Mathilde Sallier de La Tour (Mathilde Ruinard dei marchesi di Brimont)

1838 - 1911
Download PDF

La contessa de La Tour, nata contessa di Brimont a Parigi in faubourg st.Honoré, apparteneva alla più fine aristocrazia di quella gran metropoli, giovane ancora, formosa, aveva un personale distinto. Dotata di non comune talento essa parlava più lingue, dipingeva con maestria e conosceva a perfezione la musica. Il suo sangue freddo e il suo coraggio potevano rivaleggiare con chicchessia che non fosse del suo sesso, dirò di più, che in varie circostanze addimostrò di aver maggior coraggio del sesso forte”.

Così la dipinge nei suoi diari Pietro Savio (1838-1904), un giovane alessandrino che si era recato in Giappone proprio nel momento in cui, stipulato il Trattato di Amicizia e Commercio (1866), si stavano aprendo le rappresentanze italiane nel Paese, Consolato e Legazione, nelle quali prestò servizio quasi due anni. Grazie ai suoi incarichi Savio prese confidenza sia con il Ministro plenipotenziario e Inviato straordinario, Vittorio Sallier dei conti de La Tour (1827-1894), che con sua moglie, Mathilde Ruinard dei marchesi di Brimont.
E parlando sempre del coraggio di questa giovane donna ben poco conformista, aggiunge:

Ma la contessa de La Tour, dama intrepida e famosa cavallerizza e piena di vitalità giovanile poco si curava di pericoli che potevansi incontrare sul Tokaido e preferiva anzi quella strada mal sicura per le sue quotidiane escursioni a cavallo che io sempre accompagnava. Il Ministro mi ordinava è vero di astenermi di recarmi in quei paraggi ma in sella che eravamo doveva seguire la contessa … Dalla legazione in 25 minuti di buon trotto si arrivava sul Tokaido. Io seguivo a lato la contessa fin dove avevo pulita la coscienza, ma giungendo sul terreno vietatomi tratteneva il mio destriero e ripeteva le raccomandazioni ricevute. Essa allora mi faceva vedere il suo revolver dorato con impugnatura d’avorio nel fodero destro della sella e mi chiedeva se avessi il mio. Alla mia risposta affermativa si metteva al galoppo e bisognava rassegnarsi a seguirla … il passo c’era aperto, forse a malincuore dagli assembramenti che si incontravano e che ci guardavano con occhio poco benigno, per l’intrepidità medica e risolutezza dell’amazone la cui presenza si imponeva”.

La stessa Mathilde riconosce la propria diversità dall’ambiente in cui era cresciuta con poche, significative parole, raccontando il piacere delle esperienze nella natura durante il soggiorno giapponese:

Se qualcuno fosse venuto a ricordarmi che ero nata a rue du Bac e che ero cresciuta nel faubourg st.Germain avrei risposto in buona fede: “Vi sbagliate io non ho mai avuto in comune nulla con gente di quel tipo”. E non avrei mentito perché quando faccio il cattivo sogno di pensarci io mi considero come una rondine schiava per fatalità in una gabbia per canarini che traversando le nuvole ad ali spiegate rabbrividisce al ricordo della sua prigione”.

In una società fortemente conservatrice si distingue anche per una religiosità, che troviamo riaffermata nel corso della vita, molto ‘laica’ tanto da farla soprannominare “madame francmaçon” da parte del marito. Scriverà più tardi:

Il mio destino è stato di fare con semplicità cose molto semplici, ma esse non sono fra le abitudini del mio ambiente perciò sono state subito criticate. Sono stata tacciata di originalità e questa parola tremenda ha costruito un muro di diffidenza fra me e gli altri. Ne ho sofferto ma so che sarà così sino alla mia morte”.

Del suo soggiorno giapponese rimangono vari diari, un blocco di schizzi, una foto di gruppo di ritorno da una missione ufficiale all’interno del paese, un nishiki-e, ovvero un rotolo policromo a stampa, di autore sconosciuto che immortala l’arrivo di quella missione nella cittadina di Maebashi.
La Sallier è probabilmente ritratta anche da un artista ben noto, Ando Hiroshige III (1843-1894), in una stampa del 1870 dove una signora bionda a cavallo passa davanti a un edificio occidentale: la pettinatura sembra esser la stessa di uno schizzo fatto dalla Sallier come autoritratto anche se in una lettera precisa di non possedere una giacca rossa, che compare anche nel nishiki-e citato sopra.

