Lilly Reich

Berlino, 6 giugno 1885 - Berlino, 14 dicembre 1947
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Pioniera del design, Lilly Reich ha contribuito al progetto di alcuni tra i più eleganti pezzi d’arredo del Novecento e a quello di straordinari interventi di interior design; purtroppo però il suo nome è ancora sconosciuto ai più. Su di lei, infatti, non esistono libri in italiano e scarseggiano persino quelli in altre lingue. Inoltre è raramente menzionata nei testi di storia dell’architettura e del design, e neppure viene data la giusta importanza al suo contributo ad opere spesso attribuite al solo Ludwig Mies van der Rohe. Eppure Reich è stata una delle poche donne ad aver insegnato al Bauhaus e la prima ad esser stata nominata nel Consiglio del Deutscher Werkbund (DWB), inoltre ha lavorato con due mostri sacri: con Josef Hoffmann a Vienna, da giovanissima, quindi, e per tredici anni, con Mies, del quale è stata compagna per un tratto di vita.

Reich ha anche il merito di aver salvato dalla distruzione disegni e fotografie dei progetti del periodo tedesco di Mies van der Rohe, prima che venissero distrutti nei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Affidò infatti 3.000 lavori di Mies e 900 suoi ad un’amica che li nascose nella propria casa di campagna. Alla fine del conflitto, poiché la casa si era venuta a trovare in Germania Est, i disegni rimasero inaccessibili ancora per decenni e soltanto nel 1964 Mies ne poté negoziare il riscatto, donandoli poi, pochi mesi prima di morire, al MoMA e salvandoli così dall’oblio.

Nel 1908, lasciata Berlino per Vienna, Lilly studiò con Hoffmann alla Wiener Werkstätte, collaborando con lui alla serie Kubus. Al suo rientro a Berlino, nel 1912, iniziò a occuparsi di allestimenti, mettendo a punto un rivoluzionario criterio espositivo, in cui il visitatore non era più inteso come riguardante passivo, ma era coinvolto a “partecipare” dei prodotti o della loro genesi. Ad esempio, nel 1926, chiamata ad allestire uno stand alla Fiera di Francoforte, fece dei telai meccanici in funzione i protagonisti dell’esposizione, non solo per mostrare al pubblico il processo di produzione industriale dei tessuti, ma anche per dimostrare la conciliabilità del binomio arte/industria, all’epoca al centro del dibattito fra gli artisti del Bauhaus, al quale ha partecipato fattivamente.

Divenuta membro del DWB nel 1912, ne scalò presto le vette e il 25 ottobre 1920 entrò a far parte del Consiglio di amministrazione, prima donna a rivestire questa carica, con il ruolo di responsabile dell’allestimento delle grandi esposizioni. Queste prestigiose investiture se le era conquistate sul campo, progettando abiti, tessuti e vetrine per negozi, arredamenti e allestimenti, spesso pubblicati sulle principali riviste tedesche di settore. Nello stesso 1912 aveva ottenuto anche l’incarico di responsabile delle mostre del DWB dedicate alle abitazioni moderne e tra il 1921 e il 1922 curò due mostre di Arte Applicata tedesca negli Stati Uniti, che le fecero ottenere la promozione a capo dell’organizzazione e della progettazione delle fiere DWB. Si trasferì a Francoforte, dove conobbe Mies van der Rohe, da poco eletto vicepresidente del DWB e stabilì con lui un sodalizio personale e lavorativo che durò fino a quando Mies non emigrò negli Stati Uniti.

Nel 1925, Mies progettò con lei lo stand AEG alla fiera di Stoccarda, dove Reich “mise in scena” gli elettrodomestici e le caldaie come fossero sculture. Il loro primo progetto comune di grande rilievo fu lo Stuttgart Weißenhof 1927, Die Wohnung, la mostra di architettura dimostrativa organizzata dal DWB, dove Reich collaborò sia al disegno degli interni dell’appartamento ideato da Mies che a quello di una sala di vetro, il cui scopo era spiegare al pubblico l’utilizzo possibile di materiali fragili come il vetro sia in ambienti domestici, che lavorativi. Questo spazio quasi metafisico costituì di fatto la premessa ai futuri capolavori progettati da Mies e da Reich, quali Villa Tugendhat a Brno del 1928 e il Padiglione Tedesco a Barcellona del 1929, dove i due maestri hanno dimostrato come la configurazione di un ambiente possa essere definita dal materiale impiegato o dagli oggetti d’arredo in esso contenuti, senza necessariamente dover ricorrere alle pareti.
Nello stesso anno, a Berlino, lavorarono insieme alla mostra Café Samt und Siede, in cui Reich ridusse gli stand all’essenziale per esaltare la forma scultorea degli oggetti esposti, mentre Mies vi concepì, come sua prerogativa, lo spazio indiviso. Qui, il grande pubblico poté provare per la prima volta dal vivo i mobili in acciaio tubolare propagandati sulle riviste. Reich, infatti, aveva acquisito notevole competenza nell’impiego delle nuove tecnologie e nell’uso dei nuovi materiali, soprattutto nel tubolare d’acciaio, con cui progettò diversi arredi, unica donna in quello scorcio di secolo, oltre a Charlotte Perriand.

