Mercedes de Merlin

L'Avana (Cuba) 1789 - Castello di Dissais 1852
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Nella prima metà dell’Ottocento era famosa a Parigi – per la sua bellezza, la sua voce straordinaria, il suo salotto e i suoi libri – come “La comtesse de Merlin”. Ma il suo vero nome era Maria de la Merced Santa Cruz Jaruco y Montalvo, Marcedes per i familiari e gli amici. Era nata all’Avana, sull’isola di Cuba, il 5 febbraio 1789.
Cuba in quegli anni era colonia spagnola. La famiglia paterna di Mercedes, di antichissima nobiltà castigliana, possedeva estese piantagioni di canna da zucchero coltivate da schiavi, e i suoi parenti ricoprivano importanti cariche amministrative sia a Cuba che a Madrid.
Sua madre, la bellissima Maria Teresa Montalvo y O’ Farril, aveva dodici anni quando nel 1788 aveva sposato il ricchissimo quindicenne don Joaquin, terzo conte di Santa Cruz y Jaruco. La nascita della primogenita, scrisse più tardi Mercedes, «li colmò di gioia e oserei dire di sorpresa, specie mia madre che aveva appena smesso di giocare con le bambole. Non provarono quindi alcuna contrarietà quando seppero che ero una femmina: se fossi nata a due genitori meno giovani i pregiudizi del mondo avrebbero fatto desiderare loro un maschio, e l’esperienza della vita li avrebbe fatti temere per la felicità della figlia.» Ma il gioco delle bambole finì prestissimo. La neonata aveva solo pochi giorni quando una lettera dell’unico parente rimasto a don Jaquin, che si trovava in punto di morte in Italia, costrinse i giovanissimi genitori a partire, affidando la neonata alla bisnonna materna. La loro assenza doveva durare non più di sei mesi.
Le cose però andarono diversamente. Don Joaquin e doña Teresa si stabilirono a Madrid e laggiù nacquero loro altri due figli. Per otto anni nessuno dei genitori fece ritorno a Cuba. A loro discolpa possiamo dire che sapevano Mercedes in buone mani. La bisnonna, ‘Mamita’, era una donna straordinaria, bella, colta, elegante, che adorava la nipotina e la lasciò crescere in totale libertà. «Vivevo circondata da affetto e dalle più amorevoli cure e per tutti coloro che mi attorniavano la lontananza dei miei genitori era un ulteriore motivo per prendersi cura di me: tutta la famiglia aveva il diritto di viziarmi e nessuno il permesso di trattarmi con severità…»
Mercedes aveva otto anni quando il padre finalmente tornò a Cuba con un alto incarico militare. La moglie aveva preferite restare con i due figli a Madrid.La bambina lasciò la bisnonna e si stabilì in casa del padre, dove partecipò alla vita mondana dell’élite habanera, una serie ininterrotta di feste, balli e ricevimenti, ma dove entrò anche in contatto col mondo crudele della schiavitù. Nonostante don Joaquin fosse un padrone relativamente indulgente, Mercedes scriverà: R«icordo quanto avessi in orrore la schiavitù e, cosa che apparirà sorprendente, quanto a otto anni sentissi già che la distanza immensa tra il padrone e lo schiavo non era naturale; che c’era qualcosa di violento, di forzato, di mostruoso in quel dominio. Tali sentimenti erano tanto più intensi in quanto, sulla scorta della mia educazione, avevo sempre considerato la costrizione come la peggiore sventura.(…) La visione di quei poveretti, costretti a un’esistenza di continua sottomissione ha suscitato in me, per il resto della mia vita, una tenace avversione a costringere la volontà altrui, anche nelle cose di poco conto. Da allora ho sempre pensato che l’uso della libera volontà sia fra tutti i beni il più prezioso e che la costrizione li guasti tutti: posso dire di essere altrettanto gelosa dell’indipendenza altrui quanto lo sono della mia.»
In quegli anni tra gli ospiti che frequentavano la casa dei conti Santa Cruz y Jaruco c’era un viaggiatore tedesco, il naturalista Alexander Von Humbolt, che tornato in patria pubblicherà un Saggio politico sull’isola di Cuba, criticando la schiavitù e dimostrando che non solo era inumana, ma anche antieconomica. (E si attirerà in questo modo l’odio indignato delle ricche famiglie cubane che lo avevano ospitato con tanto entusiasmo e che si sentivano tradite. Ma forse la piccola Mercedes ne aveva subito l’influenza). Un altro illustre ospite era l’esiliato duca di Orleans, che vent’anni più tardi diventerà re di Francia col nome di Luigi Filippo.