A Tokyo, la città di Edo appena divenuta con quel nome capitale del Giappone che si apre all’Occidente, nasce sua figlia Giovanna Maria Francesca Mathilde (1868-1887), sempre indicata prima come baby e poi come Jeanne, che purtroppo verrà precocemente meno a Roma per tifo. Se ne accenna appena in quei diari ma la ricorda con due flash struggenti nel diario di viaggio in Sicilia, 1892, quando in visita a una conoscente, la marchesa di San Giuliano già a Torino come dama di compagnia della regina, ne incontra la figlia:

Sua figlia è molto gentile. Ha l’età di Jeanne … almeno l’ultima età che ella ha avuto: 18 anni”.

E poi ancora il mare, con le sue onde e con le navi, e l’Etna, l’imponente mole del vulcano simile al Fuji, portano il ricordo di Yokohama, dove aveva sede la Legazione, e insieme di quei tempi felici in cui fluttua l’immagine della figlia:

Mi chiedo se rimpiango il passato. NO, mille volte no. Ero felice allora, una breve felicità durata lo spazio di tre anni, ma non vorrei ricominciare. No, neppure se potessi ritrovare laggiù, fra le camelie e le dafne in fiore, la mia piccola, deliziosa figlia che fra tutti quei fiori era il più fresco e ridente”.

In questo viaggio la sua maggiore occupazione è la pittura – tanto che il titolo dello scritto è “Viaggio in Sicilia o una vecchia signora apprendista pittore” (nel 1896 ha 58 anni):

“Domenica 8 marzo. Catania. Stamane, messa alle 8, poi salita sul terrazzo del palazzo di cui l’albergo occupa due piani. C’è una vista completa dell’Etna e vi ho fatto un piccolo schizzo; .. Mercoledì 11 marzo. Siracusa. E tre! Voglio dire, il mio terzo saggio pittorico; .. Sabato 14 marzo. Siracusa. Di buon mattino sono partita per le Latomie dei cappuccini con la mia scatola dei colori, mia coperta e il mio pranzo; .. Venerdì 20 marzo. Girgenti. Stamattina, alla mia finestra. Ho iniziato un saggio di pittura; .. Lunedì 6 aprile. Palermo. Alla fine le feste sono passate [ha descritto tanti riti pasquali] e al mattino posso dipingere l’interno della Cappella Palatina. Lavoro durante la funzione dei canonici e la messa. Sono ore deliziose e davvero pie; non avrò che tre giorni per realizzare questo studio perché devo lasciare Palermo giovedì. Ahimé! sono agli ultimi giorni del mio giro; .. Martedì 7 aprile. Palermo. Il mio povero piccolo studio della Cappella Palatina è terminato, che io lo voglia o meno”.

Un impegno continuo negli anni, quello della pittura: aveva seguito dei corsi in Svezia alla Academy of Fine Arts e poi all’Accademica Albertina di Torino, dipingerà sino ai suoi ultimi giorni, senza una soddisfazione completa, anche per riempire le ore che prima dedicava al pianoforte, piacere poi impeditole da un incidente alla mano. Del suo valore come interprete di musica abbiamo la testimonianza di un conoscente francese, il diplomatico conte Alixis de Gabriac, che nel diario di un viaggio in oriente riferisce di un concerto di beneficenza in cui la padrona di casa, madame Sallier de La Tour, “ha suonato a meraviglia”.

La pittura però non solo la realizza sulle tele ma forse con maggior efficacia e poesia anche nelle descrizioni del diario:

Ecco il teatro greco. Io arrivo dalla galleria superiore. Ai nostri piedi si distinguono ancora gli antichi gradini scavati nella roccia, tornata al suo stato naturale, tra i quali nascono erbe di ogni tipo e gli asfodeli, dal nome così affascinante. Giù in basso, sulla scena, colonne cadute, spezzate, altre ancora erette, sezioni di muro in rovina e oltre tutto questo, il mare blu, la campagna luminosa, molto luminosa e rosata, al di sopra della quale domina l’Etna coperto di neve”.

