Kate Kollowitz

Königsberg 1867 - Moritzburg (Dresda) 1945
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«Il pacifismo non è un tranquillo stare a guardare, ma lavoro, duro lavoro».
Così scrive Käthe Kollwitz nel febbraio ’44 quando già si è trasferita a Nordhausen, in Turingia, per sfuggire ai bombardamenti di Berlino. L’escalation di violenza scatenata dagli Alleati contro la Germania, ma soprattutto, al di là delle contingenze, l’amara constatazione che sempre la guerra porta con sé una nuova guerra la ribadiscono nella convinzione che a quella «follia omicida» va posto fine una volta per tutte e che solo il socialismo mondiale può farsene carico.
Nata l’8 luglio 1867 a Königsberg, Käthe è quinta di otto figli (tre muoiono in tenera età) nati dal matrimonio del mastro muratore Carl Schmidt con Katharina Rupp, figlia di un predicatore della chiesa libera, nonché deputato alla Paulskirche. Respira l’atmosfera progressista della famiglia, ascolta dal padre la lettura delle poesie di Freiligrath e sogna la lotta sulle barricate, aderendo infine all’ideale socialista del fratello Konrad, giovane «pieno di vita e fantasioso», che ha conosciuto Federico Engels a Londra e si è in seguito trasferito a Berlino a studiare e a redigere il «Vorwärts». Al nonno Rupp deve soprattutto la sua formazione morale. Nel 1881 manifesta, assecondata dal padre, la sua vocazione artistica e prende le prime lezioni da Rudolf Mauer, incisore in rame, e dal pittore Gustav Nauyok.
Trasferitasi a Berlino all’età di 17 anni, s’iscrive a una scuola d’arte femminile sotto la guida di Karl Stauffer-Bern, che la indirizza al disegno piuttosto che alla pittura, e si fidanza con Karl Kollwitz, studente in medicina, che frequenta lo stesso circolo socialista del fratello Konrad. Nel 1889, spostatasi a Monaco presso Ludwig Herterich, grazie a Max Klinger, di cui ha letto la dispensa Malerei und Zeichnung (Pittura e disegno) si rende conto che la sua strada è quella della grafica. L’illustrazione di una scena del romanzo Germinal di Emile Zola ottiene un riconoscimento che la riempie di soddisfazione e di nuove prospettive. Schiller e Goethe sono le sue letture preferite, Freiligrath e il naturalismo le sue fonti d’ispirazione.
Nel 1891 sposa Karl, che ha trovato impiego come medico statale; con lui vivrà a Berlino fino alla sua morte (19 giugno 1940) dando alla luce due figli: Hans nel 1892 e Peter nel 1896. In questo periodo, dopo aver assistito alla rappresentazione del dramma Die Webern (I tessitori), di Gerhart Hauptmann, produce un ciclo di tre litografie e tre acqueforti: Ein Weberaufstand (Rivolta di tessitori), 1895-1898, ispirato alla vicenda, che espone nel 1898.
Max Liebermann ne resta colpito e lo propone per una medaglia d’oro, ma l’imperatore si rifiuta di concederla a una donna e per un siffatto soggetto. Tra il 1901 e il 1908 pone mano al ciclo Bauernkrieg (Guerra dei contadini), un tema storico, engelsianamente interpretato come fallimentare tentativo rivoluzionario del popolo tedesco. Nel frattempo compie alcuni viaggi: a Parigi, dove conosce Rodin e impara a scolpire, e in Italia, a seguito della vincita del premio Villa-Romana che le garantisce per un anno la permanenza in uno studio fiorentino. Aderisce al movimento secessionista berlinese e sceglie consapevolmente di rappresentare la vita del proletariato perché «Le beau c’est le laid» ha detto Zola, e Käthe ne conviene.
Coerentemente con le posizioni dei socialdemocratici, che il 4 agosto 1914 hanno votato i crediti di guerra in nome della difesa della patria, Kollwitz si trova da principio a sostenere una guerra ritenuta di aggressione e di grande pericolo per la Germania, così da impegnarsi subito nella Commissione ausiliaria femminile. Il figlio minore Peter, dal canto suo, osteggiato dal padre e confortato dalla madre, il 10 agosto decide di andare in guerra volontario. Il 22 ottobre dello stesso anno muore sul fronte occidentale. La perdita del figlio e via via la morte di tanti giovani come lui gettano Käthe nello sconforto e la inducono a rivedere le sue idee su guerra, patria e nazione e ad aderire al pacifismo, sostenuta dalla lettura di autori come Henry Barbusse e Lev Tolstoj. Quando si rende conto di non riuscire a cogliere e a rappresentare la guerra, attraversa un periodo di crisi e di stanchezza che le impongono una lunga inattività.
