Irene Brin

Roma 1911 - Sasso di Bordighera 1969
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«Capii che Roma era diventata il centro del mondo. E valeva la pena di partecipare all’esplosione»[1]

Il profilo di Irene Brin appare su «Harper’Bazaar UK» del 1955, nella pagina intitolata “4 Minds of Fashion”. Le altre: Carmel Snow, Eileen Dickson, Marie-Louise Bousquet. Sono le quattro donne protagoniste della moda, di quella scritta, di quella scelta per essere immortalata nei servizi fotografici. Sono quattro fashion editors. Le più influenti nel mondo.
Un pomeriggio del 1950 portava un tailleur di Fabiani con un cappello di Fath in Park Avenue a New York, «Dove l’ha preso? Di chi è?» le chiese un’anziana donna-feticcio fermandola, con vera indiscrezione americana. Era Diana Vreeland direttrice di «Harper’s Bazaar».
Irene Brin era Maria Vittoria Rossi. Il padre, originario di Sasso di Bordighera, era un generale dell’esercito, la madre, austriaca, era una donna colta e severa, che aveva improntato l’educazione delle figlie allo studio delle lingue straniere, alla passione per l’arte, per i viaggi, la lettura.
Irene aveva una sorella alla quale era molto legata, Franca.
Carmel Snow, editor in chief della stessa rivista la volle nel suo cast di eccezionali collaboratori. Così iniziò una fitta collaborazione tra Italia e America. Irene promuoveva e incoraggiava la creatività e il talento dei sarti italiani che iniziarono a viaggiare, partecipando alle sfilate americane e vendendo i loro modelli ai buyers dei grandi magazzini americani con enormi guadagni: Bergdorf Goodman, Altman’s, Hanna Troy e Martin Cole di New York, I. Magnin della California, Henry Morgan del Canada.
Irene Brin fu la prima fashion editor italiana. La prima giornalista a battersi per l’affermazione del Made in Italy, per uno stile italiano, diverso da quello francese, che potesse essere riconosciuto dal mondo. La prima ad essere coinvolta in quel sistema moda imposto dai colossi editoriali americani, e più tardi, a testimoniare la strenua guerra del consumismo americano contro le semplici realtà autoctone italiane.
Irene collaborava con Giambattista Giorgini e Mario Luciani, partecipava all’organizzazione delle sfilate che si tenevano, non senza accese polemiche, tra Palazzo Pitti e Palazzo Venezia. Era inviata della rivista d’alta moda italiana «Bellezza», partiva con fotografi, abiti e modelle, per realizzare set fotografici da pubblicare sulla rivista. Alle sfilate sedeva sul lato della passerella a fianco a Carmel Snow, poi a Nancy White, e a Brunetta Mateldi, sua fidata disegnatrice.
Irene Brin era una donna molto elegante. Si diceva non usasse mai scarpe chiuse, neppure nei freddi inverni, ma preferisse indossare pantofoline dai tacchi altissimi che lasciassero scoperti i talloni e le dita dei piedi.Era terribilmente miope. Leggeva almeno un libro al giorno; leggeva anche sul taxi o nella vasca da bagno, o sul suo letto, in perfetto stile quattrocentesco, con al collo tre o quattro giri di perle, come nella foto scattata da Karen Radkai nel 1951. Scriveva sdraiata, nel suo raffinato e comodo ufficio, perché era un’abitudine che prese negli anni Quaranta, quando, corrispondente di guerra, Irene doveva spostarsi tra angusti alloggi, e l’unico mobile che poteva utilizzare per scrivere era un letto con candide lenzuola di lino e un vassoio. Aveva un recapito italiano, a Fiume, presso la pasticceria Piva. Arrivava lì con qualsiasi mezzo, per mare, per terra, e ci trovava tutta la sua posta e le bozze da correggere per «Documento», per «Storia», per «Bellezza». Per Irene era un rammarico non poter seguire la cronaca giornaliera delle mostre della moda: «Era strano togliere un aggettivo alla signora X, correggere il titolo della sposa Y, mentre le mie carissime commesse mi rimediavano un pasto qualunque, che mangiavo avidamente» (Irene Brin da «Bellezza», 1960, Accademia di costume e di moda, Roma).
Nel maggio del 1941 raggiunse suo marito, colonnello dell’esercito italiano impegnato nella campagna dei Balcani, in Jugoslavia, poco dopo i bombardamenti su Zagabria e Belgrado. Partì sola, sfidando i pregiudizi dell’epoca. Aveva solo una piccola valigia con sé, le piaceva partire sola, affidarsi completamente a se stessa.
Di questa difficile esperienza rimane la raccolta di racconti Olga a Belgrado (1943). Rientrò a Roma nella primavera del 1943, durante l’occupazione. Furono anni difficili, lontana dalle redazioni che passarono sotto il controllo tedesco. Il marito dissidente, coinvolto in azioni contro i tedeschi si nascose in casa insieme a una quarantina di soldati. L’unico sostentamento in quel momento era dato dalla fortunata attività di traduttrice di Irene, per l’editore De Fonseca, che le dava da tradurre un romanzo alla settimana per tremila lire a opera. I soldi non bastavano comunque, non per tutti quei soldati ai quali davano asilo, così Irene dovette vendere i regali di nozze: tre disegni di Picasso, uno di Matisse, qualche disegno di de Pisis, un Morandi, piccolo piccolo ma radioso e pieno d’oro.
Scrisse per numerosissime riviste e giornali, e per quel nuovo genere che era il rotocalco: «La Settimana Incom Illustrata».
Divenne celebre al grande pubblico italiano interpretando la contessa Clara, una nobildonna mitteleuropea che dispensava lezioni di galateo e consigli di bellezza e di moda. Una nonna coi capelli bianchi, fedele allo stile Balenciaga, una nonna affettuosa ma severa, a tratti burbera, che si considerava talmente vecchia che la veemenza e l’insolenza le potevano essere concesse. Irene indossò una maschera che le permise di rispondere senza mezzi termini, scrisse articoli leggeri e ironici, il cui ritmo incalzante ancora seduce e diverte. Inoltre la novità del popolo che partecipava attivamente quale interlocutore sembrava anticipare l’epoca dei telequiz lasciando immaginare una Irene Brin presentatrice.
Da qui il film La piccola posta con protagonisti celebri attori quali Alberto Sordi e Franca Valeri, quest’ultima impegnata nella parodia della contessa Clara/Irene Brin. In seguito alla fitta corrispondenza col pubblico italiano si stamparono Il Galateo nel 1953 e I Segreti del Successo nel 1954, entrambi raccolti nell’edizione del 1986 il Dizionario del Successo, dell’Insuccesso e dei Luoghi Comuni.
Irene Brin scriveva di costume e di moda, argomenti che fino agli anni Cinquanta venivano considerati frivoli e superficiali. La scrittrice diventa giornalista. Irene eleva quei pezzi a vero genere giornalistico, colto, letterario, elegante, raffinato, ironico.
Il suo nome era un’invenzione di Leo Longanesi. «Io non mi chiamo né Irene, né Brin, anche se così figuro in contratti, elenchi telefonici, discorsi familiari. Io sono un’invenzione di Longanesi»[2].
La invitò a collaborare nel 1937 per «Omnibus», il primo rotocalco italiano, con una rubrica di cronache mondane scritta con malizia e raffinatezza, intitolata Giallo e Rosso. Nello stesso anno si era sposata con Gasparo del Corso dopo averlo incontrato solo quattro o cinque volte. Si erano conosciuti al ballo della cavalleria, presso l’Hotel Excelsior di Roma. Irene portava un abito da sera in lamé bianco con una piccola coda, foderato di rosso. Ballarono tutta la sera parlando della Recherche di Proust.
Entrambi appassionati d’arte, aprirono la “Galleria l’Obelisco” in via Sistina 146, una galleria d’arte e libreria d’antiquario che divenne centro di mediazione culturale per cui si esportavano gli artisti locali e si importavano gli artisti stranieri.
La prima mostra venne dedicata a Morandi, lanciato proprio dalla galleria, come anche Music, Burri, Afro, Mirko e Vespignani. La galleria divenne luogo di incontri per Luchino Visconti, Massimo Girotti, Renato Guttuso e tanti altri.
Irene fu promotrice dell’arte italiana del dopoguerra. Il 2 giugno 1955 le venne conferita l’onorificenza di Cavaliere Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana come riconoscimento dell’intensa attività svolta quale giornalista in Italia e all’estero, per l’affermazione e lo sviluppo della moda italiana nel mondo. Nel 1968 scrisse un racconto autobiografico rimasto inedito 1952, L’Italia che esplode che avrebbe dovuto essere inserito nella collana 365…un anno nella vita di… a cura della scrittrice Milena Milani.
Morì di tumore nella casa di famiglia, a Sasso di Bordighera il 31 maggio 1969. Il marito le restò sempre vicino. Le sue ultime parole furono per dire: «Voglio fare un viaggio».
Alberto Fabiani le dedicò la collezione primavera-estate 1970, ricordandola con parole di stima e di affetto, ricordando la donna elegante e l’autorevole giornalista che sempre seppe capire, seguire e incoraggiare la moda italiana. Dal 1969, l’Accademia di costume e di moda di Roma istituì il Premio Irene Brin in ricordo della grande giornalista di moda, appassionata sostenitrice dell’accademia, e supporto dei nuovi talenti.

