Metilde Viscontini Dembowski

1790 - 1825
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Metilde Viscontini nasce a Milano  in una famiglia dell’alta borghesia, sufficientemente illuminata da orientarla a una istruzione presso il convento di Santa Sofia. Istruita,  affascinante d’aspetto e di modi, riservata e intelligente frequentava  come si conveniva al suo milieu i salotti e fu sensibile alla propria sorte come a quella del prossimo.

Nel 1807, a soli 17 anni, fu obbligata dalla famiglia a un precoce matrimonio  con un uomo che non amava, il polacco Jan Dembowski, militare duro e autoritario dell’esercito napoleonico, che, per impegni militari, restò lontano dal 1808 fino al 1810. In tale periodo circolarono voci su una relazione di Metilde con un altro uomo e per questo si scatenò in seguito la violenza del marito, tanto che Metilde si divise da lui nel 1814 e andò in seguito a Berna.

Legatissima ai figli (Carlo, nato nel 1808 e Ercole nato nel 1812, che fu insieme alla madre in Svizzera), si appellò a diverse personalità europee, persino a  Metternich, perché la aiutassero a riavere con sé almeno Ercole, che il marito le aveva tolto quando, nel 1816, Metilde era tornata a Milano per salutare il primogenito, destinato dal padre ad un collegio di Volterra.

Il disprezzo di Metilde per il marito aumentò quando, finita l’esperienza napoleonica, Jan si piegò agli austriaci dimostrando, al contrario di lei scarsa fedeltà ai propri ideali. Dalla tempesta coniugale Metilde sembrò uscita nel 1818, quando ottenne di vedere i figli, comunque affidati al padre, e poté legalmente vivere da sola.

Fu una grande battaglia quella per ottenere una separazione; una battaglia di cui possiamo riconoscere il carattere politico, etico, civile, visto che il ruolo di “separata” non era certo molto accettato 1 e visto che Demboswki  era un militare con una posizione di tutto rilievo.

Se con il coniuge il legame fu segnato dal conflitto, Metilde ebbe invece rapporti assai intensi con diversi familiari e amici. Queste relazioni, con protagoniste e protagonisti del primo risorgimento, ci consentono di comprendere la fusione fra politico e privato,  e l’influenza che Metilde ebbe nel proprio ambiente. Grande fu l’affiatamento con Foscolo, prima che questi andasse a Londra nel 1816. Lui l’aveva corteggiata e lei non era stata indifferente a tali avances, tuttavia rivelò a Foscolo di amare un altro uomo, la cui identità mai sarà resa nota, probabilmente lo stesso che aveva  già suscitato la gelosia del marito.

Metilde e Ugo si erano conosciuti quando la cugina di lei, Maddalena Marliani Bignami, amata da Foscolo e il cui marito aveva scoperto l’adulterio, aveva tentato il suicidio. Foscolo si era poi invaghito anche di Metilde

Si rividero in Svizzera e assiduo sarà anche poi tra i due lo scambio epistolare dal quale si evince soprattutto la sincera preoccupazione del poeta per le sorti dell’amica. “E che sarà un giorno di voi, che sarà del vostro figliuoletto e della vostra famiglia, se l’afflizione che vi sta sempre sul volto, che va predando l’amabile ilarità delle vostre parole, continuerà a ulcerarvi le viscere? Dov’è più il vostro sorriso e ogni atto vostro pieno di grazie?”2

Un profondo legame, resistente al tempo e alle difficoltà, fu poi quello instaurato con le cugine, soprattutto con Bianca Milesi, molto attiva nei moti del 1821, e la già citata Maddalena. Molte saranno anche le amiche, come Teresa Casati, moglie di Confalonieri, vicina a Metilde sia negli anni delle vicissitudini matrimoniali, che nel momento della malattia.

Nel 1818 si trasferì nel palazzo in piazza Belgioioso, casa acquistata nel 1815 dal fratello e luogo in cui molti intellettuali, romantici e di idee liberali, si ritroveranno nella cosiddetta saletta azzurra a conversare dei temi più attuali. Soprattutto Giuseppe Pecchio, Federico Confalonieri e Ludovico di Breme, il grande romantico seguace di Madame de Staël,  animeranno tale ritrovo.

Lì, nel marzo 1818, accompagnato dall’amico Giuseppe Vismara, entrerà per la prima volta Henry Beyle, ovvero Stendhal che presto si innamorerà di Metilde: la passione perfettamente romantica, duramente messa alla prova e mai contraccambiata, sarà una grande pena. Per lei farà pazzie: nel 1819, non riuscendo a starle lontano, di nascosto la raggiungerà a Volterra, dove Metilde era andata trovare i figli (anche Ercolino era ormai stato messo in collegio).  Una impertinenza che Metilde, pur estimatrice di lui, non apprezzerà. “L’amore di Stendhal per Metilde Viscontini – ha scritto Natoli –  è il più romantico degli amori stendhaliani, e il più vero e duraturo. È un amore che non ha complicate vicende, ma si riassume in poche parole: passione vivissima da una parte, impenetrabilità e fierezza dall’altra”.3

A Metilde saranno ispirati vari personaggi delle principali opere, ma anche Le roman de Metilde, opera minore e interrotta.