Christiane Lange, nel suo studio del 2007 ricorda che Mies non ha realizzato alcun mobile di successo prima e dopo la sua collaborazione con Lilly Reich. E questo fa riflettere.

Nel 1931, poi, Philip Johnson incaricò Mies e Reich di ridisegnare il suo appartamento a New York, dove i due progettisti inserirono un daybed con un cuscino di sostegno e un cuscino trapuntato, identici a quelli ancora prodotti da Knoll, che persevera, nonostante l’evidenza documentale, ad attribuire questo oggetto di design, ormai divenuto un must, al solo Mies. E anche questo induce a pensare.

Nel 1929, Mies e Reich vennero nominati dal DWB direttori artistici della sezione tedesca dell’Esposizione Universale di Barcellona, ​​dove progettarono il Padiglione destinato alla coppia reale spagnola, capolavoro dell’architettura e del design moderni. Il contributo di Reich è la poltrona che porta il nome della città, insieme al pouf che l’accompagna, vere icone di modernità. Tuttavia, nonostante le prove fornite dai documenti, la maternità di queste opere non sempre le viene riconosciuta.

Finalmente, il 29 febbraio 2012, dopo due anni di ristrutturazioni e di restauri, Villa Tugendhat è stata riaperta al pubblico come sede espositiva. Progettata da Mies van der Rohe nel 1928-1930, per Fritz e Greta Tugendhat, è una delle architetture simbolo del Movimento Moderno, dal 2001 patrimonio dell’UNESCO. A Reich si deve l’allestimento degli interni e il progetto degli arredi, in tandem con Mies, tra i quali spicca la poltroncina Brno. Per Mies e Reich, infatti, gli arredi erano architettura e come tale li hanno progettati.

Severa, essenziale, quasi austera persino nel vestire, eppure elegante, Reich, come Mies, mirava alla semplificazione delle forme, scevre da ornamenti, di cui ha colto la sostanza profonda, estrapolandone la bellezza pura, quella che trae origine dal rispetto degli equilibri proporzionali e dall’armonia relazionale fra le parti che compongono il tutto, così ogni suo progetto e ogni sua realizzazione sono funzionali e perfetti in sé, classici nella loro sostanza.

Dopo il travagliato periodo nazista, in cui dovette soggiacere ai diktat di Speer, Lilly Reich morì nel 1947, senza riuscire a godersi la pace, e sul suo nome e sulla sua opera cadde l’oblio. Fu infatti solo nel 1996 che si tenne la sua prima mostra, al MoMA a cura di Matilda McQuaid e Magdalena Droste. Ci sono voluti poi altri vent’anni, perché se ne potesse vedere un’altra: nell’aprile 2016, infatti, Droste ne curò una in Villa Tugendhat.
Curioso che a scrivere e a occuparsi di Lilly Reich siano state solo autrici donne. E anche questo fa riflettere.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Sonja Günther, Lilly Reich 1885-1947: Innenarchitektin, Designerin, Austellungsgestalterin, Stuttgart, 1988

Matilda McQuaid, Magdalena Droste, Lilly Reich: Designer and Architect, MoMA, New York, 1996

Paola Bellani, Poetica e disciplina dell'exhibition design. Lilly Reich, artista industriale 1885-1947, in PARAMETRO nr. 257, pp. 42-46, 2005

Christiane Lange, Ludwig Mies van der Rohe & Lilly: Furniture and interiors, Berlino, 2007

Maria Malgarejo Belenguer, La arquitectura desde el interior 1925-1937: Lilly Reich y Charlotte Perriand, Barcellona, 2011

Magdalena Droste, Výstava Lilly Reich ve vile Tugendhat, Brno, 2016

Maria Luisa Ghianda, Il cielo era rosa sopra Berlino. Lilly Reich: una pioniera del design, in Doppiozero, 06.01.2019

Maria Luisa Ghianda

Docente di Storia dell’Arte e scrittrice, ha insegnato alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e in numerose scuole italiane, tra cui l’Istituto Statale d’Arte di Monza nei suoi anni gloriosi. Per Italia Medievale ha pubblicato il romanzo storico I mercanti bizantini scomparsi (2017), con cui ha vinto tre premi letterari. È autrice di numerosi racconti a soggetto storico-artistico, di cui l’ultimo, Un filo di seta, pubblicato da Bolis nel 2018. Il suo amore per il Medioevo va di pari passo con quello per il design, campo nel quale ha maturato una accreditata competenza. Ha scritto per molte riviste d’arte, attualmente collabora con la rivista culturale «Doppiozero». Brianzola di nascita, vive e scrive a Terracina.

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