lei dedicata, scritta da Michele Piumini.

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