Del suo poco piacere alle frequentazioni mondane scrive parlando della domenica passata a Catania in visita alla San Giuliano:

La lunga serata ebbe tuttavia termine! Una volta passata per il decimo salone, la decima stanza, lo studio, la biblioteca, numerose anticamere, non penserete con facilità che ne ebbi un certo sollievo?”. E il giorno dopo, un nuovo incontro che commenta: “ancora frasi fatte sulla felicità di avermi rivista, e ancora l’attraversamento dei dieci saloni, le dieci anticamere … Io mi dicevo: l’hai voluto tu, è giusto che paghi caro il peccato di una visita mondana. Mi ha spinto il mio patriottismo, che mi valga come scusante”.

L’interesse alla politica è un’altra sua caratteristica. In diverse occasioni commenta le scelte del governo, si infiamma per gli errori, è tutt’altro che una spettatrice assente o incompetente sin dai tempi di Tokyo, dove condivise con il marito Ministro tante attività istituzionali e ne sostenne l’atteggiamento di indipendenza nei confronti di altre potenze come Francia e Inghilterra. Scrive ad esempio, quando si cerca di far desistere il Ministro d’Italia dal progetto di visita alle regioni interne di produzione della seta, cui Mathilde partecipa, prima ostacolato e poi copiato dai colleghi diplomatici:

“.. chi conosce Victor sa che lui riconosce gli interessi del suo paese, non si ferma davanti a nulla, e non era la prima volta che dava in Giappone esempi di fermezza. Questi signori sono stati molto contrariati dalla pretesa della Missione italiana di essere stata la “prima”. Ne sono rimasti feriti, pensavano che di diritto loro dovevano essere i primi, in quei luoghi come altrove!”.

Tanti anni dopo: “Il Re e Crispi vogliono una vittoria a qualsiasi prezzo, come i bambini vogliono la luna. Per il Re significa l’onore del paese, per Crispi esistere o non esistere. … Non solo una battaglia ma una disfatta, un disastro e per colpa d’un uomo! Questo miserabile Barattieri, fanfarone, che da voce alla massoneria e diceva: “Datemi mille uomini e prenderò Menelik per le orecchie e lo porterò a Roma”… Ma anche coloro che mettono le sorti della patria in simili mani! Ah, che sera dolorosa!”.

Della sua attività di pittrice sappiamo che partecipò alla IV Esposizione nazionale di belle arti di Torino, 1880, con quattro dipinti sotto il nome di Paul Mahot, un altro allievo del suo stesso professore di pittura all’Accademia Albertina, e che ancora oggi si trovano in rete suoi dipinti in vendita. Tra di essi anche un ritratto della regina Margherita che a Roma ebbe modo di frequentare e con la quale era in termini amichevoli. Il giudizio dell’architetto, artista e scrittore finlandese Johan Jacob Ahrenberg (1847-1914), della cui moglie e di lui fu grande amica durante il soggiorno svedese e in seguito, non è del tutto positivo ma la loda comunque per la pluralità di doti: multilinguismo disinvolto (francese, italiano, tedesco e svedese), eleganza di modi, sensibilità artistica, capacità di coinvolgere nel suo ‘petit salon bleu’ i personaggi più significativi del mondo soprattutto culturale, ciò che avvenne poi anche a Roma. Qui infatti ebbe frequentazioni con Liszt, Wagner, Sgambati, la crema del mondo musicale, ma anche con tutta la società di corte e diplomatica.

Fra gli intellettuali suoi corrispondenti v’era anche Emilio Cornalia (1824-1882), già Direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, cui ebbe modo di inviare campioni di materiali e di piante che andava raccogliendo in quel paese lontano. Rimangono sue lettere a lui indirizzate nelle quali si parla di questo: forse fu sollecitata in tal senso dal Console, Cristoforo Robecchi (1821-1892), di cui Savio narra che durante le passeggiate insieme “andava erborizzando” e che risulta aver inviato al Museo addirittura un raro esemplare di animale esotico.