Nel 1917, in occasione del suo cinquantesimo compleanno, l’esposizione presso la galleria di Paul Cassier di 150 opere, nonché le numerose mostre allestite in tutta la Germania la consacrano come artista.
Nel 1919, all’epoca della Repubblica di Weimar, entra all’Accademia delle Arti di Prussia. È la prima donna ad essere nominata membro di una così prestigiosa istituzione e a ricevere contemporaneamente il titolo di Professore. Nel 1928 ottiene la direzione della specializzazione in grafica.
Nel 1920 produce il manifesto Wien stirbt! Rettet seine Kinder (Vienna muore! Salvate i suoi figli). «Io devo esprimere il dolore degli uomini, un dolore che non ha mai fine e che ora è enorme. Questo è il mio compito, anche se non è facile assolverlo», afferma, e nel 1922: «Non ho difficoltà ad ammettere che la mia arte ha uno scopo. Io voglio agire nella mia epoca, nella quale l’umanità è tanto priva di senno e bisognosa di aiuto». Si rende conto che ha bisogno di una tecnica espressiva più duttile della litografia, di uno strumento che renda l’essenziale, con pochi segni e decisi, frutto di un gesto fulmineo e sorvegliato al tempo stesso, nel gioco scarno del vuoto e del pieno, del bianco e del nero. Il nero che incida come il dolore le carni, il bianco che le scavi. Perciò si rivolge alla xilografia, sostenuta dall’amico Ernst Barlach.
Nascono cicli come Krieg (Guerra, 1922-23), in sette fogli; Das Opfer (Il sacrificio); Die Freiwilligen (I volontari); Die Eltern (I genitori); Die Witwe I e Die Witwe II (La vedova I e II); Die Mütter (Le madri); Das Volk (Il popolo). E ancora i manifesti litografici quali Die Überlebenden (I sopravvissuti), Plakat gegen den Paragraphen 218 (Manifesto contro i paragrafi 218 sull’aborto), 1923; Deutschlands Kinder hungern (I bambini tedeschi hanno fame), 1923; Nie wieder Krieg (Mai più guerra), 1924, dove il gesto imperioso del giovane con un braccio alzato e una mano sul cuore suggella il giuramento, Brot (Pane) trattate in xilografia e in litografia, entrambe del 1924 e infine l’incisione xilografica Frau mit Kindern in den Tod gehend (Donna con bambini che va incontro alla morte), 1923.
È del 1924-1925 il secondo ciclo xilografico, il quarto in ordine di tempo, dal titolo Proletariat (Proletariato), composto da tre fogli: Erwerbslos (Disoccupato), Hunger (Fame), Kindersterben (I bambini muoiono). È il più breve, ma anche il più laborioso dei suoi cicli, essenziale nel segno, drammatico nella composizione dominata dal colore nero che trattiene, carpendolo, il bianco della figurazione.
Finalmente, dopo 14 anni di gestazione, nel 1932 porta a termine il monumento dedicato al figlio morto. Si tratta di due enormi statue in granito, rappresentanti un padre e una madre chiusi nel loro dolore, che verranno poste nel cimitero militare di Roggevelde in Belgio.
Il 15 febbraio 1933, due settimane dopo la nomina di Hitler a cancelliere del Reich, a seguito della sottoscrizione del Dringender Appel stilato da socialdemocratici, socialisti e pacifisti in favore dell’unità delle sinistre, Käthe Kollwitz, assieme a Heinrich Mann, è costretta a lasciare l’Accademia delle Arti di Prussia e a subire le prime persecuzioni e perquisizioni. Per sottrarsi a un possibile arresto, sta per alcune settimane a Marienbad, ospite di Max Wertheimer e della sua famiglia, ma a metà aprile decide di rimanere in Germania e torna a Berlino. Poiché non era ebrea e nemmeno esponente dell’arte cosiddetta “degenerata”, viene lasciata lavorare a condizione che le sue opere non siano esposte. Inizia allora quel lungo “esilio interno” che la vedrà esclusa da tutte le manifestazioni culturali; i suoi lavori vengono rimossi dalle sale e dalle gallerie pubbliche e private, le cartoline, riproducenti temi della sua attività grafica, sequestrate.