Dopo qualche mese don Joaquin si preparò a fare ritorno a Madrid. «Il suo affetto per me gli faceva desiderare di condurmi con sé, per raggiungere mia madre.» scrive Mercedes «Mio padre però aveva in progetto di farmi sposare in America e le idee nuove che avrei inevitabilmente assorbito in Europa, conducendo una vita più raffinata, avrebbero dato tutt’altra direzione ai miei gusti. (…) Il partito più saggio era quindi frenare tale inclinazione e lasciare che io ignorassi tutto ciò che poteva creare in me nuovi bisogni e turbare la necessaria armonia tra l’educazione e la posizione sociale cui ero destinata.»
Don Joaquin decise quindi di lasciare la primogenita a L’Avana, ma si lasciò convincere a rinchiudere la bambina nel convento di Santa Clara, del quale era badessa una parente. Mercedes resistette in quella ‘prigione’ – dove le suore manovrano subdolamente per indurla a prendere i voti – solo pochi giorni, durante i quali ebbe modo di riflettere sulla terribile ingiustizia delle monacazioni forzate. Evase infilandosi in una stretta apertura attraverso la quale le suore recluse ricevono la comunione. Poco dopo, con sua enorme felicità, ricevette – dopo nove anni di silenzio!- una lettera della madre, che le mandava il proprio ritratto e diceva di volerla con sé in Spagna. In un delirio di gioia, Mercedes si preparò a imbarcarsi col padre.
Dopo un lungo viaggio per mare, raggiunse la Spagna, dove finalmente poté abbracciare la madre, il fratello e la sorella. Doña Teresa aveva soltanto 25 anni, era bellissima, colta, elegante. Una viaggiatrice inglese la descriverà come una «bellissima habanera, estremamente voluttuosa, che vive dedicandosi completamente alle passioni amorose». La primogenita concepì subito per lei una profonda venerazione. La nobildonna riuniva nel suo salotto – secondo solo a quello delle duchesse d’Alba e di Benavente – la società più raffinata di Madrid, letterati, uomini politici, artisti – tra i quali il pittore Francisco Goya – tutti di idee progressiste, ‘afrancesados’, cioè influenzati dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese.
Mercedes aveva dodici anni, ma fisicamente ne dimostrava diciotto. Attirava l’attenzione per la bellezza esotica e un po’ selvaggia, come i suoi modi. «Le mie abitudini dovette subire dure prove quando giunsi in Europa. Ricordo che la mia prima tortura fu indossare un busto e un paio di scarpe.» Anche il primo inverno europeo, col freddo, il buio e la neve – che conosceva solo dai romanzi- fu una dura prova.
Studiava con impegno per mettersi alla pari con i fratelli. Le sua materie preferite erano la musica e il canto. Amava leggere, attingendo alla ricca biblioteca della madre, i classici greci e latini, i romanzi di Richardson, di Madame de Genlis, di Madame de Staël. Ascoltava con interesse le discussioni su Rousseau.
Quando nel 1808 Napoleone detronizzò i Borbone e nominò re di Spagna il fratello Giuseppe, gli ospiti del salotto di Teresa accolsero con favore la nuova monarchia. La «bellissima habanera», rimasta vedova, diventò tanto intima di Giuseppe Bonaparte che le malelingue dicevano ne fosse l’amante. Mercedes assorbì le idee che circolavano nel salotto materno, dove adesso gli spagnoli afrancesados non si facevano più scrupolo di manifestare le proprie convinzioni liberali.Quando Mercedes ebbe vent’anni, la madre le combinò il matrimonio con un quarantenne, Antoine Cristóbal de Merlin di Thionville, generale napoleonico, nominato conte per meriti militari e innamoratissimo della giovane creola. Dopo un inizio un po’ tiepido, Mercedes ricambiò con trasporto la passione del marito, come testimoniano le lettere che gli scrisse nei primi tempi. L’amore profondo e reciproco tra i due sposi era destinato a durare senza nubi per ben trent’anni e terminò solo con la morte del conte, avvenuta nel 1839.
Nel 1912, dopo aver perduto l’amatissima madre, e con una figlia neonata tra la braccia, Mercedes dovette abbandonare la Spagna insieme a tutti gli afrancesados, scacciati per la ribellione del popolo e il ritorno dei Borbone. Nelle sue memorie racconta la fuga drammatica della colonna di militari e civili, tra mille disagi e pericoli, fino a raggiungere la salvezza in terrafrancese.
