Margherita Dogliani

Viareggio 1958 - vivente
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«La fabbrica sforna dolci e produce pensiero»

Come sarebbe l’economia se fosse affrontata a partire dal valore della differenza uomo donna? Margherita Dogliani porta quel valore nella sua fabbrica, Il Biscottificio Piemonte dei fratelli Dogliani di Carrara, l’azienda di famiglia che dirige dal 1997 con i fratelli Bernardo e Franco; lei si occupa di marketing. L’avevano fondata il padre Angelo e lo zio Bartolomeo nel 1948, originari di Cuneo, giunti a Carrara con le competenze pasticcere dal Piemonte. La madre era operaia nella stessa fabbrica.
Sul finire degli anni Settanta Margherita è a Firenze: studia scienze politiche e vive un’esperienza evangelica, di vita focolarina, nel movimento di Chiara Lubich e le sue compagne. Dopo aver dedicato energie e impegno alla fondazione del centro Giorgio La Pira, a metà degli anni Ottanta lascia quell’esperienza, anche se alcuni valori di condivisione, “matrici dell’anima”, tornano nelle sue scelte adulte. Poco dopo inizia a lavorare nell’azienda di famiglia: prima come magazziniera, poi commessa e infine responsabile del punto vendita, seguendo un percorso di crescita – indicato dal padre -, con umiltà e modestia. Quando circa dieci anni dopo diventa titolare, adotta spontaneamente le regole dell’organizzazione del lavoro, ma prova da subito un disagio negli approcci e nelle relazioni e il desiderio di voler vivere il lavoro non solo con le regole del profitto. Pensa in particolar modo alle sue operaie che non hanno tempo e opportunità di crescita di cultura e di pensiero, «l’unica cosa che nessuno ci può portare via». Finché ha un’idea: portare la cultura in fabbrica con la rassegna Donna Anima e Corpo, e aprire all’esterno per condividere i frutti di quel lavoro. È un progetto gestito da donne per le donne, non per rivendicare diritti o denunciare la loro condizione, ma per valorizzare il loro punto di vista. Questa particolare esperienza è stata paragonata a quella della fabbrica dell’uomo di Adriano Olivetti, o alla Versiliana al femminile, ma niente è paragonabile alla fabbrica che pensa di Margherita Dogliani, che più propriamente cita Simon Weil e la necessità di mettere accanto alla catena di montaggio della fabbrica un’università.
Nel 2005 con il sostegno della commissione pari opportunità di Carrara, lei e la sua ragioniera Simonetta Corsi, la prima dipendente coinvolta, allestiscono un primo rudimentale palco nel cortile interno della fabbrica, lo ricoprono con una moquette rossa, noleggiano luci e sedie. Si comincia. La gente arriva, si siede, ascolta e partecipa. C’è chi si porta anche le sedie perché quelle che ci sono non bastano, finché la struttura negli anni si fa più idonea e viene steso un manto nero sul palco, più adatto al teatro. Non è un salotto, non ha l’ufficialità di molti festival estivi, è un luogo informale dove le persone si incontrano e tornano qui, in una zona industriale, circondata da blocchi di marmo, con il ponte dell’autostrada visibile a occhio nudo, in una fabbrica che fino a poche ore prima sfornava biscotti. E nell’aria quegli aromi dei dolci persistono; questa è una fabbrica che profuma.
La rassegna Donna Anima e Corpo ogni estate cresce e si rinnova, ma cresce anche l’impegno civile e direttamente politico di Margherita che nel 2007 partecipa alla fondazione del PD, di cui diventa portavoce provinciale delle donne con la candidatura al senato l’anno successivo. La rassegna ogni anno affronta un tema: Libertà e difesa dei diritti (IV edizione 2008) (in occasione dei 60 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo), Sentire e sentirsi (VI edizione), Il desiderio (VII edizione 2011). E ogni sera apre con una performance teatrale, poi seguono gli interventi di personalità della cultura e dello spettacolo. Non c’è l’istituzione che entra e organizza un evento, è dall’interno che si crea. “Il luogo di lavoro diventa luogo di relazione, cambiando la relazione tra le sue protagoniste, le operaie; la forza lavoro diventa forza sociale” e produce cultura.
L’istituzione qui partecipa nel sostegno, la sinergia tra impresa pubblica e privata impedisce la privatizzazione della cultura. In pochi anni la felice intuizione di Margherita si rivela un successo di pubblico, che viene compreso dal mondo esterno, e soprattutto da parte delle sue dipendenti che danno vita a una associazione culturale, “L’Angelo e le stelle”. Il coinvolgimento delle operaie non è stato immediato. Una cosa è lavorare alla catena di montaggio e un’altra è partecipare ogni anno alla produzione di un ciclo di incontri tenuti da filosofi, psicoanalisti, scienziati, sociologi, economisti, attori, musicisti, un mondo altro da quello in cui ogni giorno si confrontano i dipendenti del biscottificio. Partecipare a qualcosa fortemente voluto dalla titolare dell’azienda potrebbe anche essere vissuto come un obbligo. E nella rassegna 2010 Margherita avverte qualche difficoltà e lo comunica alle sue operaie: senza intesa non ha motivo di continuare la rassegna, è fatta con loro e per loro. Le operaie rispondono presentandosi l’ultima sera tutte insieme per sostenerla. L’anno seguente, alla sera di apertura, dodici di loro scelgono un articolo della costituzione italiana, e lo leggono, vestite a bandiera, in fila sul palco con l’ordine cromatico del tricolore. In chiusura altre tre leggono al pubblico un loro scritto per dare ognuna una definizione di “desiderio”, tema della rassegna. «Se la rassegna viene percepita come evento culturale ha fallito. Se invece produce pensiero, allora ha centrato il suo obiettivo». Il punto di vista delle donne che affrontano temi universali è alla base della differenza tra evento culturale e produzione di pensiero.
Decisivo è l’incontro con Labodif, il laboratorio della differenza[1] , della regista Gianna Mazzini e dell’economista Giovanna Galletti. Margherita matura la consapevolezza di lavorare secondo una declinazione sessuale e di formarsi nella relazione con altre donne. Organizza con Labodif un laboratorio sulla differenza in sette incontri, coinvolgendo cinque aziende locali capitanate da donne, allargato a una ventina di dipendenti. L’esperienza le permette di uscire “da quell’ordine neutro maschile” che impronta la struttura della società. «Adottare il sistema politico, sindacale e lavorativo dato, significa adattarsi a un modello costruito sul tempo degli uomini e non su quello delle donne. Lottare per raggiungere la parità uomo donna è annullare la differenza». Nella sua fabbrica – per decisione del fratello, nemmeno sua -, sono stati differenziati gli orari di lavoro in base al genere, introdotto l’orario continuato per lasciare alle operaie mezza giornata libera ed è stato garantito il diritto sacrosanto alla maternità.
Il tempo delle donne è fondamentale per Margherita, ma anche per la battaglia dei movimenti sui servizi, spiega Clelia Mori: «perché come donne avevamo il tempo contato e c’erano da portare a casa i nostri famosi servizi che girano il mondo (anche se non ci sono proprio per tutti/e e ora ce li stanno magistralmente sfilando dalle mani). (…) I servizi, concreti e ben visibili erano il nostro chiodo fisso, la nostra sicurezza per trovare tempo per noi, come donne»[2]. Le donne di Carrara invece «hanno scelto di curare l’autorevolezza femminile per prima cosa, per sé e poi per le altre e gli altri, sapendo che quella nessuno gliela poteva sfilare di mano come invece succede con i servizi oggi e su quella hanno voluto costruire il loro piccolo, grande mondo. A partire da sé. Lievito delle loro stesse idee come il lievito centenario – la madre -, che ogni giorno rinasce per fare i biscotti Dogliani» [3]
Per comprendere il valore della differenza Margherita racconta la sua visita (Gennaio 2012) alle operaie della fabbrica occupata da più di un anno, la Tacconi Sud di Latina, rappresentate da Rosa Giancola. Un bel giorno dopo vent’anni, il gruppo dirigente sceglie di delocalizzare l’azienda tessile all’estero e mediante un telegramma nel dicembre 2010 comunica ai suoi dipendenti la chiusura dello stabilimento. Ma ancor prima di chiudere, le operaie per timore di perdere il posto di lavoro e per salvare l’azienda che minaccia la chiusura, accettano di confezionare tende in gore-tex per la protezione civile. Un lavoro inadeguato a loro, ma accettato per “resistere”. Le operaie si adattano a «trasformarsi in altro da sé, in forza lavoro maschile, piegandosi a un materiale duro e pesante, spaccandosi la schiena e le mani nel cucirlo». Per Margherita bisogna partire dal valore e dal rispetto del “talento” delle donne e degli uomini per salvare quell’azienda; annullando la propria differenza quelle operaie hanno resistito inutilmente per non perdere il posto di lavoro; poco dopo, avendolo comunque perso, hanno gestito la fabbrica in occupazione per oltre un anno: hanno trasformato un desiderio in azione. Partire dal rispetto di ognuno significa costruire un’economia che tenga conto della flessibilità, dell’affermazione di sé, della ricchezza dei lavoratori come condizione che fa partire il volano delle imprese.
Queste le idee che muovono l’impegno politico di Margherita. Col suo progetto la fabbrica che pensa[4], oggi è invitata a parlare in diversi contesti pubblici e privati. Nel 2007 la Regione Toscana le ha conferito la sua massima onorificenza, il Gonfalone Rosa.

