Marianne Golz Goldlust

Vienna 1895 - Praga 1943
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Praga, 8 ottobre 1943
Al procuratore generale del tribunale di Praga
La sentenza della corte contro Marianne Golz Goldlust è stata eseguita l’8 ottobre 1943, alle 16,44. La procedura si è svolta come segue:
1. Tra la presentazione della condannata e la sua consegna al boia: 3 secondi.
2. Tra la consegna al boia e l’esecuzione: 6 secondi.
Non si sono verificati incidenti.

È la fine tragica di Marianne Golz Goldlust, Giusta fra le Nazioni. Nel 1988 in suo ricordo è stato piantato un olivo, numero 806, nei pressi del museo di Yad Vashem sul monte del Ricordo di Gerusalemme, accanto a tanti altri alberi che ricordano, attraverso le loro radici e le loro foglie, uomini e donne che “salvando una vita hanno salvato il mondo intero”, come recita il Talmud.

Nata a Vienna il 30 gennaio 1895, da madre ceca e padre polacco, Maria Agnes Belokostolsky, donna di rara bellezza, ha una dote particolare: una voce straordinaria, che la porterà, cantante d’operetta, a esibirsi nei teatri più importanti e prestigiosi d’Europa, da Linz a Salisburgo, a Stoccarda, Vienna e Berlino. Dal padre, direttore d’orchestra, ha ereditato la passione per la musica. Uno sguardo profondo e intenso, una eleganza raffinata e un portamento fiero. Una donna amata e corteggiata da tanti uomini. La sua storia è caduta nell’oblio, fino a non molti anni fa, quando, Ronnie Golz, un artista che vive da molti anni a Berlino, le cui opere sono esposte anche al Museo ebraico di Berlino, figlio del suo ultimo marito, ha scoperto la sua storia che è diventata una delle sue ragioni di vita e di impegno politico e culturale.

Marianne Tolska, il suo nome d’arte, si trasferisce a Berlino dove incontra l’editore e giornalista ebreo Hans Golz, che sposerà, al suo terzo matrimonio, e con il quale si trasferirà nel 1934 a Praga, iniziando a collaborare come critica teatrale a importanti riviste letterarie.

Dopo l’occupazione nazista di Praga, a partire dal 1939, aiuta ebrei a fuggire, sposta oltre confine le loro risorse finanziare, aiuta il marito e l’anziana madre a lasciare il paese e trasferirsi in Inghilterra, con la promessa di lasciare anche lei presto il paese, contribuendo a costituire e rafforzare la rete internazionale di resistenza al nazismo. A seguito di una delazione, viene arrestata e detenuta nel carcere di Pankrac, a Praga, che in quel tempo si riempie di oppositori e resistenti, tra cui molte donne, operaie, impiegate, intellettuali, che come Marianne subiranno la stessa atroce sorte: la morte per ghigliottina.
Come non pensare a un’altra donna, Milena Jesenská, che negli stessi anni, a Praga, salva vite di ebrei, fino alla detenzione per ben due volte nello stesso carcere, all’internamento nel lager femminile di Ravensbrück, e infine alla morte, a 48 anni. La stessa età di Marianne.

In carcere Marianne scrive lettere, poiché la scrittura conforta, aiuta le altre donne nei giorni dolorosi della detenzione, in attesa della morte sicura, canta per loro, pettina i loro capelli, fa loro le carte, allevia le loro sofferenze in una forma delicata di resistenza esistenziale, coinvolta in tutto il suo essere. E si innamora un’ultima volta, di Richard Masa, detto Risa, un giovane comunista ceco, visto per un attimo, con il quale si scambia intense lettere d’amore e di riflessione sulle sorti dell’Europa. Sa meravigliarsi e stupirsi, scorgendo dalla finestra oltre le sbarre del carcere la primavera che giunge, scrivendo alla sorella Rosi il 28 marzo 1943:

“Come vanno le cose? Forse meno peggio di quanto immagini. Non sono ancora disperata e mi godo un poco la primavera. Scorgo le violette e qualche gemma sugli alberi, e poi il sole che splende per l’intera giornata”.