La famiglia de Merlin si stabilì a Parigi, dove nacquero altri due bambini. «Madame la comtesse» seguendo l’esempio materno, teneva un «salotto», frequentato tra gli altri da Chopin, Berlioz, il barone Rothschild, Chateaubriand. Quest’ultimo in una lettera a Juliette Recamier parla di Mercedes come della «più bella tra le donne». Da parte sua Balzac, che le dedica uno dei suoi primi romanzi, I Marana, di ambientazione spagnola, la descrive così: «Aveva un colorito bianco e caldo come quello dei creoli, un viso pieno di dettagli spirituali».
Ogni volta che Mercedes si recava all’Opera, era salutata con ammirazione. Le signore copiavano i suoi abiti e le sue pettinature. Un suo ritratto, dipinto della pittrice madame de Paulimier ottenne il primo premio all’Esposizione del 1832. Sono gli anni che Balzac racconta nei molti romanzi della sua Commedia umana. Nel salotto dei de Merlin, scrive uno storico, «banchieri e arrivisti si mescolavano con nobili di antichissima stirpe e con aristocratici germogliati all’ombra del manto napoleonico. Nei loro saloni, dove la conversazione banale si unisce alla lettura di poemi e alle interpretazioni musicali accorrono membri illustri della vita politica ed economica e figure rilevanti delle arti e delle lettere. Scrittori e artisti francesi fecero di questa casa un punto di riunione. Lord Palmerston, il generale Lafayette, il conte d’Orsay, partecipavano alle sue feste e riunioni. Celebrità del mondo letterario come Victor Hugo, Musset, Lamartine, innalzavano le insegne del romanticismo trionfante e facevano sentire le loro voci veementi nella casa della “bella creola”. Lì fece ascoltare la sua bella voce di soprano questa bella habanera, lì Rossini interpretò molti dei suoi pezzi famosi. Lì iniziò la sua carriera artistica la famosissima Maria Malibran, il cui padre, Manuel Vincente García, era stato maestro di canto della contessa.»
Mercedes infatti coltivava la sua bella voce studiando con i migliori maestri. Naturalmente, essendo una nobildonna, non poteva esibirsi nei teatri come una cantante di professione. Ma il nascente spirito patriottico esaltato dal romanticismo le permetteva di contribuire con la sua voce alla difesa di nobili cause. Quando i patrioti greci si ribellarono contro l’Impero ottomano l’Europa fu attraversata da un’ondata di solidarietà. Lord Byron e altri poeti si imbarcarono per combattere contro i turchi. A Ginevra ci fu una serata benefica, durante la quale Mercedes cantò, suscitando grande ammirazione per la sua voce e la sua bellezza. Sempre a favore dei patrioti greci cantò nel 1829 nella sala Vauxall a Parigi, questa volta accompagnata al pianoforte da Rossini e da Chopin. Nel 1831 cantò in una serata a favore dei patrioti polacchi alla presenza del vecchio generale Lafayette. Cantò anche per cause umanitarie: per raccogliere fondi per gli alluvionati di Lione, per le vittime del terremoto in Martinica. Cantò nelle splendide feste del duca di Orleans, Luigi Filippo, antico ospite all’Avana dei Santa Cruz. Quando, dopo la Rivoluzione di Luglio del 1830, Luigi Filippo salì al trono insignì Mercedes della Legion d’Onore.La contessa de Merlin viaggiò molto in Europa. Fu in Germania, in Svizzera, in Inghilterra e in Italia. Ma nonostante fosse tormentata dalla nostalgia, finché fu vivo il marito non tornò mai a Cuba.
Nel 1831, a quarantadue anni, pubblicò il suo primo libro, Mes douze premières années, scritto in francese nello stile intimo e sentimentale delle “confessioni” tipico del romanticismo e inaugurato in Francia da Chateaubriand. Apparso anonimo, e destinato a una piccola cerchia di amici, il libro si diffuse presto tra i lettori sconosciuti ed ebbe molto successo. Anche tutte le opere successive di Mercedes furono scritte in francese. Nel 1832 vide le stampe Histoire de la Soeur Inés, anch’esso anonimo. La firma dell’autrice comparve solo nel 1836, quando uscirono presso l’editore parigino Charpentier i quattro volumi di Souvenirs et mémoires de madame la comtesse de Merlin, publiées par elle mêmem. Nel 1838 uscirono Les loisirs d’une femme du monde e una Biografia di Maria Malibran, che purtroppo è andata perduta. Nel 1843 uscì il romanzo Lola e Maria.
Rimasta vedova e in precarie condizioni finanziarie, nel 1840 Mercedes decise di tornare a Cuba. Voleva scrivere un libro sull’isola natale e forse anche chiedere aiuto finanziario ai ricchissimi parenti di laggiù. Viaggiò sulla prima nave a vapore che attraversava l’oceano.
