Mariana Yampolsky

Chicago 1925 - Città del Messico 2002
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In un’intervista allo storico dell’arte Shifra Goldman, Maria Yampolsky affermò di non riuscire a concepire l’arte senza un contesto sociale, sottolineando che non si trattava solo di volontà di espressione, ma di necessità di condivisione e di comprensibilità1.

Su questa idea forte, che perseguirà nel suo lavoro di fotografa per tutta la vita diventando una delle più note e apprezzate fotografe messicane (ma si occupò anche di grafica, litografia e pittura e ha lavorato come curatrice di testi ed editrice), l’ambito familiare, imbevuto di arte, socialismo e di quello che venne definito come “umanesimo globale”, ha avuto sicuramente un’influenza decisiva.

Il padre, Oscar Yampolsky, era infatti uno scultore, ebanista e pittore ebreo russo immigrato negli Stati Uniti per sfuggire all’antisemitismo, la madre, Hedwig Urbach, maestra, proveniva da un’agiata famiglia ebrea tedesca (immigrata poi in Brasile per sfuggire ai nazisti). Lo zio materno, Franz Boas (1858-1942), etnologo, uno dei pionieri dell’antropologia americana, possedeva un’ampia collezione di arte preispanica che sicuramente indirizzò l’interesse di Mariana verso l’arte preispanica e indigena in generale.

Terminati gli studi alla facoltà di Scienze sociali dell’Università di Chicago (Illinois), giovane studentessa, viene a conoscenza del movimento dei muralisti messicani e del Taller de Gráfica Popular (TGP, Officina di Grafica Popolare), che la colpisce in modo particolare. Si trattava di un collettivo popolare, politico e antifascista, dedicato alla creazione e alla promozione dell’arte come resistenza, fondato nel 1937 da Leopoldo Méndez, Pablo O’Higgins e Luis Arenal. Questo le basta, a diciannove anni, per salire sul primo volo e raggiungere Città del Messico, pur non parlando una parola di spagnolo. A città del Messico vivrà per il resto della sua vita, diventando cittadina messicana.

L’ambiente effervescente e ricco del Taller – è la prima donna ad essere ammessa al collettivo – le permette di intrecciare amicizie e collaborazioni artistiche, ma le offre soprattutto una visione particolare, quella che le proviene dalla pratica dell’incisione per le stampe di protesta sociale.

Dopo aver studiato pittura alla Scuola nazionale di pittura, scultura e incisione “La Esmeralda” di Città del Messico, si perfeziona all’Accademia di San Carlos, dove segue le lezioni con Lola Álvarez Bravo e Manuel Álvarez Bravo. Scopre così la sua vera vocazione e per più di cinquant’anni girerà per tutto il Messico fotografando il mondo rurale e indigeno: non solo le persone e i rituali popolari, ma architetture, paesaggi (spazi privati del mondo rurale e contadino e luoghi pubblici) e oggetti della vita quotidiana (manufatti, merci, artigianato), affiancando a questa numerose altre attività legate al mondo dell’editoria e della formazione, pubblicando libri d’arte, curando mostre e, a un certo punto, curando le illustrazioni dei libri di testo di scienze naturali, arte e storia pubblicati dal governo. Fu inoltre una delle fondatrici del Salón de la Plástica Mexicana (1951).

Il Messico che Mariana cattura – mostrando fin dall’inizio una particolare empatia nei confronti della gente ritratta e una sensibilità sociale evidente – è quello contadino della desolazione, della povertà, ma anche di un’immensa, inaudita bellezza. Influenzata dall’opera di Tina Modotti, se ne discosta per uno stile meno iconico o “sculturale”, meno manifestamente politico e più documentaristico, mobile, caratterizzato da un approccio poetico e intimo più vicino a quello di Lola Álvarez Bravo. Pur provenendo da ambienti culturali molto diversi, Yampolsky e Álvarez Bravo, condividono infatti un’affinità che consiste nell’amore per la loro terra, il Messico e la cultura messicana, un’attenzione particolare all’umano, capaci entrambe di trasformare il quotidiano in una preziosa e avvincente occasione di riflessione e meditazione. Le due fotografe sono inoltre accomunate, pur senza esplicite rivendicazioni femministe, da un’attenzione particolare alle donne: le donne (in gruppi o da sole) sembrano sprigionare quella forza atavica che non si limita alla maternità, ma anche al lavoro, alla festa, alla preghiera. Oltrepassando i limiti del folclorico e dei luoghi comuni, Mariana rivela nei ritratti bellezza e dignità.

