Leda Colombini

Fabbrico 1929 - Roma 2011
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Perfino la morte può essere simbolica della vita di donne che entrano nella storia per la porta femminile, sempre stretta.

Il 6 dicembre 2011 Leda Colombini, presidente dell’Associazione A Roma insieme, aveva appena concluso una riunione sulla nuova legge a tutela delle detenute madri con figli in carcere, in cui aveva raccomandato di apportare modificazioni che eliminassero rigidezze normative che ledevano i diritti dei bambini. Uscendo da Regina Coeli, un ictus l’ha fulminata sulla soglia.
Leda è una che ha inteso la vita come dono da spendere non solo per sé, ma come energia per trasformare il mondo. Nata nel 1929, a Fabbrico di Reggio Emilia in una famiglia di braccianti poveri, con una madre responsabile di quattro bambine e un padre più o meno assente, è stata una delle studentesse brave a scuola e amanti dello studio che non potevano permettersi di continuare a studiare. Finite le elementari la bambina Leda è già bracciante: piccolina, ma sapeva già come chiedere il rispetto dell’orario di lavoro. Chi l’ha conosciuta da grande e racconta quanto fosse amabile conferma anche una sua “ostinata intelligenza”, ben sottolineata fin dall’adolescenza da Francesco Piva, lo storico che è stato il suo più attento biografo. Infatti, se i poveri, obbligati a crescere in fretta, capiscono di più della vita, questa ragazza comprese presto che il fascismo, che l’aveva obbligata a vestirsi da piccola italiana, era responsabile delle atrocità della guerra: a 14 anni Leda diventa “partigiana”, anche se non fu registrata perché troppo piccola. Al ritorno della normalità, si rese conto che l’esperienza lavorativa aveva bisogno della politica: i braccianti, privi di diritti, dovevano lottare per ottenerne graduali attuazioni. Ci sono le Leghe, c’è il sindacato e Leda, responsabile della Commissione nazionale femminile della Federbraccianti, sente il bisogno di iscriversi al Pci. Nel 1955, quinto Congresso del partito, arriva al Comitato centrale e, poco dopo, alla Commissione centrale femminile. L’impegno per migliorare le condizioni di lavoro delle campagne la porta a partecipare e sostenere le lotte delle lavoratrici della terra, sia braccianti, sia mezzadre, particolarmente in Meridione. Trasferita stabilmente a Roma, alle amministrative del 1970 viene eletta nel Consiglio Comunale: l’impegno prestato nella Commissione Sanità le valgono la rielezione, l’assessorato ai Servizi Sociali e la delega all’Urbanistica. Non esercita la politica convenzionale: si è sempre impegnata nelle situazioni reali e conosce i problemi per averli vissuti. Ora li condivide ed essendo ormai competente dell’origine storica e culturale dei problemi in anni di scarsa sensibilità politica per le persone portatrici di handicap, si impegna a realizzare un riordino in rete delle unità territoriali riabilitative, a dare sostegno ai bambini in difficoltà nelle scuole fin dal nido, a prevedere inserimenti lavorativi funzionali, deliberando anche la prima normativa per abbattere le barriere architettoniche. Conoscendo i limiti della pluralità e frammentazione dei servizi comunali per l’effettività dell’assistenza, ha tentato un progetto di riordino, ripreso in Regione, dove interviene in numerose problematiche che impongono alle priorità di rispettare logiche che il femminismo – anche se Leda non si identificava come femminista – definisce in due modalità: quella della ripetitività di un ruolo “femminile per natura”, che non dovrebbe appartenere solo a chi fa i bambini; quello di riflettere sulle priorità che guidano il sistema, se è vero che la sopravvivenza e la convivenza secondo le donne vengono prima nella costruzione del Pil e perfino della politica internazionale e di difesa che interessa chi vuole migliorare il mondo.