Si fermò a Cuba solo tre mesi, durante i quali fu ricevuta dappertutto con grandi manifestazioni di entusiasmo. Questo soggiorno però segnò una involuzione nelle sue idee sulla schiavitù professate nel suo primo libro solo nove anni prima.
Tornata in Francia, nel 1844 Mercedes pubblicò con un editore parigino La Havane, resoconto di viaggio e insieme saggio sull’isola. Nello stesso anno uscì a Madrid l’edizione spagnola del libro, intitolata questa volta Viaje a La Habana e censurata di tutti i brani che non parlavano in modo lusinghiero della amministrazione spagnola.
L’opera suscitò molte polemiche, a Cuba e in Francia, perché in questo libro la contessa si dichiarava fieramente nemica dell’abolizionismo. «Niente è più giusto dell’abolizione della tratta» scriveva «Niente più ingiusto della liberazione degli schiavi. Se la tratta è un abuso di forza rivoltante, un attentato contro il diritto naturale, l’emancipazione sarebbe una violazione della proprietà, dei diritti acquisiti e consacrati dalle leggi, una vera spoliazione.»
Tali idee, anticipate in un articolo dal titolo Gli schiavi nelle colonie spagnole e pubblicato a Parigi sulla famosa «Revue des Deux Mondes», le valsero dure critiche da parte di molti, e in particolare una replica di Victor Schoelcher, l’apostolo francese dell’abolizionismo, che era stato a Cuba e conosceva bene l’isola. Inoltre, in un periodo in cui i patrioti cubani si riunivano nei primi moti di indipendenza dalla Spagna, nel libro Mercedes si dichiara favorevole al controllo spagnolo sulla più importante colonia caraibica.
La involuzione ideologica di Mercedes coincideva con un amore sfortunato e per quegli anni ridicolo. La matura vedova aveva una relazione con un uomo di dieci anni più giovane che, col pretesto di farle da segretario, la umiliava, la faceva soffrire e dilapidò tutte le sue residue sostanze. Invano Mercedes cercò di ritrovare il successo e i guadagni di un tempo pubblicando il romanzo Les lyonnes de Paris, ispirato alla vita galante delle aristocratiche parigine e il romanzo storico Le Duc d’Athènes.
Nel 1845 la contessa era tornata a Madrid, a rivendicare la restituzione di alcuni beni che le erano stati confiscati, ma non aveva ottenuto altro che nuove umiliazioni. Fece il viaggio di ritorno nella stessa diligenza in cui viaggiava lo scrittore Prosper Mérimée, e durante il percorso si lamentò tanto del suo insuccesso come postulante e dei disagi del viaggio da infastidire gli altri viaggiatori.
Eppure l’anno successivo, dopo averla ancora incontrata, l’autore di Carmen scrisse: «Madame Merlin si trova a Aix-la-Chapelle, L’ho vista qualche giorno prima della sua partenza. A cento passi, non le si darebbero più di trent’anni… Effetti miracolosi delle capote e dei vestiti estivi».
Mercedes trascorse l’ultimo periodo della sua vita ammalata e tormentata dalle difficoltà economiche. Si era ritirata nel Poiter, in casa della figlia Teresa, nel castello di Dissais. Non volle più scrivere. Passava il tempo a ricamare e a giocare a carte. Ma fino all’ultimo continuò a cantare nel coro della chiesetta del paese. Morì nel 1852, a sessantatré anni. È sepolta a Parigi nel cimitero di Père Lachaise.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Mercedes De Merlin, Souvenirs et memoires de Madame la comtesse Merlin publiées par elle-même, Paris, Mercur de France 1990

Mercedes De Merlin, Viaggio a la Habana, Padova, Muzzio 1998

Bianca Pitzorno, Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente, Milano, Il Saggiatore 2006

Bianca Pitzorno

Nata a Sassari nel 1942, laureata in Lettere Antiche e specializzata alla Scuola Superiore delle Comunicazioni Sociali di Milano in cinema e televisione.
Autrice di più di cinquanta tra romanzi e saggi, tra i quali i più noti sono destinati ai bambini e ai ragazzi. I più recenti, destinati tutti agli adulti, sono: Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente (Il Saggiatore, 2006), Giuni Russo, da un’estate al mare al Carmelo (Bompiani 2009), Vita di Eleonora d’Arborea (Riscrittura aggiornata dell’edizione Camunia del 1984, Mondadori 2011). Sito ufficiale: www.biancapitzorno.it

Vedi la voce a lei dedicata, scritta da Michele Piumini.

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