Mary Frances Kennedy

detta MFK Fisher

Albion (Michigan) 1908 - Glen Ellen (California) 1992
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«Non sono debole, delicata, ma sono fragile, così come l’acciaio è fragile» scriverà l’ottantenne Mary Frances.
Ma per tutti lei era MFK Fisher, «la nostra poetessa degli appetiti», per John Updike, «la miglior prosatrice d’America» come scrive W.H. Auden. Colei che, secondo i critici, «scrive di cibo così come altri scrivono d’amore, solo decisamente meglio».
Mary Frances Kennedy, cresce in una grande famiglia numerosa a Whittier, California. Il padre Rex è il direttore del quotidiano locale, ed è proprio al giornale che Mary impara ad amare la scrittura «temperando bene le matite e mettendo bene la punteggiatura». L’amore per la cucina viene invece da un’amica di famiglia, “zia” Gwen che insegna alla piccola Mary che «l’arte del vivere e l’arte del mangiare dovrebbero essere sinonimi». Nel 1929, un mese prima di compiere 21 anni, Mary sposa un suo compagno di università, Alfred Young Fisher, che ha appena vinto una borsa di studio per studiare letteratura a Digione. Mary decide di seguirlo in Francia, e scoprirà le gioie della cucina e della cultura francese, che riporterà nelle lunghe lettere che scrive a casa, alla madre e alle sorelle: «è una religione e un’arte questo cibo francese. E io sono già un’ardente seguace di questa fede». La coppia ritorna in California, a Pasadina, nel 1932. Di fianco a loro vive un pittore, Dillwin “Timmy” Parrish, con la moglie. Mary e Timmy iniziano una lunga relazione che li porta, nel 1936 a sposarsi e ad andare a vivere in Svizzera, vicino a Velay.
È il periodo più bello della sua vita, hanno una grande casa che loro ristrutturano insieme, abbattendo per prima cosa il muro che divide la cucina dalla sala: conversazioni, profumi, risate e rumori devono scorrere liberamente. Nel 1939 Timmy è colpito da un embolo: i medici gli amputano una gamba, ma è solo l’inizio di una lenta agonia. Ha una malattia circolatoria rarissima e incurabile, la sindrome di Bürgen: inizia un calvario di amputazioni e dolori lancinanti. Per distrarlo lei inizierà a scrivere il libro che le darà la popolarità, Consider the Oyster. E il suo stile rimarrà sempre quello di un’affettuosa conversazione, spigliata, ironica, saggia ma mai saccente, diretta a qualcuno che ama, infarcita di notazioni, di interiezioni, di lievi e ironiche critiche rivolte anche a se stessa. Mary scrive come cucina, conosce bene gli ingredienti e ha compreso appieno la ricetta, bisogna solo aspettare l’istante giusto per iniziare ed ecco allora la scrittura giunge fluida, senza sforzi, nata dalla padronanza degli strumenti così come da una pratica assidua e costante: «scrivo come parlo, ma ho necessita di scrivere per, e a, qualcuno che amo».
Mary e Timmy tornano in California, cercano disperatamente una cura: nel 1940, dopo averne discusso a lungo con lei, Timmy si sparerà alla tempia. Qualche mese dopo anche il fratello di Mary, David, si uccide. «Parte di me non è sopravvissuta a quelle morti», scriverà anni dopo, «ma si deve andare avanti, sai. Uno non può morire solo di dolore. Perché non muori. Allora tanto vale mangiare bene, avere un bel bicchiere di vino, un buon pomodoro.»
Nonostante la depressione che costantemente la minaccia, è la vita stessa a richiamarla grazie uno dei suoi bisogni fondamentali, il bisogno di cibo, unito a un bisogno personale, la scrittura. Anni dopo dirà al suo psichiatra che scrivere è, per lei, un modo di fare l’amore, e da questo forse deriva la sensualità della sua prosa, con una sua musicalità intima e avvolgente, che cattura il lettore facendogli desiderare non solo di poter assaggiare quei piatti, ma di poter udire gli stessi suoni, le stesse conversazioni, catturare gli stessi istanti dell’“Arte del mangiare”.
Nel 1943 Mary lavora a Hollywood come sceneggiatrice. Un anno dopo si licenzia. È incinta e torna a casa dove nascerà, in segreto, sua figlia Anne Kennedy. Presentata a tutti come sua figlia adottiva, Mary non dirà mai a nessuno il nome del padre della bambina. Più di cinquant’anni dopo, sul letto di morte, all’ennesima richiesta di Anne, Mary girerà la testa dall’altra parte, chiusa in un ostinato silenzio.
Finita la guerra Mary si trasferisce a New York con la figlia e accetta la corte del suo nuovo editore Donald Friede. In due settimane lo sposa. Nasce un’altra bambina, Kennedy, ma il matrimonio, «sciocco ma allegro», dura poco. La sua vita sentimentale, così come quella lavorativa, è un tornado. Viaggia costantemente fra gli Stati Uniti e l’Europa, soprattutto la Francia del sud, è sempre sull’orlo della bancarotta nonostante scriva e pubblichi tantissimo, non solo libri di gastronomia ma anche saggi, articoli, memoirs e traduzioni. Ha alcune relazioni, anche con donne, ma è perennemente insoddisfatta. «Voglio essere buona, ma voglio anche i bambini e l’amore e lo stress e il panico e alla fine sono troppo stanca per scrivere con l’ascesi monacale e la concentrazione che richiede. Se vivessi fino a 50 anni… ah, questa è la mia canzone … se vivessi fino a 50 anni saprei come scrivere un buon libro».
Decade dopo decade, Mary continua a far rivivere sulla carta le serate con la famiglia e gli amici, idealizzandole, arricchendole, mitizzandole. «Non scrivo autobiografie. Devo però scrivere di ciò che conosco. Non posso scrivere opere di immaginazione perché non sono abbastanza brava». Ma i sapori e le conversazioni scorrono fluide come la sua prosa. Ogni aneddoto dà vita a riflessioni diverse sulla vita, sull’amore, sulla morte e il mezzo con cui parlare di tutto è il cibo. MFK Fisher è considerata la regina del food writing. Ma nei suoi libri non parla solo di un piatto o di una ricetta, parla di incontri, atmosfere, ricordi e curiosità letterarie e antropologiche. Parla di cibo nella maniera più ricca e completa: del suo significato psicologico, sociale e culturale. Le ricette, se vi sono, sono date qua e là, come fossero brevi appunti scivolati via dal vero discorso, che ruota intorno a due concetti fondamentali: mancanza (missing) e appetito (hunger). «La mancanza è in parte fisica ma per lo più è una condizione interiore. Deve essere accettata come parte di ogni esistenza. È una forza. E io spero che più forte è la persona che sente la mancanza di qualcuno o di qualcosa, più impetuosa è questa forza». E a chi le chiedesse perché scrivesse di cibo e non di più nobili argomenti lei risponde, nella prefazione di The Gastronomical Me: «Come la maggior parte delle persone, io sono affamata. Mi sembra che i nostri tre bisogni primari, cibo, sicurezza e amore, sono così intrecciati e legati tra di loro che non possiamo pensare solamente a uno di essi senza gli altri due. E così accade che quando scrivo di appetiti, io stia realmente scrivendo di amore e della fame di amore, e di calore e del piacere del calore e del nostro bisogno di calore… e allora del calore, della ricchezza, e della stupenda realtà dell’appetito saziato… e tutto ciò è uno.»
Negli anni la sua fama cresce così tanto, nel mondo letterario e non solo, che lei si trova, insieme all’amica Julia Child, al centro di un vero e proprio culto di devoti della buona scrittura, della buona tavola o di entrambe, che non finirà neanche alla sua morte, nel 1992, a ottantaquattro anni.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