Ad ogni modo, tra interruzioni e rinnovati slanci, continua a lavorare e mentre i vecchi artisti tedeschi, per sopravvivere, si adattano alle direttive del Reich, Käthe torna alla potenza espressiva, al profondo pessimismo di un tempo. Era questo il suo modo di restare ancorata alla realtà e di opporsi al regime portando avanti l’autentica arte tedesca. Così dichiarò in un’ intervista telefonica all’ «Izwestija», poi pubblicata nell’edizione del 3 luglio 1936, che costò a lei e a Karl un pesante interrogatorio e la minaccia dell’internamento in un Lager nonostante l’età.
Dal 1934 al 1935 lavora al suo ultimo ciclo di litografie Vom Tode (Della morte), quella morte con cui, scrive alla sorella Lise nel febbraio ’45 , ha conversato per tutta la vita.
Nel 1939, la Germania è di nuovo in guerra e Käthe è ormai è vecchia e stanca; disegna tuttavia ancora molto e attende a piccole sculture sul tema che più la coinvolge: quello della maternità. Negli anni Trenta, fino al 1942, esso assume un chiaro significato antimilitarista, sostanziato dai tragici eventi che l’hanno colpita in passato, la morte del figlio Peter, e che la colpiranno ancora negli ultimi anni di vita, la scomparsa nel 1942 sul fronte orientale del nipote Peter, figlio di Hans.
Pensa così che il grido che si deve levare alto e potente, irrinunciabile, sia ora «Saatfrüchte sollen nicht vermahlen werden» (Non macinate le sementi). Se nel 1924, sulle rovine della guerra appena finita, Käthe aveva fatto del motto «Nie wieder Krieg» (Mai più guerra), l’emblema del suo pacifismo, a ribadirlo, a testamento proprio, ora assume la frase di Goethe tratta dal Lehrbrief del Wilhelm Meister. E le sementi sono i giovani, giovani che disegna nel 1942 raccolti sotto le poderose braccia di una vecchia madre.
Nel giugno del 1943, Kollwitz si trasferisce a Nordhausen presso la ritrattista Margret Boening. Il 25 novembre la casa a Berlino, dove ha vissuto dal 1891, anno del matrimonio con Karl, viene distrutta dalle bombe e con essa anche molte sue opere e lastre di pietra. Verso la fine di luglio del 1945 si sposta a Moritzburg, nei pressi di Dresda, dove trascorre gli ultimi anni in profonda solitudine, alleviata dagli scambi epistolari con parenti e amici e dalla lettura di Goethe, e in una frequentazione costante, ma angosciata, con la morte, amareggiata che la guerra l’accompagni fino alla fine. Continua a disegnare, il mattino, dopo aver preso una tazza di caffè vero ed essersi alzata, finché la vista non più buona e gli occhiali oramai insufficienti non la costringono a mettere da parte fogli e matite. Anche questa è una lotta e senza lotta, ha scritto pochi mesi prima, la vita non è vita. La sua si chiude definitivamente il 22 aprile 1945, due settimane prima della resa tedesca. Nel settembre le sue ceneri torneranno a Berlino liberata.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Kollwitz K., Die Tagerbücher, herausgegeben von Jutta Bohnke-Kollwitz, Siedler Verlag, Berlin 1989

Kollwitz K., Briefen der Freundschaft und Begegnungen, List Verlag, München 1966

Bonus-Jepp B., Sechzig Jahre Freundschaft mit Käthe Kollwitz, Rauch Verlag, Boppard 1948

Adriana Lotto

Docente di liceo e ricercatrice, vive e lavora a Belluno. Dirige con Bruna Bianchi la rivista «DEP Deportate, esuli, profughe», rivista telematica di studi sulla storia e la memoria della deportazione femminile (www.unive.it/dep). Da anni collabora con l’Istituto Storico Bellunese della Resistenza e dell’Età Contemporanea e presiede l' Associazione culturale Tina Merlin. È autrice di libri, saggi e articoli su riviste e giornali, in particolare su guerra e resistenza, emigrazione e deportazione.

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