Il passato dedicato allo studio della pittura influenza certamente Yampolsky negli scatti di architetture che incorniciano la storia privata o ne fanno parte integrante. Come nel caso de La ciega (1964), in cui la donna che non vede, vestita di chiaro, con la mano posata sul bastone di lato, pur essendo centrale e immersa in un’ampia gradazione di ombre e scuri, convoglia il nostro sguardo all’apertura di luce che si apre a sinistra, in basso e in alto. Una composizione che ricorda certe iconografie fiamminghe di Annunciazione. O ancora, la particolare apertura prospettica di El Desayuno (1984), quasi una cornice nella cornice, che suggerisce l’invito a entrare e a partecipare – in questo caso alla condivisione della Colazione – come in una Natività rinascimentale.

Nelle fotografie di oggetti, di piante (per esempio la foglia di banano, Hoja de plátano, 1992) o particolari di architetture, pur trattando elementi “naturali”, Mariana giunge fino alle soglie dell’astrattismo, come nella straordinaria Al filo del tiempo (1992).

Le sue opere saranno una fonte di notevole ispirazione per le fotografe messicane Alicia Ahumada Salaiz (1956), che lavorò a fianco di Yampolsky, Graciela Iturbide (1942) e Flor Garduño (1957), attiva presso il Segretariato dell’Educazione Pubblica proprio sotto la guida di Yampolsky.

Negli ultimi anni Teresa Matabuena Peláez e Rebeca Molroy hanno lavorato all’archivio di Mariana Yampolski presso la Universidad Iberoamericana – che conserva più di sessantamila negativi dell’artista – cominciando a rendere noti al pubblico ritratti e serie poco conosciuti o inediti (come la serie che riguarda l’Egitto) dell’artista, in bianco e nero e a colori, attraverso pubblicazioni e conferenze.

 

  1. Shifra M. Goldman, Six Women Artists of Mexico, in «Woman’s Art Journal», vol. 3, n. 2, 1982, pp. 1-9.  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

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https://fr-fr.facebook.com/pages/category/Organization/Fundacion-Cultural-Mariana-Yampolsky-139127639567386/

Mariana Yampolsky in Jewish Women’s Archive: https://jwa.org/encyclopedia/article/yampolsky-mariana
Trasmissione: El mundo indígena y la cultura popular en la fotografía de Mariana Yampolsky, TV UNAM: https://www.youtube.com/watch?v=NBb2JyW2Jbg

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Annalisa Comes

Nata a Firenze nel 1967 vive tra la Francia e l’Italia. Filologa - ha curato l’edizione critica del poeta siciliano Rinaldo d’Aquino (in Poeti della Scuola Siciliana, Mondadori, I Meridiani, Milano 2008) e collaborato all’edizione dell’opera poetica di P.P. Pasolini (I Meridiani 2003); specializzata in Giornalismo e comunicazione presso L’Università di Roma Tre, attualmente svolge attività di ricerca fra l’Università di Nancy e Verona con una tesi di dottorato sulla poesia italiana nella letteratura per l’infanzia e traduce dal francese per diverse case editrici. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste italiane e straniere occupandosi di letteratura medievale e contemporanea, di poesia e traduzione - e di arte contemporanea. Allieva di Amelia Rosselli, ha pubblicato diverse raccolte di poesia (l’ultima Il corpo eterno, con tre fotografie di Vasco Ascolini, Gazebo, Firenze 2015) e vinto diversi premi, tra i quali il Premio Internazionale Eugenio Montale, Dario Bellezza e nel 2007 il Premio Speciale Città di Roma per la poesia. Nel 2014 ha vinto una Résidence d’écrivain per la poesia di quattro mesi presso il Sémaphore de Créac’h, sull’isola di Ouessant (Associazione C.A.L.I., DRAC Bretagna, Consiglio Regionale della Bretagna).
www.annalisacomes.com

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