MFK Fisher, The Art of Eating, Wiley, New Hampshire, 2004 (contiene: Serve it Forth, 1937; Consider the oyster, 1941; How to Cook a Wolf, 1942; The Gastronomical Me, 1943; An Alphabet for Gourmets, 1949)

MFK Fisher, MFK Fisher, a Life in Letters, edited by N. K. Barr, M. Moran and P. Moran, Counterpont, Washington DC, 1997

Susan Derwin, Poetics in MFK Fisher, «Style», fall 2003

Cristina De Stefano, Americane avventurose, Milano, Adelphi, 2007

Sito a lei dedicato, con elenco delle opera, breve biografia e testimonianze

Cristina Carnelli

Sin da piccola appassionata di libri e di arte, trova che il migliore modo di aprire la propria mente sia leggere, di tutto, ed essere eclettici: per questo dopo una laurea triennale in storia dell’arte all’Università degli studi di Milano si laurea in editoria, nella stessa università, con una tesi sulla storia e l’attività della casa editrice La Tartaruga, fondata da Laura Lepetit. A parte la studentessa e la divoratrice di libri, per ora ha fatto ancora poco, se non inondare le amiche di aneddoti e consigli di lettura. Ma la buona volontà c’è, e poco a poco costruirà un cammino che le stia a pennello.

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