In preparazione ai moti del 1821, la Viscontini cominciò ad essere impegnata, come la cugina Bianca Milesi, nell’attività  delle Maestre Giardiniere, (affiliate alla Società dei Federati, circolo cospirativo legato ai liberali piemontesi), svolgendo con tenacia i suoi compiti: sostenne psicologicamente i congiurati, permise tra loro contatti epistolari ed economici. In seguito a ciò fu arrestata e messa poi agli arresti domiciliari, dato che erano state rinvenute nella sua abitazione lettere che rivelavano il suo coinvolgimento nei fatti.4

Paradossalmente, Stendhal, non avendo intuito l’attività cospirativa di Metilde, scambiò la riservatezza particolare di quel momento con arroganza e freddezza nei suoi confronti; sospettato poi dagli amici milanesi di essere una spia austriaca, e dalla polizia di essere un cospiratore della Carboneria, amareggiato da tutti, partì per la Francia il 13 giugno 1821.

Un altro amico usciva così per sempre dalla vita di Metilde, serbandone però sempre nel cuore e nelle pagine il ricordo, come avvenne quando terminò il trattato De l’amour, già ideato e iniziato in Italia.

Durante l’inchiesta, la Viscontini seppe sempre far fronte agli interrogatori con grande coraggio e saggezza, tanto da essere alla fine scagionata dalle accuse, senza mai mettere nessuno in difficoltà, senza mai rivelare nulla che compromettesse la sicurezza dei suoi amici.  Molto comprensiva con Federico Confalonieri che, sotto interrogatorio, aveva fatto il nome suo e di Stendhal (già rientrato in Francia), non gli portò mai rancore e, anzi, fu ancora disposta in seguito ad aiutarlo.

Gli eventi successivi all’attività politica di Metilde sono pochi, ma di grande rilievo: il 22 luglio 1822 muore Dembowski e quindi Carlo ed Ercole rientrano a Milano da Volterra per proseguire gli studi al collegio Longone. Fino agli ultimi istanti di vita, la madre si occuperà molto di loro, soprattutto di Carlo, dal carattere più complesso e ribelle rispetto al fratello .

Metilde muore di tabe il 1° maggio 1825, rimpianta da tutti.

“Da tempo era diventata per lui una dolce ferita, “un fantasma tenero, profondamente triste che mi disponeva sovranamente alle idee tenere, buone giuste, indulgenti”, ma quel giorno scrisse laconicamente in inglese, sul margine di De l’amour: “Morte dell’autore”.5

  1. Sandro Bortone, in Cristina di Belgioioso. Il 1848 a Milano e a Venezia, Feltrinelli, sottolinea il severo giudizio dell’opinione pubblica rispetto alle donne separate parlando di Cristina di Belgioioso, eroina aristocratica milanese molto simile a Metilde per matrimonio precoce e infelice, separazione, passione politica, ma anche viaggi  ^
  2. La lettera di Foscolo, che non tutti ritengono destinata a Metilde, è intestata “Ad un’ignota” e contenuta nell’edizione Lettere d’amore di Foscolo a cura di Bezzola, edizione BUR, 1983.  ^
  3. G. Natoli, Stendhal. Saggio biografico-critico, Laterza, 1936  ^
  4. Molto interessanti gli studi sulle donne della storica Rachele Farina. In particolare si ricorda Il Dizionario biografico delle donne lombarde (568-1968) curato dalla Farina e da sue collaboratrici, Baldini&Castoldi, 1995. Qui compaiono circa 90 nomi di patriote, molte delle quali lottarono nei moti carbonari del ’21 (tra queste spicca appunto Metilde) e nelle Cinque giornate di Milano. Un altro importante lavoro di Rachele Farina è il saggio compreso negli Incontri stendhaliani editi dal Comune di Milano nel 1996 e intitolato Metilde, l’incanto del coraggio.  ^
  5. La reazione di Stendhal alla notizia della morte di Metilde è contenuta in Romain Colomb, Stendhal, mio cugino, Sellerio editore, 1996, nella postfazione al testo intitolata “Io sono un topo e voi un gatto” curata da Giuseppe Scaraffia, p.112.  ^

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Dizionario biografico delle donne lombarde, (568-1968) a cura di Rachele Farina, Baldini Castoldi, 1995.

Rachele Farina, Metilde, l’incanto del coraggio, in Incontri stendhaliani, a cura di G.F. Grechi, I quaderni di Palazzo Sormani, 20, Milano, Biblioteca Comunale 1996.

M. Boneschi, La donna segreta. Storia di Metilde Viscontini Dembowski, 2010, Marsilio.

G. Natoli, Stendhal. Saggio biografico-critico, Laterza, 1936

Cristina di Belgioioso. Il 1848 a Milano e a Venezia, a cura di Sandro Bortone,  Feltrinelli, 1977

Maria Grazia Tolfo, Bianca Milesi, la maestra giardiniera dei moti 1821, in www.storiadimilano.it

Romain Colomb, Stendhal, mio cugino, Sellerio, 1996.

 

Emanuela Bonomi

Nata a Milano, laureata in lettere moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in storia moderna sulla politica di Maria Teresa d’Austria a Milano, ha poi pubblicato gli esiti di tale ricerca sulla rivista «Sanità, scienza e storia», ed. Franco Angeli. Ha inoltre conseguito il diploma di archivistica presso la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell’Archivio di Stato di Milano.
Attualmente insegna materie letterarie e latino in un liceo scientifico statale di Milano.

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