Si era sposata il 9 febbraio 1867 con Vittorio Sallier de La Tour, di cui si era invaghita al primo incontro: l’aveva conosciuto a Parigi nel 1856 in occasione del matrimonio del di lui fratello Carlo con la propria sorella Marta. La richiesta della sua mano fu a lungo osteggiata dalla famiglia perché Vittorio, pur avendo un incarico prestigioso come rappresentante italiano all’estero, era noto per le sue perdite al gioco, fatto che ripetendosi sarà uno dei principali motivi del deteriorarsi dell’unione.
Probabilmente anche per questo la ricca collezione di oggetti giapponesi riportata dalla missione venne posta in vendita nel 1888 dalla casa d’aste Sanbon, che aveva sedi a Napoli, Milano, Firenze e Roma. Gli oggetti erano in gran parte lacche, ma c’erano anche bronzi, porcellane e tessuti: gli amici in Svezia ricordano i suoi abiti di seta a decoro giapponese.

Un altro motivo di allontanamento fu la conoscenza fatta in Svezia nel 1872, durante il mandato del marito successivo al Giappone, di Arthur de Gobineau (1815-1882), diplomatico ma anche scrittore brillante e gran conversatore, che divenne suo partner intellettuale conducendola nel mondo della cultura cui suo marito era insensibile, e artista egli stesso come scultore. Nel 1876 ritorna a Roma con la figlia dando inizio a una separazione, soltanto di fatto e non definitiva: al rientro in Italia Sallier sarà accolto in famiglia, dove verrà meno dodici anni dopo de Gobineau e sette dopo la figlia. Quando morirà lo scrittore lascerà a Mathilde e non alla propria famiglia le carte e i diritti intellettuali delle sue opere e sarà lei ad ottenere dall’Università di Strasburgo la costituzione di un fondo che ne conservasse i documenti.

L’amicizia con de Gobineau fu variamente criticata, coincidendo con la sua decisione di tornarsene a Roma lontana dal marito, ma secondo la moglie di Ahrenberg, Fredrika Wodolfa Carolina von Engeström: “A mio avviso, io che ho lavorato, viaggiato e vissuto con lei posso dire meglio di qualunque altra donna a Stoccolma che non c’era traccia di qualcosa di improprio”, giudizio che il marito conferma, pur sostenendo che non crede nell’amicizia tra uomo e donna, dichiarando nel contempo che una donna in società non può fare a meno di civettare, anche se poi è costretta a ‘grandi ritirate’.
Ritirata che non fu l’unica: attraverso de Gobineau ebbe modo di conoscere a Roma nel 1877 l’imperatore del Brasile Pedro II (1825-1891) con cui mantenne uno scambio epistolare, molto esplicito da parte di lui:
Cara amica, … se voi non pensate a cosa possa essere la passione, non potete comprendere quanto io soffra lontano da voi. In ogni caso sappiate che vi amo con passione, che il mio cuore è profondamente legato a voi, ed in voi ho piena fiducia: dovete essere certa che mai ho provato per nessuno ciò che provo per voi” (Persepoli, 31 marzo 1884).
In famiglia rimane notizia che la sorella Marthe fosse considerata la bellezza, mentre Mathilde era l’intelligenza: l’amica Fredrika Wodolfa spiega come il suo fascino non fosse minore, seppure diverso. “Non era mai stata ciò che si dice una bella donna, ma il suo viso brillava di intelligenza, vivacità spirituale e bontà. Aveva grazia, eleganza nei gesti, capacità di relazionarsi che attraeva chiunque ne venisse in contatto”.