E ancora:

“Un’indicibile malinconia mi pervade, ma un giorno nuovo verrà, non è vero?”

Fili argentati e preziosi che la legano a altre donne, come l’ebrea olandese Etty Hillesum. La speranza che una nuova Europa nascerà, libera, risorgerà dalle proprie ceneri, come un’araba fenice.

L’8 ottobre la ghigliottina scende affilata sulla sua testa, e su quelle delle sue compagne di cella, donne sconosciute, ma come lei coraggiose: Marie, Jarka, Rosi, Otty, Victoria. Qualche mese dopo subirà la stessa sorta Richard Macha detto Risa, il suo amato, che dopo la morte di Marianne scriverà:
“Marianne mi ha capito esattamente come io comprendevo lei. Eravamo tutto l’uno per l’altra. (…) Per me Marianne personificava tutti gli amori passati, tutte le mie nostalgie, e i miei sentimenti si sono concentrati su di lei, e io rappresentavo la stessa cosa per lei. Ci siamo scambiati lettere quasi ogni giorno”.

Nelle ore che precedono l’esecuzione Marianne scrive un’ultima lettera all’amata sorella, che purtroppo, sposata a un gerarca nazista, l’abbandona in quel tempo doloroso e di solitudine estrema:

“Il mio viaggio al termine della notte è giunto ora all’ultima tappa. (…) Mi arrendo. Esistono altre forze, che sono più potenti di me”.

“La nemica del Reich”, così come è stata definita, finisce violentemente il suo cammino. A noi sono giunte preziose, dopo tanti anni di silenzio assordante, le sue strazianti e lucide lettere, per ricordarci storie di donne coraggiose, fragili e forti. Trasmissioni radiofoniche, spettacoli teatrali, docufilm ci parlano di lei. Ancor oggi e in tanti paesi. Della bella e coraggiosa Marianne, che muore per salvare le vite degli altri.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Marianne Golz Goldlust, Le Grand Jour. Prague 1943, Berg International, Paris 2002

Marianne Golz Goldlust, Il Grande Giorno, con una nota introduttiva di Marcella Filippa, Città Aperta Edizioni, Troina 2003

La vera storia di Marianne Golz, regia di Monica Repetto, 52’, Deriva Film 2007, con la consulenza storica di Marcella Filippa

Marcella Filippa

Vive e lavora a Torino. Storica, saggista, traduttrice, giornalista pubblicista, vincitrice di premi letterari, ha diretto mostre, realizzato sceneggiature per documentari, coordinato progetti europei, consulente di case editrici, responsabile di collane editoriali sulla storia delle donne e sul pensiero femminile europeo. Ha pubblicato numerosi libri di storia del Novecento, in particolare sul razzismo e la storia delle donne, tradotti anche all’estero, e ha curato molti volumi collettanei di storia sociale, tra cui Il cibo dell’altro. Movimenti migratori e culture alimentari nella Torino del Novecento (2003), Le vite di Carla P. La scuola, il sindacato, le donne (2017). Direttrice della Fondazione Nocentini, è stata a lungo docente all’Istituto Europeo di Design, collabora con università e istituti culturali italiani e internazionali. Tra i suoi molti libri: Mia mamma mi raccontava che da giovane andava a fare i mattoni. I fornaciai a Beinasco tra fonti orali e fonti scritte (1982), Avrei capovolto le montagne. Giorgina Levi in Bolivia. 1939-1946 (1990,2006), Dis-crimini. Profili dell’intolleranza e del razzismo (1998), La morte contesa. Cremazione e riti funebri nell’Italia fascista (2001), Donne a Torino nel Novecento. Un secolo di storie (2017), Rita Levi Montalcini. La signora delle cellule (2018), Tina Anselmi. La donna della democrazia (2019).

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