Giuliana di Norwich

1342 - 1416
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Davanti a questa visione scoppiai a ridere, e questo fece ridere quelli che mi stavano intorno, e il loro ridere mi fece piacere.

Così scrive nella quinta rivelazione Giuliana di Norwich e subito stupisce.

Essere mistiche è già qualcosa che sfida la comprensione umana, la narrazione delle visioni è qualcosa che stupisce e incuriosisce, ci si chiede cosa vedono davvero mistici e mistiche. Immaginiamoci cosa avranno pensato coloro che stavano attorno a Giuliana, mentre era nello stato estatico, vedendola ridere. E in più il suo riso contagia tutti e questo far ridere, in un’epoca in cui il ridere era considerato disdicevole soprattutto nella sfera religiosa, le fa piacere.

Una mistica comica? Cosa la fa ridere durante una visione? 

Giuliana stava avendo una visione sul demonio… e fa ridere? In questo caso sì, perché nella visione Giuliana vide “Nostro Signore ridicolizzare la sua (del diavolo) malizia e ridurre al nulla la sua potenza, ed Egli vuole che noi pure facciamo così”.

Vincere il demonio con l’ironia, col sorriso, col riso. In questa idea così poco spaventosa, così potente e inconsueta sta tutto del messaggio della particolare mistica Giuliana.

Nacque, forse, nella seconda metà del 1342 non si sa di preciso dove, e fino all’età di 30 anni di lei non sappiamo nulla, nemmeno il nome vero, perché il nome Giuliana dipende dal luogo in cui decise di ritirarsi dalla vita del mondo in isolamento, un romitaggio attaccato alla chiesa di S. Julian a Norwich, che in quel periodo era città dell’Inghilterra per importanza e vivacità economica seconda solo a Londra.

I 30 anni furono per lei l’età cruciale, nel 1373, a maggio, ebbe le 16 rivelazioni in forma di visione.

Le rivelazioni vennero dopo una improvvisa e terribile malattia, di cui lei stessa ci parla e che la condusse in punto di morte,

Prima di questo momento che possiamo dire di lei?

Ci sono state biografie con tentativi di ricostruzione del suo passato, di certo si sa che era di famiglia benestante, forse nobile perché lei, pur essendo una donna, sapeva leggere e scrivere e aveva avuto una certa formazione culturale e scolastica: dalle rivelazioni si vede che conosceva bene la Bibbia e i testi sacri.

Si pensa che fosse stata sposata e avesse avuto due figli, ma accanto a lei c’era solo la madre al momento della malattia.

Il periodo in cui Giuliana visse era quello della peste e della guerra dei Cent’anni fra Inghilterra e Francia, un periodo difficile, violento, pieno di malattia e di morte, forse anche lei ebbe dei lutti, non si sa nulla.

Sappiamo che si ammalò, che ebbe delle rivelazioni e che subito dopo si ritirò per sempre in una casetta e lì passò la vita a scrivere e riscrivere il messaggio avuto nelle visioni.

Non fece altro, non fondò monasteri, non ospedali, scrisse: Le Rivelazioni del Divino Amore.

È vero che quando si diffuse la fama della sua presenza nell’eremo, che poi era una abitazione al centro della trafficata e vivace città di Norwich, molte persone vennero da lei a chiedere conforto, consigli, benedizioni. Famosa fu la visita di un’altra donna singolare, Margery Kempe, una donna sposata che ebbe dei figli e continuò a vivere con la famiglia anche dopo aver avuto lei pure delle visioni mistiche. 

Giuliana ascoltava e dialogava con tutti attraverso una finestrella da cui riceveva i sacramenti e da cui forse entrava il gatto.

Giuliana non viveva una vita di stenti e miserie, aveva certo una domestica, citata in una donazione fatta a Giuliana, e un gatto. Questi gli unici esseri in carne e ossa nel suo isolamento, soprattutto il gatto, tanto che Giuliana viene considerata la patrona dei gatti.

Scrivere le Rivelazioni in lingua inglese fu un fatto eccezionale: Giuliana è stata la prima donna inglese ad aver scritto nel suo volgare ed è considerata la madre della lingua inglese.

Ma cosa successe in quel maggio del 1373?

Giuliana lo descrive in due momenti.

La prima stesura delle Rivelazioni, il Testo breve, sembra la più antica, quasi scritta di getto, con l’urgenza di non dimenticare non tanto le rivelazioni quando proprio la parte emotiva, i sentimenti, le impressioni più immediate.

Poi, lavorandoci per almeno 20 anni forse più, riprese tutto e lo riscrisse in forma estesa, dettagliata, ponderata, con altri temi, altri particolari, in sostanza una stesura più completa: è il Testo Lungo delle Rivelazioni.