Una volta perso il marito e rimasta definitivamente sola, viaggia in Sicilia, a Mosca, e continua il suo andirivieni al castello di Chaméane, giuntole in eredità dalla madre, dove ospitava i tanti amici che frequentava, intellettuali soprattutto. I suoi numerosi scritti, in francese, sono soprattutto diari di viaggio, in particolare del soggiorno giapponese, ma anche diversi racconti. I suoi diari giapponesi sono una rarità, sia come memorie di italiani che di donne in Giappone all’epoca: il più famoso diario del genere è infatti opera della viaggiatrice Isabella Bird (1831-1904) che fu in Giappone soltanto un decennio più tardi, negli anni 1878-79: Unbeaten Tracks in Japan (1880) mentre come moglie di diplomatico ci sono le memorie di Mary Crawford Fraser, in Giappone dal 1889 al 1894: A Diplomat’s Wife in Japan: Sketches at the Turn of the Century (1899). Interessante notare che anche lei, come Mathilde, aveva avuto modo di frequentare un mondo cosmopolita, nata a Roma seppur americana e con il padre scultore: entrambe mostrano una capacità di lettura della società giapponese che le distingue.

Su Mathilde non sapremmo tutto ciò se non fosse soprattutto per l’amore con cui il conte Vittorio Sallier de La Tour, discendente della sorella Marthe, e il conte Vittorio Della Croce di Dojola, suo cugino, hanno l’uno conservato con amorevole cura e l’altro letto e ricopiato i documenti dell’archivio di famiglia. Mio grande cruccio è che entrambi non siano arrivati a vedere la mostra nella quale il materiale è stato esposto e il suo catalogo Seta.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Mathilde Sallier de La Tour, Voyage en Egypte et au Japon; Yokohama; Les dernières années du comte de Gobineau; manoscritti inediti, salvo nel tempo quanto sotto.

Matilde de La Tour, En Sicile, a cura di Vittorio Della Croce, pp. 93-140, Bollettino del C.I.R.V.I, n. 53, 2006

Giulio Antonio Bertelli (a cura di), The Travel Journals of Mathilde, Contessa Sallier de La Tour, into the interior of Japan, 1867-1870, Tokyo, Routledge, 2021

Jacob Ahrenburg, Människor jag känt, Helsingfors, Söderström, 1914

Conte Alixis de Gabriac, Course humoristique autour du monde. Inde, Chine, Japon. Parigi, Michel Levy, 1872

Zivojin Zivojnovic, Arthur de Gobineau  (Tesi di dottorato), Università di Strasburgo, 1979

Teresa Ciapparoni La Rocca, “I diari giapponesi di M.me Sallier de La Tour”, Atti del XXV Convegno di Studi Giapponesi (AISTUGIA) 2001, Venezia, Cartografica Veneziana, 2002

María Pilar Araguás Biescas, “Objetos orientales en la colección romanda del conde Vittorio Sallier de La Tour (1888), in Anijara Gómez Aragón (cura), Japón y Occidente. El patrimonio cultural como punto de encuentro, Secilla, Aconcaagula Libros, 2016

Giulio Antonio Bertelli, “Eleganza e coraggio. La contessa Mathilde Sallier de La Tour in viaggio nell’interno del Giappone (1869)”, in Raos Andrea (cura), L’italiano e la creatività: marchi e costume, moda e design, Tokyo, Istituto Italiano di Cultura, 2017

Teresa Ciapparoni La Rocca, “Two diaries from Yokohama: A Note”, in Kollektivnaya monografiya-Yaponia: 150 let revolyuzij Meidzi, SPbSU Monograph Series, “Issues of Japonologoy, n.7”, Sankt Peterburg, 2018

Teresa Ciapparoni La Rocca, “La prima comunità italiana in Giappone”, in Seta: il filo d’oro che unì il Piemonte al Giappone, catalogo della Mostra, Racconigi (Cuneo), 14 settembre/20 novembre 2018, Milano, Silvana Editoriale, 2018

 

 

[social_share]

Teresa Ciapparoni

Già docente di lingua, letteratura e cultura del Giappone presso il Dipartimento di Studi Orientali, Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza Università di Roma. Fra le ultime attività il convegno (DSO, Roma 2015) e il libro sulla missione giapponese del 1613 in Europa; una mostra (MAO, Torino 2017) e un catalogo sugli Italiani in Giappone a fine Ottocento; un volume su Mishima Yukio (2020), ma autore di elezione Akutagawa Ryūnosuke (1892-1927). Nel 2013 è stata insignita dell’Ordine del Sol Levante.

Leggi tutte le voci scritte da Teresa Ciapparoni