Ilaria Capua

Roma 1966
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Si presenta come “veterinaria del servizio pubblico” o come “pubblico funzionario”, ma è una ricercatrice in virologia, nota per i successi in campo scientifico e per il “caratterino”, la fermezza con la quale difende le sue posizioni sulla politica della ricerca.
Nel 2005, l’Organizzazione per l’agricoltura e l’alimentazione (FAO) e quella per la sanità animale (OIE) creano OFFLU, una rete di laboratori che studiano i virus influenzali degli animali, perché aiutino i paesi in via di sviluppo, la comunità scientifica e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Durante una riunione a Parigi, ne affidano il coordinamento a Ilaria Capua, raggiante e molto incinta.
OFFLU è il primo legame ufficiale tra medicina animale e medicina umana, ed è imposto dalla crisi. Il virus H5N1 ha avuto una mutazione tremenda: nel sud-est asiatico su dieci persone contagiate ne muoiono sette. Ilaria Capua è la persona giusta per affrontare questa emergenza. Ha pubblicato centinaia di articoli che insegnano a caratterizzare i vari ceppi di un virus, a creare sistemi diagnostici o a valutare l’efficacia dei vaccini. A differenza di molti colleghi europei e americani, non ha né brevetti né conflitti d’interesse, in compenso ha fatto una rivoluzione. Nel 1999, in Italia 16 milioni di polli erano stati uccisi durante l’influenza da virus H7N1. Stragi analoghe non accadono più grazie a DIVA (Differentiating Vaccinated from Infected Animals), la strategia adottata poi dall’Unione Europea. Permette di distinguere gli anticorpi prodotti in reazione a un vaccino (l’animale è sano) da quelli dovuti all’infezione.
DIVA era nata in un piccolo laboratorio di cinque persone all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie – a Legnaro, vicino a Padova – che ora dà lavoro a una sessantina di persone, tutte pagate con fondi internazionali: «Sono diventata un’imprenditrice» dice Ilaria. Ogni anno concorre per aggiudicarsi progetti europei e mondiali, e per i miliardi di euro indispensabili per la ricerca e per la formazione di personale proveniente da altri paesi.
Questo dopo «un percorso tutto italiano» – tiene a sottolineare – «vuol dire che siamo capaci di eccellenza». Si è laureata a Perugia, specializzata a Pisa, e dopo un tirocinio all’Istituto zooprofilattico di Perugia, ha lavorato alcuni anni in quello di Teramo, in particolare su patogeni esotici – perciò ha passato parecchio tempo in laboratori del terzo mondo. Come esperienza, non sarebbe bastata a far approvare la strategia DIVA alle autorità sanitarie italiane, ma dal 1995 la giovane ricercatrice è tra gli esperti della Commissione europea, nei comitati in cui si decide come affrontare le malattie virali di polli, mucche, maiali e pecore.
Mentre ingrandisce il suo laboratorio e coordina l’OFFLU («noi donne abbiamo talento per il multitasking»), Ilaria cerca di superare lo steccato tra medicina veterinaria e umana in conferenze mondiali, commissioni parlamentari, vertici dei ministri della sanità e dell’agricoltura. È sempre più ascoltata visto che le zoonosi – le malattie che contraiamo dagli animali – sono in aumento. Siamo in 6,8 miliardi, con circa 60 miliardi di animali di allevamento e nel mercato globale: genti e merci si spostano di continuo, i patogeni pure.
C’è un altro ostacolo da superare. Il mercato è globale anche per i brevetti su geni, proteine e altre molecole dei patogeni, tanto più se servono alla preparazione di un vaccino. Alcuni ricercatori di enti pubblici e privati aspettano per mesi, a volte per anni, prima di pubblicare le proprie scoperte che, per ottenere un brevetto, devono essere inedite. Ilaria Capua – fautrice dell’iniziativa One World, One Health – ora comune a Fao, Oie e Oms – lo trova intollerabile. Il risultato è che in Thailandia e in altri paesi del terzo mondo le autorità sanitarie non mandano in Occidente i campioni biologici da analizzare. Temono che servano ad ottenere brevetti senza riconoscere il contributo dei ricercatori locali. «Finché non mettiamo subito i nostri dati nel dominio pubblico, siamo parte del problema», ripete lei in una conferenza del 2006 in California. Tra il pubblico c’è Peter Bogner, un produttore televisivo miliardario (in molti sospettano che sia rimasto colpito anche dall’avvenenza della signora). Sale sul proprio aereo e va a raccogliere firme di celebrità scientifiche e premi Nobel a sostegno di un appello per realizzare la soluzione di Ilaria: una “piattaforma di condivisione” dei virus influenzali. L’appello esce su «Nature» e due anni dopo entra in funzione il GISAID.
Per arrivarci, c’è voluto “un gesto di rivolta” salutato con un Three Cheers for Ilaria Capua da un editoriale della rivista «Nature», il 16 marzo 2006. Il suo laboratorio ha appena stabilito che il virus H5N1 è arrivato per la prima volta in Africa. «Forse perché era nata da poco mia figlia, ho pensato ai bambini nati con l’HIV che per sopravvivere hanno bisogno di proteine animali» dice in un’intervista «e la carne di pollo è l’unica a non essere vietata da tabù religiosi o sociali». Bisogna informare i pochi laboratori locali perché identifichino e uccidano il pollame infetto prima che l’epidemia si diffonda. «Ma l’Organizzazione mondiale della sanità mi ha invitata a depositare la sequenza genetica del virus in un database ad accesso limitato (a 15 laboratori del primo mondo, ndr). In cambio avrei avuto la password per il database, sarei entrata a far parte dell’élite. Neanche per sogno!»
Rivela il brutto segreto dell’OMS e, d’accordo con i suoi collaboratori, mette la sequenza nella GenBank, non specializzata, ma accessibile a tutti. In una settimana la sequenza viene prelevata da mille ricercatori.
Nel 2009, tutti hanno condiviso i dati sul virus da influenza suina, Ilaria Capua ha vinto la sua battaglia (ne ha altre in vista). Da sola nemmeno lei ce l’avrebbe fatta. Negli Stati Uniti, ancora ai tempi dell’amministrazione Bush, ha avuto l’appoggio di Nancy Cox, potente direttrice della divisione influenza ai Centers for Disease Control di Atlanta, e dal 2007 quello di Margaret Chan, presidente dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Sylvie Coyaud

Nata a Parigi, residente a Milano, parla di scienza alla radio dal 1987 e ne scrive su D-La Repubblica delle Donne, Il Sole-24 Ore,varie testate on-line(e non); e anche sul suo blog .
Va fiera di premi, medaglie e riconoscimenti per la divulgazione, in particolare che nel 2003 degli astronomi abbiano dato il suo nome a un asteroide e nel 2009 degli entomologi a un bel buprestide verde dai grandi occhi rossi, l'Agrilus coyaudi.
Ultimo libro: La scomparsa delle api, Mondadori, 2008.
Penultimo: Lucciole e Stelle, brevi storie di ricerche serie e no, LaChiocciola, 2006.

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