All’inizio Giuliana non comprese il motivo delle Rivelazioni, lo chiese a Dio stesso. E questi, dopo 15 anni le rispose.

“Vorresti sapere che cosa ha inteso il tuo Signore con questa rivelazione? Intendi bene: amore è il significato. Chi te lo svela? Amore. Che cosa ti svela? Amore. Perché te lo svela? Per amore.” 

Amore…

Giuliana ancor prima della malattia e delle rivelazioni aveva mostrato attenzione e amore verso Gesù e la sua passione aveva espresso tre desideri che paiono anche un po’ difficili da comprendere e tutt’altro che gioiosi, eppure dimostrano un’anima e una donna aperta al dolore altrui e pronta a condividerlo per compassione, ma anche per desiderio di conoscenza.

I tre desideri sono: poter rivivere la passione di Cristo (“e soffrire come lui”), provare un male fisico e spirituale che la portasse in punto di morte, e infine, ispirata dal martirio di S. Cecilia, “concepii un forte desiderio di ricevere tre ferite nella mia vita (…) la ferita della vera contrizione, la ferita dell’amorevole compassione e la ferita dell’intenso desiderio di Dio”.

In quel maggio del 1373, dunque, Giuliana sembra in parte esaudita: si ammala e soffre parecchio, dice lei stessa di essere paralizzata dalla vita in giù e data per morta.

In questo stato, un sacerdote venne per darle l’estrema unzione e le fece fissare un crocefisso.

Questo la mandò in deliquio: vide soprattutto il sangue quasi nero a gocce, denso che colava dalle ferite provocate al capo di Gesù dalla corona di spine. Una descrizione realistica e impressionante, quel sangue vero e vivo proprio lì davanti a lei, e in questa visione perse conoscenza: lì arrivarono le rivelazioni. 

Quando si risvegliò era guarita, era “tornata come prima”, anche se dovette subire un attacco del demonio. Lei lo descrive vividamente come un mostro che puzzava di zolfo, ma alla fine il demonio viene sconfitto e se ne va.

A questo punto Giuliana lascia tutto e inizia a scrivere. Questo farà per il resto della sua vita, abbastanza lunga per l’epoca, anche se la data della morte è piuttosto incerta, sicuramente dopo il 1416.

Le rivelazioni sono sorprendenti.

Difficile usare un altro termine. In tutto quello che dicono vanno contro l’idea più comune che si ha di Dio e della Chiesa stessa. 

Giuliana dice questo:

Dio è buono. 

“Dio è la bontà che non può mai adirarsi, perché Dio non è altro che bontà”. “Pregare la bontà di Dio è dunque la preghiera più alta”.

Dio ci scalda e ci abbraccia come fa un vestito.

“Vidi che Egli è per noi ogni cosa buona che ci è di conforto e aiuto. È il nostro vestito che per amore ci avvolge, ci stringe e tutti ci racchiude con tenero amore per non lasciarci mai, essendo per noi, a parer mio, ogni cosa buona”.

Dio ci ama anche nelle viscere e in ogni manifestazione umana, anche mangiare e poi andare di corpo.

“L’uomo cammina eretto e il cibo che ingerisce è conservato nel suo corpo come in una borsa molto bella. E quando c’è necessità, la borsa si apre e poi si richiude di nuovo. E che sia Lui a fare questo si vede là dove Egli dice che scende verso di noi fino alle parti più umili delle nostre necessità. Perché Egli non disprezza ciò che ha creato (…)”. 

Dio ha sofferto in modo terribile, ma, lui dice, lo ha fatto con amore e non se ne pente, dunque nemmeno Giuliana deve soffrirne. 

Dio non ci perdona, perché Dio non ci condanna mai: la legge che condanna e punisce è degli uomini. Dio ci ama in ogni istante, al di là di noi stessi, al di là delle nostre azioni. Dio ci ama così come siamo. 

L’idea di un Dio giudice impietoso nella teologia di Giuliana non trova posto. E infatti molto Giuliana interroga Dio su questo punto, gli chiede come mai la Chiesa invece lo dipinga in modo così diverso.

Giuliana, e questo è un altro punto fondamentale, con Dio ha un rapporto familiare di cortesia: 

“La massima pienezza di gioia che noi potremo avere è questa meravigliosa familiarità e cortesia del nostro padre che è nostro creatore”. 

Un rapporto dunque di simpatia e amicizia: Dio vuole che lei insista con le domande, le dice di chiedere tutto quello che desidera. E Giuliana non si fa pregare.

Dio verso di noi è più madre che padre, così dice Giuliana: 

“Sono proprietà della maternità l’amore naturale, la sapienza e la conoscenza. E questo è Dio”.

