Juana I di Castiglia

Toledo, 1479 - Tordesillas, 1555
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Terzogenita dei re Cattolici, Juana di Trastámara è passata ingiustamente alla Storia come la Loca, la Pazza. In realtà, protagonista delle sue tristissime vicende non era la demenza, bensì la corona di Castiglia legittimamente ereditata da sua madre, ma che tanto faceva gola agli uomini della sua famiglia.
Di bell’aspetto, Juana si distingueva per una cultura superiore alla media delle giovani del suo rango: scriveva in latino, parlava francese, suonava il clavicembalo e la spinetta, ne sapeva di filosofia, apprezzava la pittura del suo tempo. Ma si faceva notare anche per essere indisciplinata, volubile, ribelle, vera spina nel fianco della cattolicissima Isabel – la santa, la guerriera – che invano tentava di educarla secondo i suoi principi austeri, dettati da una fede tanto forte da averla voluta difendere da mori, ebrei e miscredenti, istituendo il Tribunale dell’Inquisizione in Spagna.
Lei, l’infanta, le teneva testa come nessun altro, opponendole sin dall’adolescenza una personalità difficile da condizionare, estremamente critica verso quei ministri della Chiesa che affollavano le corti iberiche, in veste di confessori, mentori, tutori.
Ad appena diciassette anni, con sessanta navi, millecinquecento uomini e nessun familiare al seguito, Juana partì per le lontane Fiandre, dove si unì in matrimonio con il più bel principe d’Europa, Philippe d’Asburgo, arciduca di Borgogna e del Brabante, figlio dell’imperatore del Sacro Romano Impero.
Con il Fiammingo fu amore a prima vista. Le feste sfarzose di palazzo Coudenberg, la libertà dei costumi locali rispetto a quelli spagnoli fecero il resto, illudendo l’infanta di aver trovato la felicità su questa terra. Ma il tempo dei sogni fu assai breve: troppo bello e potente per accontentarsi dei piaceri dell’alcova coniugale, Philippe non si diede pena di nasconderle i suoi continui tradimenti e lei, d’una gelosia morbosa e fierissima, gli rispose rendendogli la vita un inferno, con scenate e liti furibonde, noncurante di dare scandalo.
Insofferente verso le ipocrisie sociali e per niente incline a salvare le apparenze, Juana fece carta straccia di tutte quelle leggi, consolidate da secoli, secondo le quali le donne, senza differenza di ceto, dovevano assoggettarsi in tutto e per tutto agli uomini, subendone in silenzio i torti e le angherie.
Aveva venticinque anni e già quattro figli quando, morta Isabel, ne ereditò la Castiglia. Quella corona, che poteva sembrare una fortuna, determinò invece la sua condanna, rientrando infatti nei sogni di espansione del marito, pronto a fare del paese di sua moglie una nazione vassalla, da sfruttare come una gallina dalle uova d’oro.
Sulle prime, per farsi cedere il titolo, il Bello ricorse all’arma della seduzione, ma poi, di fronte alle resistenze dell’infanta, non si fece scrupolo di strumentalizzarne i comportamenti eccentrici per dichiararla insana di mente e allontanarla dalla scena pubblica. Pur di ottenerne l’avallo che lo avrebbe legittimato ad assumere la reggenza del paese, il Fiammingo non esitò a segregarla, sottoponendola a ogni genere di privazione, cercando di isolarla dal resto del mondo e soprattutto da suo padre, Fernando, re d’Aragona, anche lui interessato allo scettro castigliano.
Animata da profondo amor patrio, Juana, seppure ridotta allo stremo, sopportò ogni ingiuria senza mai cedere alle pretese di quello che ormai considerava uno straniero. “Io, la regina”, continuava a scrivere prima della firma su documenti e protocolli. Mentre la sua vita correva sul bordo di un precipizio, la sorte sembrò venirle in soccorso: Philippe d’Asburgo, detto il Bello, morì a soli ventotto anni, mentre si trovavano in Spagna. Le cause del decesso non furono mai chiarite, si parlò di peste, poi di una brutta congestione, ma i più sospettarono che l’Arciduca fosse stato avvelenato da un sicario di suo suocero.
