Giulia Dell’Olio

Bisceglie 1926 - 2014
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Qualcuno deve averlo già detto, le mani di Giulia sono un monumento. Lo sono nel senso più sostanziale del termine. Nel suo significato di ricordare e ammonire, d’essere d’esempio. Sono come le pietre del centro storico di Bisceglie, dove vive da sempre e da sempre tesse le reti, seduta nell’angolo in cui l’aria del mare porta le sue confidenze ai vicoli medievali, salendo fino alla cattedrale romanica.
Capita di vederla con le dita lacerate dai fili, quando il lavoro è troppo, ma il lavoro non basta mai e le commesse non si possono perdere.
Sono l’esempio di una sapienza di mestiere che si sublima in antica virtù in confronto alle nostre di mani, asservite al funzionamento di una tecnologia che resta per noi un mistero. Usiamo senza conoscere. Le mani di Giulia custodiscono invece il segreto del movimento nascosto in ogni nodo o maglia di “craucette” o di “mezza magghie” e gareggiano con Aracne nel “risácchie”, il giacchio, la rete tonda che si dipana dal centro come una ragnatela di canapa.
In ogni solco, piega, callo, in ogni ferita e in ogni osso di quelle mani si annida l’operosità immemore della vita di mare. Giulia non sa nuotare. Alle donne di mare non serve saperlo fare. Il lavoro si fa sulle banchine del porto o sulla riva. Né si commuove davanti al tramonto: se scruta l’orizzonte è solo per avvistare i pescatori. Col mare si fatica e si campa. La poesia la lascia ai poeti e ai pittori.
Mentre tesse Giulia racconta volentieri la sua vita. La casa dove vive ora è a pochi metri da quella che l’ha vista nascere intorno al 2 luglio 1926, «questa è la data della carta d’identità», dice, «ma sono nata prima». Lo dice con l’orgoglio di chi attribuisce agli anni un sacrosanto valore di esperienza. Un fatto di cui vantarsi e sorridere dispiegando la favolosa geografia delle sue rughe.
È nata in una casa torre, terza di sette figli. Sei sorelle e un fratello, Cecchino, nato penultimo. La casa era una stanza. Ci vivevano in nove. Nella stanza sotto c’era la famiglia dello zio con tre cugini. Quando dalla famiglia di Giulia qualcuno entrava o usciva bisognava che passasse dalla casa stanza degli zii. Tutte le invenzioni del benessere si erano tenute lontane dalla casa torre e, fra le tante, anche quella del “piacere della solitudine”. Quando si chiudeva la porta il mondo veniva lasciato dentro. Dentro e fuori appartenevano alla medesima dimensione. La stanza era il vicolo e questo era la stanza e, di vicolo in vicolo, tutta la città vecchia offriva i suoi scorci lastricati di basole alle tavole apparecchiate, ai giochi dei bambini, alle sedie sistemate per le visite alla sposa o alla famiglia del morto. Per Giulia la solitudine è una sfortuna, una condizione da compatire, una disgraziata anomalia.
I primi ricordi di lei che fa le reti risalgono a quando non doveva aver compiuto gli otto anni. Ricorda le mani di sua madre che rallentavano i movimenti per farle comprendere il mestiere. A otto anni già sapeva “ripizzà”, riparare le reti rotte. Suo padre era di una famiglia di pescatori da diverse generazioni. Per pescare si spostavano a Vasto. Negli anni Trenta e Quaranta, Giulia, come altra gente di mare del barese, faceva la spola tra la Puglia e l’Abruzzo.
Doveva compiere ventuno anni quando la madre le propose il marito. Era un cugino. Giulia aveva già rifiutato un pretendente. Disse che voleva pensarci. Sua madre insistette: «Nù tinaime u capitale, cus tine u mistéire» (Noi abbiamo il capitale, questo ha il mestiere). La famiglia di Giulia possedeva la barca, il capitale, ma, a parte Cecchino, ancora piccolo, mancava un maschio che potesse fare il mestiere, aiutare il padre nella pesca. Anche il futuro marito di Giulia era di una famiglia di pescatori. Alla fine accettò. Fece la “canoscenze” (il fidanzamento), si sposò e ebbe quattro maschi.
