Marie Louise Fuller (La Loïe)

Fullersburg 1862 - Parigi 1928
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Quando si prende in mano la biografia di una ballerina, ritratta in copertina in una locandina delle Folies Bergère, si pensa a intriganti storie amorose, splendide carriere e miserabili cadute, invidie e cattiverie tipiche degli ambienti artistici. L’introduzione di Anatole France alla prima pubblicazione di Quinze ans de ma vie di Loïe Fuller (Parigi 1908), spazza via ogni pregiudizio:

Questa artista straordinaria si è rivelata una donna di delicata sensibilità, dotata di un’incredibile percezione dei valori spirituali. È una di quelle persone in grado di conoscere il significato profondo delle cose che sembrano insignificanti, e vedere lo splendore nascosto in una vita semplice […] È profondamente religiosa, con uno spirito di indagine molto acuto e un’ansia perenne sul destino dell’uomo. È meravigliosamente intelligente e istintiva. Ricca di così tante doti naturali, sarebbe potuta diventare uno scienziato.

Marie Louise Fuller (detta dai francesi La Loïe), nata nel 1862 a Fullersburg nell’Illinois, morta a Parigi, sua città di adozione, nel 1928, stella della danza, coreografa e insegnante, è stata anche un’imprenditrice e agente: finanziò i propri spettacoli e quelli delle sue “scoperte”, tra cui Isadora Duncan; allestì un proprio padiglione all’Esposizione Universale di Parigi del 1900, a fianco di quello di Auguste Rodin; fu autrice di pièces teatrali e di alcuni proto film (uno con Réné Clair protagonista).

Come Leonardo da Vinci, sperimentò ogni campo della conoscenza; dimenticata per quasi un secolo, è stata riportata alla luce dalla ripubblicazione dell’autobiografia cento anni dopo l’edizione americana (1913) e dal film La danseuse, diretto da Stéphanie Di Giusto nel 2016 (uscito in Italia nel 2017 col titolo Io danzerò). Oggi compare nell’elenco dei 113 danzatori più grandi del mondo.

Musa e ispiratrice di numerosi artisti, tra cui Rodin (per il quale posò diverse volte) e Toulouse-Lautrec, icona dei simbolisti, ammirata e stimata da Mallarmé, Debussy e Alexandre Dumas, ricevuta con onore dalla principessa Marie di Romania, precorse e influenzò l’Art Nouveau. Il magnate e collezionista d’arte Camille Groult (1832-1908), nel mostrarle i suoi settantadue dipinti di Turner, la omaggiò di un: “Questi sono i vostri colori. Di certo, quando dipinse, Turner vi aveva prevista”; e indicandole un fregio pompeiano: “Questi sono i vostri movimenti”.

Pur avendo danzato per tutta la vita, Loïe si chiede, nella sua autobiografia, se davvero sia una ballerina, non avendo mai seguito gli studi canonici ed essendo la sua arte qualcosa di mai visto prima nel balletto, quindi la domanda in realtà è:

Cos’è la danza? È movimento. Cos’è il movimento? L’espressione di una sensazione […] Il corpo umano, esattamente come avviene per gli altri animali, è di per sé pronto ad esprimere tutte le sensazioni – e le esprimerebbe, se fosse libero di farlo; […] nei fatti, il movimento ha sempre rappresentato il punto di partenza in ogni tentativo di espressione di sé, per di più fedele alla natura. Non le parole, ma i movimenti sono corrispondenti al vero.

Liberarsi delle costrizioni cui il corpo è sottoposto, nella danza e nella vita, è il centro della rivoluzione operata dalla Fuller.

Ma anche i costumi, le luci, le coreografie sono oggetto della sua ricerca e sperimentazione, operate col metodo e i procedimenti della scienza e non per intuizioni improvvise, come a volte vorrebbe romanticamente far credere. L’estrema leggerezza di un taglio di seta, legato intorno al collo anziché in vita, sorretto da canne di bambù (la struttura portante col tempo diventa talmente pesante e la stanca tanto da doversi trasferire in un piccolo appartamento interno al teatro, a poche decine di metri dal palcoscenico) per ampliarne il movimento, le ispira la danza serpentina che la rende famosa. Si tratta di una rielaborazione della skirt dance, rispetto alla quale aumenta a dismisura la gonna, e che arricchisce di luce e colori così intensi da rendere sempre più astratta l’immagine, facendo quasi scomparire il corpo; il che spiega perché abbia potuto continuare a danzare anche quando, col tempo, la sua figura si appesantì. In Le Lys du Nile (1895) la gonna era costituita da 450 metri di seta finissima e, allargandosi, poteva raggiungere i tre metri di distanza dal suo corpo in ogni direzione.