Messi da parte i rancori, la sovrana aveva assistito con amore suo marito fino all’ultimo respiro, ma senza versare una lacrima. Ora, però, doveva fare i conti con problemi enormi: dai forzieri vuoti alle centinaia di soldati fiamminghi allo sbando che facevano razzie per tutta la Spagna, in attesa di tornare in patria. Suo padre non tardò a raggiungerla, ma non per offrirle il suo aiuto, bensì per strapparle lo scettro, utilizzando gli stessi argomenti del suo defunto genero. Spalleggiato dal vescovo Cisneros, denunciò le stravaganze di sua figlia, i suoi colpi di testa, le crisi di rabbia e gli sbalzi d’umore per presentarla come una povera pazza ai Grandi della Castiglia, ostili a lui, un aragonese, ma ben disposti verso l’erede di Isabel, l’amata fundadora de España y madre de America.
Travisati, distorti, male interpretati, i comportamenti di Juana servirono ad accreditare la leggenda nera che ormai l’accompagnava come una maledizione. Dissero e scrissero che amoreggiava con il cadavere di suo marito, che ne fosse gelosa anche adesso ch’era morto. Che volesse viaggiare soltanto di notte per crogiolarsi nel suo mondo d’ombre; che l’aver fatto vestire a lutto i suoi cortigiani dipendesse soltanto dal capriccio di una mente oscura e che la sua ritrosia verso i preti e le messe la rendeva molto vicina a essere un’eretica.
Sola, esasperata, depressa, la giovane regina fu costretta a guardarsi tanto dai nemici quanto dai parenti e alla fine, tra ricatti, minacce e tranelli, lasciò che suo padre avesse la meglio.
“Per il suo bene”, il re Cattolico la fece rinchiudere nella sperduta fortezza di Tordesillas, dove rimase in balia di un pugno di aguzzini fino alla morte, avvenuta nell’aprile del millecinquecentocinquantacinque. Tra quelle mura inospitali, Juana aveva vissuto per oltre quarantasei anni, in regime di prigionia, pure quando, morto Fernando, la reggenza della Castiglia era passata al suo stesso figlio, quel Carlo V sul cui regno non tramontava mai il sole. Anche lui, anni prima, aveva preferito tenersi la corona piuttosto che liberare sua madre da una condizione indegna.
La verità sulla regina che non governò un solo giorno si perse dietro a un muro di menzogne e vi rimase per secoli. Fu soltanto grazie a due studiosi del XIX secolo che, sulla base di documenti conservati negli archivi di Simancas e mai visionati prima, si scoprì il complotto. La malinconica Juana non era affatto pazza, ma ormai la Storia era scritta e quell’ingiuria resterà incollata in eterno al suo nome.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Karl Hillebrand, Un enigma della storia. Palermo, Sellerio, 1986

Edgarda Ferri, Giovanna la pazza, regina ribelle nella Spagna dell'Inquisizione. Milano, Mondadori, 1997

Gabriella Mecucci, La regina tradita, in Liberal, 27 giugno 2009, pagg. 8-9

Adriana Assini

Scrittrice e acquarellista romana, ha pubblicato numerosi romanzi storici e a sfondo storico, tra cui Le rose di Cordova, Scrittura&critture, 2007, Nuova Ediz. 2015 (storia di Giovanna I di Castiglia, detta la Pazza, tradotto in spagnolo e pubblicato a Siviglia nel 2011). Un sorso di arsenico, Scrittura&Scritture, 2009, ispirato a Giulia Tofana, avvelenatrice palermitana del XVII secolo. La Riva Verde, Scrittura&Scritture, 2014, una storia fiamminga, protagoniste le dame della Compagnia della Conocchia. Adriana Assini ha esposto i suoi acquarelli a Roma, Bruxelles, Madrid, Siviglia. Molti di essi illustrano le copertine di saggi italiani e spagnoli, quasi tutti dedicati a tematiche femminili.

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