Il racconto del suo matrimonio comincia sempre con l’episodio del furto. Stava tornando in treno da Vasto con un suo cugino, detto “u marecaine” perché aveva fatto fortuna in America. Si teneva stretta la valigia con dentro una catenina, una spilla d’oro, un paio di scarpe e “u vestite bone” da indossare al suo matrimonio. Il tutto ammontava al valore denunciato di centomilalire. Nel vagone non si trovava un posto libero e Giulia viaggiò seduta su tre chili di cozze. Si stava facendo uno “scapízze” (pisolino con la testa che crolla) quando le fregarono la valigia. Fermò il treno, arrivarono i carabinieri, ma inutilmente. Sua madre svenne quando seppe del furto e lei si ficcò in un letto intenzionata a non alzarsi mai più. Fu il pescatore Ciccille u aceidde u zauppe a dare un lieto fine al racconto. Aveva diritto al “questuo”, alla mancia oltre il pescato che viene data a chi guida un peschereccio, ma quella volta ci rinunciò per permettere alla madre di Giulia di rifarle il vestito.
Un furto era un danno difficile da superare, era l’imprevisto fatale in una condizione d’indigenza.
Il racconto si fa accorato quando parla dei figli, ancor più se si tratta dei nipoti. Nel 2007 il mare si è preso suo nipote. Aveva appena sedici anni e, come il padre, faceva il pescatore. Era imbarcato sul Nuova Santa Barbara e stava dormendo quando il peschereccio ha urtato il molo sud del porto di San Benedetto del Tronto. Nello scafo si è aperto un grande squarcio e il mare se l’è preso.Giulia parla mentre le sue mani agili e sapienti rinnovano la preziosa eredità di quei gesti antichissimi, un lascito culturale che, destinato a estinguersi per mancanza di eredi, resta aggrappato ai fili intessuti da una donna minuscola seduta appena oltre la porta di mare.
D’estate passano i turisti e la fotografano. Il bugnato a punta di diamante, la cattedrale, Giulia, il panorama del porto, scorrono così i ricordi delle vacanze dedicati ai monumenti di Bisceglie. Lei si concede alle foto e chiacchiera volentieri e, mentre saluta, ha intanto infilato “u cource’”, il galleggiante, “li chiumme”, i piombi, e con la “linguitte”, la spoletta, ha ripreso a tessere la “ràite” misurando le distanze fra i nodi con la “cannedde”, la canna e lo spazio fra due nodi.
Tutte le mattine Giulia esce di casa e prepara il suo spazio di lavoro: il panchetto per sedersi, la scatola con gli strumenti e qualche caramella per i bambini, quella con i galleggianti, la sedia con la spalliera per tenere la rete, il rotolo della treccia piombata e almeno cinque sedie per le visite quotidiane che si avvicendano senza sosta per l’intera giornata. Intorno a lei si addensano gli umori e i fatti che, giorno dopo giorno, riempiono di voci gli stretti vicoli della città vecchia. Giulia dispensa consigli, s’inalbera, rintuzza per le rime una provocazione, parla dei suoi guai, chiede cosa hai fatto e, intanto, fa le reti. Non ha riserve nel raccontare i fatti suoi e non immagina che qualcuno possa averne.
Giulia non smette mai di lavorare. Il filo del racconto e quello della rete si fermano solo al rintocco delle campane o del pendolo che, a conforto della sua memoria e per sfatare ogni diffidenza, arriva a garantire l’onestà delle sue parole. Solo allora si ferma e dice: «Vih? Santa vocia di Criste!».
(Giulia non c’è più, ancora qualcuno s’intrattiene sulle scale di casa sua, ancora, se non ci pensi, ti sembra di sentirla.)

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Bianca Consiglio

Si occupa di storia dell’arte e illustrazione attraverso l’insegnamento negli Istituti Superiori, le collaborazioni con l’Università e l’attività in proprio. Ha partecipato al comitato scientifico di numerose mostre fra le quali: Leonardo De Mango. Un orientalista a Beyoglu, nelle due edizioni di Istanbul e Bari, L’Arte sotto i piedi. Pavimenti Maiolicati dell’Ottocento nella tradizione meridionale e Philipp Hackert nei porti sui mari di Puglia.

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