Nello studio sui colori Loïe si ispira all’astronomo Camille Flammarion (1842-1925) che, tra l’altro, si interessò anche all’influenza esercitata dai colori sugli organismi; gli esperimenti di Loïe su volontari la portano a scoprire che, per esempio, il giallo infiacchisce, mentre il color malva provoca sonnolenza.

L’illuminazione dal basso, che brevettò nel 1893 (essendo vittima di imitatrici e impresari disonesti che si spacciavano per lei, Loïe cercò di brevettare tutte le sue invenzioni), ispiratale da una fontana con figura femminile rischiarata dal basso, fu un’altra delle sue innovazioni; nella famosa Danse du feu, lei sembrava una massa di fuoco vivente e le sue sciarpe grandi lingue di fuoco. Il passaggio dalla illuminazione a gas a quella elettrica favorì i suoi studi sulla luce, per i quali fu nominata membro della Società astronomica francese. In Salomè (1895) le sue proiezioni e i vetrini sulla lanterna magica crearono una tempesta, la luna sulle onde, un mare di sangue e nuvole in corsa. Sarah Bernhardt la onorò della sua amicizia, probabilmente per strapparle i segreti su alcuni effetti luminosi per il suo spettacolo La bella addormentata nel bosco e, non riuscendovi, finì per rubarglieli; cosa che peraltro tentarono di fare tecnici, elettricisti e quanti lavorarono con lei.

All’inizio Loïe crea composizioni che ricordano forme naturali (giglio, farfalla, violetta, figure alate), poi elementi essenziali (acqua, fuoco, foschia), poi fenomeni naturali (tifoni, vulcani, bufere) fino a libere immagini di fantasia. Quest’ultimo passaggio la porta a fondare una propria scuola (1908) in cui non vengono insegnate tecniche restrittive, ma viene stabilito il principio secondo cui “le bambine non imparano ma realizzano” attraverso la loro naturale espressività; è la maieutica socratica applicata alla danza.

Loïe rimase legatissima per tutta la vita alla madre rinunciando, a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni, a concludere una tournée in Russia, per cui fu costretta a pagare delle pesantissime penali. Nonostante abbia guadagnato cifre favolose con i suoi spettacoli, spesso si trovò in gravissime difficoltà finanziarie.

È strano che una donna tanto vitale e appassionata quasi non parli delle sue esperienze amorose nell’autobiografia: c’è solo un breve accenno a un innamoramento platonico per un giovane incontrato e subito perduto. In uno degli ultimi capitoli, però, un’informazione quasi pudica: “Da otto anni io e Gab viviamo in grande intimità, come due sorelle” seguita da pagine che descrivono con parole tenere, affettuose e piene di rispetto per questa giovanissima e affascinante ballerina spagnola, e dove si interroga in continuazione fino a che punto possano davvero comprendersi, viste le notevoli differenze tra la mentalità anglo americana e quella spagnola. Non erano tempi in cui si potesse dichiarare pubblicamente la propria omosessualità ma, pur senza dar scandalo, non la nascose mai.

Loïe sceglie sempre bene i propri amici, che devono essere prestigiosi e assicurarle i contatti che le necessitano per attuare i suoi progetti, perseguiti sempre con grande determinazione; però prova per loro stima e affetto sinceri, ed è quindi da loro apprezzata e benvoluta.

Nell’autobiografia racconta anche alcuni incontri avvenuti per strada con un cieco, una domestica, persone poverissime che affrontano le loro disgrazie con grande coraggio e saggezza; pur non prendendosene cura, commenta: “Qual è dunque la scuola suprema dei filosofi se non – purtroppo – la miseria?”

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Loïe Fuller, Una vita da danzatrice. Prefazione di Elisa Guzzo Vaccarino, introduzione di Anatole France, Dino Audino Editore, 2013

Sally R. Sommer, Loie Fuller, la fata della luce (1975), in Alle origini della danza moderna, a cura di Eugenia Casini Ropa, Il Mulino, 1990

Sandra D'Alessandro

Nata a Pesaro, sono milanese di adozione. Laureata in Filosofia, insegno e collaboro occasionalmente con case editrici e riviste culturali. Non avendo avuto figli, ho potuto dedicarmi a un sacco di cose belle e interessanti: musica (suono il piano e ho cantato in diverse corali), letteratura (di ogni luogo e tempo), lingua russa (ho tradotto dei racconti inediti di V. Garshin, grande scrittore russo della seconda metà dell'Ottocento, sconosciuto ai più), Tai Chi Chuan, attività politica, sindacale e volontariato.
Il sogno di tutta la mia vita: che nessuno debba soffrire fame e sete, e che i bambini e le donne di tutto il mondo abbiano stessi diritti e opportunità.

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