Occuparsi dell’handicap significa occuparsi del principio egualitario: se le persone perdono l’uguaglianza per guai alla nascita o per incidenti e malattie, la società deve provvedere a restituire almeno parte delle possibilità di recupero. Fu Leda a proporre l’abbattimento delle barriere architettoniche nel Lazio e sua fu anche l’idea di organizzare in rete le strutture di riabilitazione delle Usl, i servizi per l’inserimento nell’attività lavorativa degli adulti con handicap e quello negli asili-nido, scuole materne e dell’obbligo per bimbi e bimbe con problemi. Quando nel 1983 venne eletta alla Camera dei deputati di cui farà parte per due legislature, le priorità di impegno la portarono a girare per diverse Commissioni (Interni, Sanità, Affari sociali). Propose una legge-quadro sulla tutela dei diritti del cittadino all’assistenza sanitaria, nuove norme sui diritti degli handicappati, sugli sfratti, sull’assistenza al parto e al bambino ospedalizzato. In particolare è sua (nel senso che è stata reiteratamente la prima firmataria) la legge-quadro sul volontariato che anni dopo verrà ulteriormente definita: non si può non sottolineare l’importanza di aver colto la necessità politica di occuparsi di una materia delicata, perché riguarda da un lato la disponibilità civica di chi o ancora privo di collocazione occupazionale, o per libero impegno di solidarietà, presta servizio alla comunità, dall’altro le varie diramazioni di associazioni pubbliche e private di differente tendenza, richiedenti finanziamenti pubblici. Il volontariato – lo dice la parola – significa iniziativa libera e generosa, non si identifica con il “terzo settore” o con gli enti “no-profit” che spesso hanno fatto profit a danno del giovane operatore, di fatto un precario nobilitato dalla finalità dell’impegno. Leda aveva l’occhio più lungo del suo partito, arrivato tardivamente a cogliere il valore sociale della condivisione: in età complesse non tutta la “cura” del bisogno dei cittadini può essere soddisfatto dal pubblico e va valorizzata l’importanza educativa dell’impegno disinteressato.

Una proposta di legge per modificare un paio di articoli del codice penale sulla liberazione condizionale dal carcere costituisce la spia di un altro interesse, destinato a diventare dominante quando Leda lascerà Montecitorio. Sceglierà di fondare A Roma, insieme, un’associazione di volontariato che opera per il diritto alla salute delle persone private della libertà. Ma, entrando nella situazione carceraria, coglie immediatamente la differenza che oppone tra loro i generi: nelle sezioni femminili ci sono sempre stati anche bambini da zero a tre anni. Le madri vivono una condizione che coinvolge anche le altre detenute, soprattutto nei casi di piccoli nati carcerati, per essere poi dati, da un giorno all’altro, in affido. Perfino il personale sente la disumanità della situazione: se un agente maschio deve entrare nella sezione femminile, c’è spesso un bimbo che lo chiama gridando “papà, papà”. Leda ha tratto dall’esperienza il materiale di indirizzo per supportare la preparazione di una legge al riguardo, in attesa della riforma della medicina penitenziaria.

Era davvero una donna di cultura: non si impegnava perché esperta delle strutture e delle leggi; era la persona affettuosa che, capito il significato della parola diritti, sapeva che vanno innervati dalla norma, ma sostanziano il riconoscimento della persona umana, dotata in tutti – giovani, donne, persone non autosufficienti, detenuti – della stessa dignità e meritevole dello stesso rispetto. Negli ultimi anni Leda chiamava le amiche a leggere libri con i carcerati, ma la passione finale ha prodotto oggi a Roma un luogo confiscato alla mafia, che accoglie mamme detenute con figli piccoli, dove non ci sono sbarre né lucchetti: si chiama “La casa di Leda”.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Francesco Piva, La storia di Leda, Franco Angeli, 2009

Giancarla Codrignani

Docente di letteratura classica, giornalista, politologa, femminista. Parlamentare per tre legislature.

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