NOTE

1. Nel 2008 Gianna Mazzini legge che nel programma della rassegna Donna Anima e Corpo è stata invitata Luisa Muraro, filosofa del femminismo della differenza sessuale, e così contatta Margherita e le propone un percorso di formazione sulla differenza. Labodif, o il metodo della soggettività, ha creato «un percorso di ricerca e di analisi con un indicatore che misura la capacità e l’intensità di desiderare qualcosa. La metodologia sposta il metodo d’indagine dal “comportamento” al “desiderio” e studia l’attitudine degli individui a trasformare i propri desideri in azioni».

2. Margherita Dogliani e il laboratorio della differenza, Clelia Mori sul sito Paneacqua.

3. Margherita Dogliani e il laboratorio della differenza, Clelia Mori sul sito Paneacqua.

4. Titolo del documentario realizzato in fabbrica nel 2008 da Gianna Mazzini.
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Fonti, risorse bibliografiche, siti

Marica Barghetti, intervista a Margherita Dogliani cotitolare de il Biscottificio Piemonte dei fratelli Dogliani, 17 gennaio 2012

Marica Barghetti

Vive e lavora in Versilia, si occupa di formazione e di salvaguardia delle tradizioni locali. Ha prodotto documentari sulla trasmissione dei saperi artistici e artigianali. Ha organizzato per anni workshop di scultura e di pittura in Toscana per scuole d’arte americane. Per passione tiene corsi di cucina.

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