Jeanne Magnin

Digione 1855 - 1937
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“Lo dite spesso e volentieri, Mademoiselle, maneggiando una breve formula di cui vi servite come criterio di identificazione :
‘io sono un critico d’arte’. […] Non c’è dubbio che all’interno delle vostre opere apportate una critica molto personale,
saporosa, penetrante, il cui interesse e la cui efficacia vanno ben al di là degli effetti della critica ordinaria.
Come mai ciò? Cercando di spremere un po’ la personalità della scrittrice, io risponderei:
perché voi siete pittrice, perché voi siete DONNA.” (Henri David)

Non si dovrebbe forzare la parola d’entrata, ma in questo percorso di scoperta è necessario che inviti da subito chi legge a osare una porta, quella del Musée Magnin di Digione, oltre la quale la storia della mia donna ha inizio. Vecchio hôtel particulier del XVII secolo, residenza estiva di Jean Hughes Magnin, il Musée Magnin fu adibito a museo nel 1938 dal pronipote Maurice, collezionista e amateur d’art digionese vissuto a cavallo tra Otto e Novecento. La collezione Magnin meriterebbe sicuramente grande attenzione, tuttavia in questa sede, concediamoci di sfuggire alla bellezza dell’Arte per ritrovare appagamento in quella che, nella sala di fine percorso espositivo, ci restituisce un’immagine femminile. Mademoiselle Jeanne Magnin, perché è di lei che si tratta, ci sorride dall’alto della sua statura eretta, la capigliatura elaborata, il lungo collo intatto, non agghindato, valorizzato da una profonda scollatura, le curve piacevoli che l’abito da sera a corpetto rigido ci lascia immaginare, il ventaglio identitario ed il bouquet abbandonato sulla poltrona a completarne il “carattere”. Per i digionesi più ferrati sulla storia locale, Jeanne è rimasta la sorella maggiore di Maurice, graziosa e altera ma inevitabilmente appiattita entro il monocromo fotografico che la ritrae en femme du monde, e quindi presto dimenticata assieme alla sua esistenza sfiorita senza rumore nel diletto delle cosiddette arts d’agrément cui avevano accesso tutte le donne della buona società. Eppure già nel ‘66 uno dei grandi giganti della storia dell’arte francese, Jacques Thuillier, non senza sfuggire alla comune deformazione maschile di ricordarne prima di tutto lo charme, ci invitava ad abilitarne la memoria e a riscoprirla alla luce di un’attività che, ben più che i fronzoli, riempì la sua vita: la critica d’arte. “Si riesce sempre a cogliere qualche indicazione preziosa, ed è abbastanza perché non ci si dimentichi il nome di Jeanne Magnin nella letteratura artistica francese d’inizio secolo”.

C’è sempre un certo imbarazzo a trattare personalità che, se riferite al proprio tempo, sembrano aver sbagliato porta; una diffusa scarsa propensione a rievocare figure eccezionali che rimaste nell’ombra, se riaccese, potrebbero far saltare determinate convinzioni storiche a cui siamo abituati. Jeanne Magnin ci si presenta proprio come una di queste: è l’ “eccezione” di una donna che si spese, dal 1913 al 1937 come critico d’arte e amò, pertanto, definirsi tale. Il suo ricchissimo corpus scritto, riemerso nell’inverno 2014, non solo ha permesso di appurare che fu Jeanne, iniziata sin da piccola alla pittura, ad attirare il fratello entro l’entusiasmo della sua inclinazione, ma anche di supporre, con una certa sicurezza, che fu sempre lei a giocare la parte del leone nella sua attività collezionistica, sottoponendone le scelte ai propri “capricci” e senza mai tacere le proprie insofferenze, come quelle che nutriva nei confronti del tanto odiato Rossignol di Hersent:

“ci troviamo di fronte ad uno dei momenti peggiori dell’arte francese. Pennellata pesante, inespressiva, materia opaca, ombre plumbee, luci terrose. Sembra che si sia perduto tutto d’un colpo il segreto e il gusto del buon mestiere”.