Un posto particolare nelle sue visioni ha anche la Madonna, vista nella sua evoluzione da giovane e bella madre a donna che soffre sotto la croce, alla gioia finale.

Dio ha dunque verso il creato l’amore di una madre, così, quando in una visione Gesù fa entrare Giuliana nella ferita del suo costato e Giuliana si trova in un luogo bellissimo e pieno di gioia, è un po’ come entrasse nell’utero della madre Dio, un ritorno all’Eden. Importante infatti è nelle visioni l’identificazione dell’uomo, Adamo, col giardiniere, dice Giuliana, il lavoro più difficile che esista.

Giuliana dunque parla, incredula lei stessa, di un Dio madre, familiare, accogliente, mai giudicante.

Questo Dio così lontano da come lo descrive la Chiesa non può fare a meno di amare non solo gli esseri umani: in una delle visioni Dio mette sulla mano di Giuliana una pallina grande come una nocciola, e le dice che quello è l’universo. 

“E in questo Egli mi mostrò una piccola cosa grossa quanto una nocciola, che stava nel palmo della mia mano, così mi sembrava, ed era rotonda come una palla. La guardai con l’occhio della mia intelligenza e pensai: “Cosa può essere?”. E mi fu risposto genericamente così: “E’ tutto ciò che è creato”. Io mi meravigliai per come potesse durare, perché era tanto piccola che mi pareva che potesse da un momento all’altro disfarsi nel nulla. Mi fu risposto nel mio spirito: “dura, e durerà per sempre perché Dio l’ama. E nello stesso modo ogni cosa ha l’essere suo per l’amore di Dio”.

Un Dio che è energia, e Dio mette la nocciola nel palmo di Giuliana per dire che per lui tutto è circondato dal suo amore e ugualmente importante, tutto a partire dalla cosa più piccola e insignificante è importante per l’amore di Dio.

Insomma un Dio per niente antropocentrico.

Ma il grande dilemma, la grande domanda di Giuliana è quella sul male, sul peccato: perché se questo Dio ci ama tanto esiste il male? Perché esiste il peccato? Lo chiede a Dio con insistenza. Dio le risponde dicendole che le sarà chiaro tutto al momento della morte, allora tutto le sarà rivelato, ma per ora resta ancora un po’ di mistero.

Allora Giuliana chiede ancora e Dio le risponde con la frase, resa poi famosa in una poesia da Eliot, che è una frase di Dio: “Il peccato è consentito, ma tutto sarà bene e tutto sarà bene e ogni specie di cosa sarà bene.”

Ancora Giuliana chiede come sarà possibile tutto questo e Dio le risponde assumendosi la responsabilità della sua promessa: 

“Posso portare ogni cosa al bene, sono in grado di portare ogni cosa al bene, porterò ogni cosa al bene, voglio portare ogni cosa al bene; e vedrai tu stessa che ogni specie di cosa sarà bene”.

Questo grande messaggio di fiducia e gioia nell’amore di Dio è nella rivelazione 13.

Tutto il libro sia nel Testo Breve che Lungo è percorso dalla parola gioia, la gioia è il sentimento predominante. L’unione fra le creature e Dio nella visione di Giuliana è tale che lei arriva a dire: 

“Ho veduto che non c’è differenza fra Dio e la nostra sostanza, era come se tutto fosse Dio.”

Il Testo Lungo delle Rivelazioni venne pubblicato per la prima volta nel 1670, il testo breve nel 1911.

Giuliana viene ricordata il 13 maggio dalla Chiesa Cattolica, che la commemora come beata, mentre la Chiesa anglicana la considera santa e la commemora l’8 maggio. 

Maria Rosa Panté

Insegnante, vive a Borgosesia. Ha pubblicato un libro di poesie L’amplesso retorico. Voci femminili dal mito, una raccolta di racconti Noi che non fummo muse, un romanzo umoristico Non ho l’età e La scienza delle donne. Equazioni, formule e algoritmi al femminile (Hoepli 2017) da cui è tratto lo spettacolo teatrale “La Passione dei numeri” con Sara Urban, regia Costanza Daffara.
Collabora a vari siti, tra cui: «Persona e danno»; «Griselda on line»; «Gaianews.it» e alla rivista «MAREA». Ha scritto testi teatrali per le rassegne “Teatro e scienza” e collabora da anni con l’attrice Lucilla Giagnoni (Big Bang; Casorati: arte e scienza, Apocalisse, Ecce Homo, Furiosa Mente, Magnificat).
Ha fondato l’associazione FAST, Facciamole Studiare, che si propone di far studiare ragazze in difficoltà ospitandole in famiglia, prediligendo famiglie di anziani.

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