Margherita Guarducci

Firenze 1902 - Roma 1999
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C’era una casa antica, in un giardino, a Creta. Come tutte le case turche, ottomane, invece di avere il giardino dietro casa, o davanti o intorno, aveva gli edifici dentro ai giardini. Plurali e primordiali, con l’aria che ci passa in mezzo e le ombre che si appoggiano l’una all’altra. Più o meno la raccontava così, a Giovanna Bandini[1] , la professoressa Margherita, figlia del toscano Federico, perché lei ci aveva passato tanti anni in quella bella casa, appoggiata in mezzo ai giardini, dopo essersi laureata a Bologna (1924) e aver studiato a Roma, ad Atene, in Germania. In quel giardino Margherita Guarducci passava le giornate a «studiare a tutto spiano e lavorare con sua e mia soddisfazione»[2] come diceva il suo anziano amico, Federico Halbherr, un altro a cui piacevano molto le cose antiche, non solo le case. Halbherr a Creta ne aveva trovate tante da riempire un numero di preziosi taccuini tale da dover prendere una casa per contenerli: nel giardino avrebbero preso l’acqua. A Creta, Margherita Guarducci andava in missione, ma non per evangelizzare, né per curare malattie di cui invece si trovò piuttosto spesso vittima. Andava a compiere una missione, un’impresa colossale, erede della pazienza di Penelope e gloriosa come le gesta delle donne di Sparta contro Pirro e della precisione della madre che dal tetto, per proteggere il figlio, soldato argivo, colpì quello stesso generale tra capo e collo con una tegola. Caduta anche Margherita, come una tegola inesorabile, nel 1927, in quell’isola del Mediterraneo spese ogni sua estate per decine di anni, per controllare i taccuini del soddisfatto maestro, strapazzandosi di viaggi in lungo e in largo per l’isola a caccia di iscrizioni greche e latine. E non stavano nei musei ancora, anche loro, come le case, giustamente e anticamente, stavano nei giardini, e lei le andava a cercare per terra, sui muri, nell’erba alta e nell’erba bassa, sotto i cespugli, dietro ogni curva e dentro ogni buca della strada.
D’inverno intanto faceva prendere appunti alla Sapienza di Roma, e tanti. All’inizio, nelle estati cretesi, scriveva in latino i quattro volumi delle Inscriptiones Craeticae dove, a forza di strapazzi, finì anche l’archeologia e la topografia dell’isola: le pietre, senza il loro giardino non avrebbero significato. Poi, negli inverni, nacque La Guarducci. Se sia di questa o di quella che vi dovrei parlare in questa voce d’enciclopedia, davvero non saprei dire. Né saprei dire se l’una avrebbe invidia dell’altra. Il suo nome vero è L’Epigrafia Greca dalle origini al tardo impero ed è nata nel 1987, perché le copie de L’Epigrafia Greca e basta, in quattro volumi, erano finite. Ma ha tante cose di una donna anche La Guarducci: per esempio, è bella. È giovane, molto cordiale ed ospitale, una signora d’altri tempi. Secondo Margherita Guarducci è anche agile, fresca e divertente. Quando i classicisti che, non si sa perché, vanno sempre in giro, o come Margherita Guarducci da Bologna a Roma a Milano a Creta, o come gli studenti che approdano spaesati nelle biblioteche dell’Europa e del Mondo che dentro hanno gli stessi libri che c’erano alla biblioteca di partenza, sebbene con procedure di acquisizione sempre diversamente complicate, dicevo, quando questi classicisti arrivano e superano la burocrazia, i meandri, gli orari di chiusura, ecc. e dovunque siano e da dovunque vengano, trovano La Guarducci, dalla nascita grigiolina, ad aspettarli nella stanza dell’epigrafia. Quando ci parli poi, La Guarducci, nella sua chiara semplicità, ti stupisce sempre con una cosa nuova. Una foto che su internet avevi cercato per ore e non avevi trovato e invece lì c’è, ed è chiara e ben fatta, un riferimento ad un autore mezzo sconosciuto che lei ha incontrato, un episodio avvincente o una vicenda curiosa che… ma pensa… E sa sempre quello che ti serve sapere, si rende sempre utile.
Margherita Guarducci scriveva a Della Seta per aver ospitalità nei giorni di intervallo tra la traversata per Atene e quella da Atene a Candia. Oggi ogni classicista è accolto e rassicurato dalla Guarducci quando arriva in un posto nuovo. Dal titolo si direbbe che ha delle pretese, sembra superficiale. Invece no, La Guarducci se la stai a sentire non ti risparmia niente, ci tiene ad un dialogo vero e senza sconti. Magari si diverte a suggerire problemi senza i punti di domanda, ma è sempre attenta, non se ne lascia scappare una. Non so quanto abbiano in comune Margherita Guarducci e La Guarducci: la prima non l’ho conosciuta, anche se mi avrebbe fatto piacere. Di sicuro penso che condividano una passione speciale per le Leggi di Gortina. Leggi antiche, le più importanti per gli epigrafisti da tanti punti di vista. Sono leggi che riguardano il diritto di famiglia, e coprivano 20 colonne di cui Margherita Guarducci, con i taccuini di Halbherr e l’edizione di Comparetti, ha studiato tutte le 12 rimaste descrivendole minuziosamente nelle Inscriptiones Creticae, quarto volume. Il diritto di famiglia di Gortina, quindi, fondamentale allora, fondamentale per gli studiosi oggi, lo dobbiamo a Margherita Guarducci. La Guarducci però ce lo racconta e quasi ci racconta anche le altre otto colonne e accompagna con cura e pazienza ma senza mai rinunciare alla completezza e alla tenerezza, sia chi studia materie classiche, sia chi non le ha mai viste. La Guarducci insegna l’alfabeto, insegna i numeri, insegna a disegnare, insegna i giorni, i mesi, la geografia, la storia, come una maestra buona che prova piacere quando i classicisti dispersi per l’Europa le sorridono perché hanno capito. A Margherita Guarducci invece sorridevano i papi, ascoltandola a bocca aperta[3]. Senza nominarla però ma dicendo, pensando a lei, delle volte, come il 26 giugno 1968, «Nuove indagini pazientissime e accuratissime furono eseguite con risultato che Noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positive: anche le reliquie di san Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente e ne diamo lode a chi vi ha impiegato attentissimo studio e lunga e grande fatica». Forse aveva il dubbio tra Margherita e La Guarducci anche lui.

NOTE

1. Nell’intervista rilasciatale il 10/3/1998 “Io ho fatto quel che dovevo”, in appendice (B.1) a Giovanna Bandini, Lettere dall’Egeo. Archeologhe italiane tra 1900 e 1950.

2. Lettera a Della Seta, direttore della scuola di Atene, del 31 Agosto 1928.

3. Paolo Risso in , Margherita Guarducci: una vita per Pietro .

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Fonti, risorse bibliografiche, siti

Pietro Maria Liuzzo

È il marito di Francesca Panini, tuttavia questo non è il suo lavoro principale; è anarchico da sempre perché sua moglie gli regala i libri di Paolo Nori e le lettere di Sacco e Vanzetti, quindi prova anche ad essere cristiano. Cerca frammenti di Erodoto al dottorato di Storia dell'Università di Bologna ed è orgoglioso membro dell'associazione Rodopis nonché tutor al Servizio Studenti Disabili. Essendo contrario alla proprietà del tempo, collabora anche con il progetto europeo DIANA e con Fondazione Ahref (www.ahref.eu).

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