La penna di Jeanne, che conosce indubbiamente Baudelaire e sottopone la prosa alle leggi del verso, scorre ovunque brillante e audace, dinanzi all’opera d’arte si lascia andare senza rimpianto all’esercizio eckphrastico, ai giudizi filtrati attraverso quella particolare predilezione per il colore che ritiene essere l’unico mezzo in grado di toccare le più alte corde della sensibilità umana. La sapidità della parola, che l’autrice rimugina sempre in bocca come per assicurarsene la pienezza, si accompagna ad un’inventiva metaforica che ha presa diretta sulla realtà e, cercando continuamente riscontro nella concretezza del quotidiano, conferisce un verso e un nome persino al Gatto Bianco di Géricault:

“candido come un uovo, come una ciotola di latte senza macchia d’ombra, coi muscoli pronti a distendersi, quando Minet ne avrà basta di fare ronron, gli occhi semichiusi e le unghie ritirate”.

Purtroppo non conosciamo che questa personalità temeraria e pronta in ogni momento a sbaragliare il sesso forte che emerge così bene dai suoi scritti d’arte; Jeanne non ci ha lasciato nulla della sua vicenda personale, se si esclude quell’appellativo che tanto le era caro e dal quale mai volle separarsi, portandoselo appresso come un cappellino da viaggio: Mademoiselle. Certo, per questo dovette rifiutare la corte degli uomini ed accettare di regnare da sola sulla “corte” del proprio cuore e della propria vita interiore.

“Come parlare senza emozione di Mlle Magnin quando si ha l’onore di conoscerla, l’orgoglio di essere stati personalmente l’oggetto di una sua indulgente simpatia durante vive discussioni in cui ciascuno si ostinava a non cedere? Come spiegare uno charme di giovinezza visibile sotto veli e fronzoli che non sembrava affatto appartenere al nostro tempo ma ci trasportava, con un colpo di bacchetta magica, in uno di quei Salons del XVIII secolo animati da una donna celebre, una regina di spirito, che riunisce attorno alla sua poltrona gli spiriti più sensibili al mondo? A tali regine delle feste, ella assomigliava fin nel modo di tenere seminascosta sotto le pieghe della stoffa o del merletto una piccola cagnolina favorita di cui l’amicizia non era facile da conquistarsi. Dove si nasconderà la vanità maschile? […] In tutto ciò che scriveva o diceva, Mlle Magnin faceva mostra di qualità che non si incontravano spesso tutte insieme: il senso della storia, la sicurezza del gusto, la tenacia della ragione, la passione che non sa sostituirsi alla misura e, sopra ogni cosa, una vivacità di spirito, un giro d’espressione, un utilizzo sorprendente di parole che brillavano e colpivano come razzi”.

Ed è sulle parole di Paul Jamot, conservatore del Musée du Louvre negli anni Trenta, che si esaurisce l’orario di visita e ci allontaniamo dal numero 4 di Rue des Bons Enfants, non senza esserci accorti che forse Jeanne ha per davvero ancora qualcosa da dirci e qualcuno da emozionare.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

COMOLETTI, Virginia, « Je suis critique d’art » : Jeanne Magnin nella letteratura artistica di primo Novecento. Les débuts du Romantisme à la Maison de Victor Hugo, Tesi di laurea, Università di Pisa, anno accademico 2014-15

Sito del museo http://musee-magnin.fr/

Virginia Comoletti

Storica dell’arte, laureata all’Università di Pisa, vive a Parigi dove lavora e continua i suoi studi. Le sue ricerche si focalizzano sulla pittura italiana del Seicento, sulla storia della critica d’arte e sulle interazioni tra letteratura e visualità. Scrive poesie ed ama indagare l’arte attraverso lo sguardo della parola.

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