NOTE

1. Irene Brin da L’Italia che esplode autobiografia inedita, 1969.

2. Irene Brin da «Il Borghese», Un nome inventato, 10 ottobre 1957.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Guido Vergani, Dizionario della Moda, Milano, Baldini Castoldi Dalai 2010

Laura Pisano, Donne del giornalismo italiano, Da Eleonora Fonseca Pimentel a Ilaria Alpi, Dizionario storico bio-biografico, secoli XVIII-XX, Franco Angeli editore 2004

Penelope Rowlands, A Dash of Daring, Carmel Snow and her life in fashion, art and letters, New York, ATRIA Books, Simon & Shuster 2005

Roland Barthes, The Fashion System, traduzione di Matthew Ward and Richard Howard, University of California press, Berkeley, Los Angeles, London 1990

Vittoria Caterina Coratozzolo, Irene Brin, Lo stile italiano nella moda, fondazione Pitti Discovery, Venezia, Marsilio Editori 2006

Irene Brin, Olga a Belgrado, Firenze, Vallecchi 1943

Irene Brin, Usi e costumi 1920-1940, Roma, Donatello de Luigi 1944

Irene Brin, Le visite, Roma, Casa editrice Partenia 1945

Irene Brin, 1952, L'Italia che esplode, dattiloscritto, 1969

The Irene Brin Archive

Claudia Palma - Irene Brin, la moda, l'arte, il cinema

dalla rivista on line «I More»: Gli Archivi sono di moda

Rita Camerlengo, L’Obelisco di Irene Brin e Gaspero Del Corso (1946 – 1978)

Anna Putzolu

Nata a Oristano il 6 dicembre 1984, si è laureata in Lingue e Comunicazione presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università degli Studi di Cagliari. La sua tesi in Storia del Giornalismo, con relatrice la Prof.ssa Laura Pisano, è intitolata Costume e Moda nel giornalismo di Irene Brin, 1950-1969.

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