Laura Balbo

Padova 1933 - vivente
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Vivo da sociologa da quasi cinque decenni. Dei temi e della prospettiva delle scienze sociali ho fatto sempre anche un uso “privato”, nel senso che hanno contribuito a dar senso a molte delle mie scelte: come collocarmi, come vivere. E, d’altra parte, le esperienze della mia vita di tutti i giorni hanno certo interferito in molti modi con pensieri, letture, osservazioni, scritti; e hanno segnato la mia presenza nel “pubblico”. [1]

Intersezioni e rimandi, dunque, dal privato al pubblico, dalla sociologia alla vita quotidiana, dalla sua vita alla vita delle altre donne, in un rapporto di lucidità ed empatia. Non è far venire meno i confini che separano gli ambiti della sua esistenza, né perché «il personale è politico», ma per affermare il nesso fra lavoro intellettuale ed esperienza, l’intreccio che orienta nella vita e nella ricerca. Si potrebbe anche dire che Laura Balbo ha studiato la sociologia non per un interesse verso la disciplina, ma per capire la società e per sentirsene pienamente parte, fin da giovane.
Se è vero che una vita si delinea attraverso uno o più punti di svolta, che lasciano l’impronta di un cambiamento, per lei, laureata in sociologia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova nel 1956, un punto di svolta è, l’anno successivo, una borsa Fulbright per studiare all’Università di California, Berkeley. Là avviene il passaggio alla vita adulta, con una doppia esperienza: quella intellettuale «inimmaginabile» nel campus riservato a bianchi, e quella dei dintorni del campus, che le rivelano il rovescio americano della segregazione razziale [2].
Rientra in Italia, e a partire dal 1968 fino a quando diventerà professore ordinario nei primi anni ‘80 [3], insegna sociologia nella Facoltà di Giurisprudenza e poi di Scienze Politiche dell’Università Statale di Milano. Si apre un decennio vorticoso, accelerato dai movimenti giovanili e femministi, che investono tutto l’Occidente; in Italia i ritmi incalzano le conquiste dei diritti civili e dunque, moltissimo, le donne. Nelle scienze sociali sono le donne, studiose nelle varie discipline, a esercitare un pensiero critico in una prospettiva di genere e della vita quotidiana: è il germoglio degli “Womens’ Studies” e del pensiero della differenza. Laura Balbo ne è pienamente parte. Si trova a metà del suo percorso di vita, ha tre figli, nati negli anni ’60: un altro punto di svolta, un nuovo e decisivo intreccio fra lavoro intellettuale ed esperienza. I temi sono la doppia presenza delle donne adulte nel lavoro familiare e nel lavoro professionale, il welfare; naturalmente i cambiamenti nelle pratiche quotidiane di vita, e poi l’esperienza delle 150 ore per il diritto allo studio dei lavoratori, che anticipa un tema oggi centrale per lei: il lifelong learning, dis-imparare per continuare ad imparare, capacità che un presente in continuo cambiamento richiede [4]. Questi temi si precisano negli anni successivi, quando affronta la questione dei tempi – tempi di vita, di lavoro, di cura – e la traduce in proposte dell’agenda politica [5]. Sono gli anni in cui è deputata nel gruppo della Sinistra Indipendente, due legislature (dal 1983 al 1992): l’intreccio fra presenza “pubblica” e vita da sociologa assume una particolare coloritura e spessore.
È un intenso lavorio, una ricognizione instancabile e diffusa – che ha delle sue matrici e un suo corso di lunga data, incessante nella storia, nel sindacato, nei movimenti emancipazionisti e nel femminismo – che ha consentito di vedere il lavoro e la vita quotidiana delle donne, l’intreccio di queste due dimensioni che va elaborato e che è la vita delle donne. Laura Balbo e altre hanno saputo riconoscerne il valore, vi ci sono riconosciute e l’hanno riproposto nel suo significato simbolico. È il lavoro del quilting, l’immagine del patchwork. È l’arte di raccogliere «frammenti di materiale e frammenti di tempo», di saperli ricucire e ricomporre, è un’economia di lavoro quotidiano e una modalità creativa di comporre la propria vita.
Gli ultimi due decenni sono rivolti al tema del razzismo, cui deve una parte importante del prestigio che le è riconosciuto in Italia e a livello internazionale [6]. Pubblica, insieme a Luigi Manconi, nel 1990, I razzismi possibili, due anni dopo I razzismi reali, ed è sulla necessità di far fronte alle discriminazioni diffuse in ogni ambito che imposta il programma di Ministro senza portafoglio per le Pari Opportunità nei governi D’Alema (22 ottobre 1998-25 aprile 2000). La sua presenza in Parlamento è una presenza attiva in un modo particolare: nel senso dell’osservare e dell’ascoltare e poi del raccontare (Riflessioni in-attuali di una ex ministro. Pensare la politica anche sociologicamente, Cosenza, Rubettino 2002). Esce nel 2006 In che razza di società vivremo? L’Europa, i razzismi, il futuro. Il suo accento cade sui razzismi quotidiani, sulle radici colonialiste della società Europea razzializzata, sull’attaccamento identitario alla “bianchitudine”: lo sguardo è spostato da “loro” a “noi”, alla fatica di cambiare, di assecondare e riposizionarsi in un contesto in continuo mutamento. Il lifelong learning, nella sua visione, è un modo di fronteggiare la società dell’incertezza evitando di tradurre l’ incertezza in paura, del diverso, dello straniero. È un apprendere quotidiano: mettere in discussione, riesaminare, riconsiderare. Nei suoi progetti futuri il lavoro nel Group of Concerned Citizens, costituitosi nel 2009 presso il Centro de Cultura Contemporanea di Barcellona con l’intento di attivare a livello europeo un decennio di consapevolezza e di azione sul ricorrere e permanere del razzismo. Anche in rete si trova disseminato il suo pensiero sull’oggi, ad esempio nei suoi “promemoria”: in sbilanciamoci: lavoro di quilting, frammenti da ricucire, patchwork, anzi “i nuovi patchwork”.
Si può immaginarla nella sua stanza: libri, appunti in foglietti sparsi, carte, il telefono che squilla, le nipotine spesso intorno, e la finestra aperta sul mondo. In viaggio, spesso, in America del Sud, in Giappone, in Cina, in Australia; e in l’Italia o in Europa, spesso tra i giovani e, di recente, tra i bambini, con lo scopo di trovare, insieme agli insegnanti, le strade che portano a dis-imparare il razzismo.

