Marie Renée Chevallier Kervern

Landerneau 1902 - Brest 1987
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“Si chiama Mané!” dice il piccolo Lorenzo ai cugini che hanno osato chiamare la nonna, la sua nonna, con l’insulso nome di marraine, madrina.

Il piccolo viso agguerrito proteso in avanti, la braccia tese verso il basso, le mani chiuse a pugno, la voce decisa. Sua nonna è una pittrice e il suo nome dev’essere speciale. Mané non è una qualsiasi marraine.

Una distinta signora con i capelli grigi raccolti in un elegante chignon, una frangetta civettuola e gli occhi sorridenti sopra un naso curioso e impertinente osserva la scena e scuote la testa. “I giovani! Se potessero scalerebbero le nubi”.

A Mané i giovani sono sempre piaciuti e più invecchia, più li ama; e quel nipote metà francese e metà italiano, lo ama in modo particolare perché in lui rivede se stessa, curiosa, caparbia e sognatrice.

“Vieni Lorenzo, aiutami a sciacquare i pennelli!”.

E Lorenzo corre veloce come il vento da quella nonna che lui adora.

Mané ha finito di dipingere per oggi e al piccolo nipote tocca il fausto compito di rimettere a posto, puliti e asciugati, gli attrezzi del mestiere. E ogni tanto anche lui disegna e dipinge e la nonna guarda ammirata.

Mané si chiamava Marie-René Chevallier-Kervern ed era una pittrice.

Era nata in terra bretone Marie-Renée, nel 1902, ma la sua giovinezza la passò ad Amiens e a Parigi da cui con la famiglia si allontanò per riparare nella più sicura Brest durante la Grande guerra.

Prima di tre figli, dimostrò da subito un talento artistico spiccato per la pittura come il padre Émile Kervern che, notaio prima e direttore di banca poi, dipingeva per passione con ottimi risultati.

Per una giovane donna era vietato iscriversi alla Scuola delle Belle Arti, sicché Marie René accettò di iscriversi a Parigi ad Art Déco dapprima all’Académie Julian quindi alla Grande Chaumière e infine all’Académie Colarossi. La sua formazione artistica durò dal 1921 al 1924. Ma il destino delle donne agli inizi del secolo scorso era soprattutto quello di diventare moglie e madre, e così fu anche per Marie-Renée.

Eppure, la sua passione per la pittura la guidò.

Conobbe l’architetto Fernand-Paul Chevallier il 24 agosto 1924 a Huelgoat nei Monts d’Arrée, in Bretagna, a una festa.
Mané notò in quell’occasione un ragazzo che stava dipingendo all’aperto su un grande cavalletto un piccolo quadro.
Pensò: “Ma guarda questo che si dà tante arie a fare un quadro piccolo piccolo su un cavalletto così grande”…
Poi sbirciò quello che stava dipingendo e disse tra sé: “Però mica male quello che fa il ragazzo”.
Fernand aveva 25 anni; Mané ne aveva 22.

Sposatasi nel 1926 con Fernand si stabilì a Parigi trascorrendo le vacanze in Bretagna dove sviluppò un profondo interesse per i costumi bretoni e le usanze locali così da iniziare la produzione di ceramiche e sculture in legno su tali soggetti.

Nel 1936 il marito divenne architetto della città di Brest e Mané vi si trasferì con la famiglia che nel frattempo si era ingrandita: nel 1929 era nata Anne-Yvonne e nel 1931 Françoise.

Nonostante le figlie e la lontananza da Parigi (la città dove succedeva l’arte, il resto erano solo bagliori vaghi e inconsistenti) proseguì la sua produzione, divenne membro del Salon des artistes français e nel 1937 cominciò l’attività di pittrice che la accompagnerà per tutta la sua lunga vita andando a sommarsi nella maturità alla produzione di arazzi, quelli che lei chiamava étoffes cousues (stoffe cucite).

Amava Cezanne e la luce che lui riversa nei suoi quadri e cercò nei suoi lavori di ripetere l’incanto di quella luce evolvendo verso soggetti e composizioni sempre più evocative ed astratte.

Nel catalogo del 1970 di una sua mostra al Musée des Beaux-arts di Brest si legge: “Éclatement progressif de la figuration. Sent en elle un besoin de liberté accrue dans le geste créateur et, pour y parvenir, se livre à de nombreux essais de libération de la forme. C’est véritablement une lutte contre les limites traditionnelles de l’objet1.

