Irina Andreeva

Sarapul (Ucraina) 1980 - vivente
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Come accade anche ad altre artiste dedite ai cosiddetti settori minori dell’arte, Irina Andreeva respinge le definizioni riduttive e rifiuta di definire “bambole” le sue creazioni di feltro. La scultrice iniziò a manipolare la fibra di lana producendo stivali per bambini, tipici della tradizione artigianale in molti paesi dell’Est; presto diede forma anche ad altri accessori, giocattoli e bijoux, fino a raccontare con il feltro delle vere e proprie storie popolate di bambine ed animali.
Il feltro si ottiene attraverso una serie di operazioni faticose che provocano anche escoriazioni e arrossamenti alle mani, ma la creatività di Irina ne valorizza la malleabilità e il potenziale espressivo. 

Il feltro è la lana cardata di pecora, non filata ma resa compatta dalla follatura: con tale procedimento la lana viene liberata dalle impurità, districata e immersa nell’acqua calda per venire poi sfregata fino a restringersi e compattarsi. In questo modo le fibre si compenetrano in maniera irreversibile e diventano impermeabili.

L’uso del pelo animale infeltrito rappresenta la tecnologia tessile più antica al mondo, anticipata solo dalla lavorazione di fibre vegetali. In seguito l’umanità ha imparato a filare, intrecciare e tessere anche la lana. 

Alcuni esempi di feltro già elaborato si collocano verso il 3000 a.C. in Siberia e in Turchia, ma secondo alcuni studi il primo uso del feltro risale a circa 8000 anni fa. In Grecia e a Roma veniva adoperato per la confezione di abiti, mantelle, scarpe e cappelli; i nomadi della Mongolia ne fanno la loro tenda d’abitazione, capace di proteggerli dal freddo e dal caldo eccessivi. 

Secondo la leggenda fu San Giacomo Maggiore ad inventare il feltro: nella sua attività di predicatore, percorreva grandi distanze affrontando il maltempo, attraversando fiumi e terreni difficili; per alleviare la fatica imbottiva le proprie scarpe con residui di lana di pecora. Così facendo si accorse che la lana inumidita, sfregata e pressata dal suo peso si era trasformata in una fibra isolante e confortevole. Il nome invece deriva dalla cittadina di Feltre, centro rinomato per il commercio di questo materiale morbido e caldo.

Attualmente si assiste ad una rivitalizzazione di questo prodotto, che si presta sia ad un uso industriale apprezzato per le sue caratteristiche ecocompatibili (cfr voce Daniela Ducato), sia ad una manipolazione artistica.

L’ucraina Irina Andreeva, tra le più apprezzate scultrici contemporanee del feltro, è nata una cinquantina di anni fa a Sarapul (Repubblica di Udmurtia) e si è laureata presso il dipartimento delle arti grafiche dell’Università Pedagogica nella città di Izhevsk. Ha un figlio e vive a Mosca da alcuni anni con la famiglia; nel tempo ha ottenuto diversi riconoscimenti per il suo lavoro. Dal 2005 collabora con la Galleria Vachtangov e attualmente vede le sue opere esposte in diverse mostre permanenti. 

Il feltro, secondo la scultrice, possiede caratteristiche quasi umane; per certi aspetti è un materiale amico e collaborativo, per altri ha un comportamento persino capriccioso: così come si presta ad interpretare l’idea dell’artista, a volte invece interagisce e assume forme insospettate in partenza, imponendo modifiche al progetto. Proprio l’aspetto plastico e le potenzialità del feltro sollecitarono Irina a modellare figure umane, piante, orsi, pesci, galline, corvi e gatti attraverso i quali mettere in scena delle storie. Oggi l’artista espone un mondo incredibilmente vivo, in cui personaggi ed ambienti sono riprodotti in dimensione non lontana dal reale e con grande fedeltà nei dettagli; solo i visi possiedono tratti appena accennati e restano generici, per consentire a chi guarda di immedesimarsi nei corpi di lana che sembrano agire sotto i suoi occhi. Anche gli arredi e gli oggetti sono ottenuti con il feltro: troviamo l’armadio, il pianoforte, la valigia, la bicicletta, la macchina per cucire, le forbici, il lavandino, il letto, perfino le fotografie incorniciate e la finestra incrostata di ghiaccio. Questi quadri di vita sono semplici e rievocano comuni esperienze dell’infanzia: un inverno trascorso in campagna, una gita in bicicletta, una giornata impegnata a fare biscotti o tortelli, i momenti condivisi con i propri animali; si tratta a volte di favole, a volte di storie domestiche di giochi, di nascite, di amicizia e di amore, sempre a lieto fine. Parlano “di ciò di cui tutti abbiamo bisogno ora, più che mai: di amore, calore, pace e gentilezza”.

Adottando il linguaggio sentimentale della tradizione fiabesca russa, la scultrice ha saputo certamente incontrare il favore del grande pubblico, eppure le sue figure non sono sdolcinate. Irina si riferisce prevalentemente all’infanzia e al senso della scoperta legato alle prime esperienze; ma sembra anche voler rispondere ai bisogni psicologici elementari di ogni individuo, posto davanti alla drammaticità dell’esistenza, ai conflitti che lo circondano coinvolgendolo, alla fine dei sogni e al senso di incertezza per il futuro. 

Le marionette di Irina sono di una lana che va dal bianco a tutte le sfumature del grigio, dall’argento fino al nero; ricordano le stampe antiche e solo a volte l’artista le ravviva con brevi tocchi di rosso o di arancio, senza insistere con il colore perché lo trova inappropriato per i suoi personaggi. Preferisce affidarsi al senso di nostalgia che rimandano le foto in bianco e nero e al calore di queste figure pastose e morbide, fatte per essere abbracciate e manipolate.

 

    

Lidia Piras

Ha fatto parte di diverse associazioni di donne fin dagli anni universitari e si è laureata a Cagliari con una tesi sul lavoro femminile. Insegna Storia dell’Arte nei licei da circa vent’anni; contemporaneamente svolge una specifica ricerca sulle artiste del passato, confrontandosi con la prospettiva pedagogica della differenza. Negli ultimi anni ha tenuto una serie di lezioni pubbliche su temi come: La corporeità difficile: testimonianza di alcune artiste sulla violenza, Il punto di vista di genere nell’architettura di Grete Schϋtte–Lihotzky, Charlotte Salomon: un percorso di rinascita interrotto ad Auschwitz.

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