1. Laura Balbo, Privato e pubblico, la sociologia e la vita quotidiana: un percorso di cinque decenni, in Marzio Barbagli e Harvir Ferguson (a cura di), La teoria sociologica e lo stato moderno. Saggi in onore di Gianfranco Poggi, Bologna, Il Mulino 2009, p.131.
2. Ib., p.135. Con gli Usa manterrà un legame duratuto, al di là del suo essere stata Senior Fulbright Fellow al Center for European Studies dell’Università di Harvard, Visiting Scholar al Radcliffe Institute for Indepedent Studies (1963-65). Visiting Associate Professor all’Università di California, Berkeley e Santa Cruz (1980).
3. Come professore ordinario insegna alla Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Ferrara.
4. Pubblica negli anni ’70: L’inferma scienza. Tre saggi sull’istituzionalizzazione della sociologia in Italia (con Giuliana Chiaretti e Gianni Massironi), Bologna, Il Mulino 1975; Stato di famiglia. Bisogni, privato, collettivo, Milano, Etas 1976; Interferenze. Lo Stato, la vita familiare, la vita privata (con Renate Siebert-Zahar), Milano, Feltrinelli 1979. Più avanti, nel 2008, Il lavoro e la cura. Imparare a cambiare, Torino, Einaudi.
5. Con Helga Nowotny, Time to Care in Tomorrow’s Welfare Systems, Vienna, 1986; (a cura) Tempi di vita. Studi e proposte per cambiarli, Milano, Feltrinelli 1991.
6. È Presidente dell’International Association for the Study of Racism di Amsterdam.
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Fonti, risorse bibliografiche, siti

La storia di Hannah, e del Crazy Patch Quilt

Giuliana Chiaretti

Nasce il 30 dicembre 1939 a Leonessa, un vasto altopiano appenninico nell'Alta Sabina. Nel 1945 la famiglia si trasferisce a Roma. Qui lei studia fino alla laurea - nel 1962 presso la Facoltà di Scienze Politiche, Università La Sapienza - e qui inizia la carriera accademica. La passione per la sociologia la porta nel 1967 a Milano. Negli anni Settanta, il soggiorno di studi a Harvard e la pratica della ricerca sociale. Nel 1979 la nascita della figlia Federica. Poco dopo la scelta di dedicarsi anche alla psicoanalisi junghiana. Per lunghi anni è stata membro attivo del CIPA. Professore ordinario di sociologia all’Università Ca’ Foscari, vi ha insegnato dal 1996 al 2015. Al centro della sua attenzione i temi dell’identità e del riconoscimento, le disuguaglianze di genere e di razza, le migrazioni femminili. Vive fra Venezia e Milano.

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