“Ogni mattina” dice il nipote “mia nonna si alzava, preparava per il pranzo e poi si chiudeva di sopra nel suo atelier a lavorare. Lavorava tutti i giorni per molte ore al giorno a dipingere, disegnare e, in seguito, a cucire le sue étoffes cousues”.

Marie-Renée intrattenne rapporti di amicizia e scambi epistolari con parecchi intellettuali dell’epoca: Madame Sérusier, moglie del pittore nabi Paul Sérusier, amico di Gauguin; André Chevrillon, professore al Collège de France e specialista di grafica; Gaston Chabal, architetto dei Monuments historiques e presidente dell’Association des Amis des Arts; Jean Lachaud, conservatore del museo; Émile Compard e il giovane pittore Jean Deyrolle; i pittori di Brest Charlés Lautrou e Jo Tanguy, Charles Estienne, Maurice Denis pittore simbolista, Max Jacob pittore e poeta. Ed è proprio di Max Jacob una delle più azzeccate definizioni della vita e dell’arte di Mané. Nel dedicarle una copia della sua raccolta di poesie Rivage il poeta scrisse:

À madame Cheva[l]lier Kervern, dont la tête est au ciel et les pieds sur la terre ferme.
Souvenir inoubliable de belle peinture et des beaux jours.
Respectueusement
Max Jacob

Mané lascia un’opera immensa, opera di una vita dedicata all’arte, conservata in parte in vari musei francesi in parte in collezioni private, accanto ad altri artisti della sua generazione (Bazaine, Manessier, Bissière). Conosciuta da pochi, poco riconosciuta, quest’opera lascia una traccia importante nella storia dell’astrattismo del Novecento. Ancora oggi aspetta di essere scoperta e pienamente apprezzata e valutata.
Pittura e vita per Marie-Renée furono fortemente intrecciate tra loro. Alla domanda che suo nipote, Lorenzo, gli pose a bruciapelo, “Mané, perché fai arte?”, rispose “per graffiare la terra”.

Una vita per la sua arte, la sua arte come modo di vita.
Nel 1980, a 78 anni (morirà nel 1987), Marie-Renée scrisse la poesia Mea culpa rivelando di conoscere il prezzo che vita e arte richiedono all’artista ma non rimpiangendo nulla di quello che le era stato dato di vivere:

 

MEA CULPA

 

j’ai voulu griffer la terre

et les ombres du passé

m’ont retrouvée en solitaire

avec les ongles ensanglantés.

 

j’ai voulu attraper la lune

et les étoiles m’ont brûlée

et j’ai pleuré sur chacune

de mes amours méprisées.

 

Et c’est ainsi que finit la route

dans ces regrets, ces pleurs d’antan

mais demain, il n’est aucun doute,

les enfants recommenceront.

 

et vive leur ardente jeunesse

qui tentera de monter aux nues.

il ne faut jamais que cesse.

la grimpée folle vers l’absolu.2

  1. Esplosione progressiva della figurazione. Sente in sé stessa il bisogno di una maggiore libertà nel gesto creativo e, per ottenere ciò, si impegna in numerosi tentativi di liberazione della forma. È davvero una lotta contro i limiti tradizionali dell’oggetto.  ^
  2. Ho voluto graffiare la terra/e le ombre del passato/mi hanno trovato sola
    /con le unghie insanguinate./Ho voluto afferrare la luna/e le stelle mi hanno bruciata/e io ho pianto su ognuno/dei miei amori disprezzati./Ed è così che termina la strada/nei rimpianti, nelle lacrime di un tempo/ma domani, non c’è alcun dubbio,/i figli ricominceranno/e viva la loro ardente giovinezza/che tenterà di scalare il cielo./che non cessi mai/la folle arrampicata verso l’assoluto.  ^

Manuela Filomena Ottaviani

Scrittrice, autrice di più romanzi, tra cui: L'Ultima Pizia (Manni, 2020), Massimino (Manni, 2019), Achille Ricci (LED, 2019) Maria Maddalena (DAE, 2017), Arianna (DAE, 2016). Laureata in filosofia antica con due master in comunicazione e educazione alla teatralità, conduce laboratori teatrali e di scrittura creativa di preferenza nelle scuole o in contesti sociali e comunitari. Madre di tre figli è da sempre intensamente interessata ai diritti delle minoranze (in quanto mancina ne fa naturalmente parte) che siano genetiche, sociali, etniche, di genere o altro. Da qui il suo interesse per la riscoperta delle figure femminili in ambito culturale. Vive a Milano.

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