Monica

Tagaste 331 - Ostia 387
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I percorsi della cultura sono complicati e difficili da ricostruire: nessuno probabilmente immagina che una delle città più famose della California, quindi della nostra modernità con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, prenda nome da un’oscura donna berbera, nata sulle coste africane del Mediterraneo nel quarto secolo dopo Cristo. Eppure sul sito web della città si legge che nel 1769 il francescano Juan Crespi, membro della spedizione di Gaspar de Portola, seguendo l’ispirazione proveniente dalla bellezza del luogo, diede a una splendida baia sull’Oceano Pacifico il nome di Santa Monica «che pianse per il suo indocile figlio». Quel figlio è Agostino di Ippona, uno dei massimi rappresentanti della storia del pensiero occidentale e sua madre Monica (331-387) piange per lui soprattutto quando cerca di impedirne la partenza per l’Italia, dove Agostino vuole inseguire le sue ambizioni di carriera come maestro di retorica e avvocato.
«Dovetti ingannarla, perché cercava di trattenermi con la forza e costringermi o a rinunciare e a prenderla con me» (Confessiones 5.8.15). Il figlio finge, parte di nascosto, ma ringrazia Dio di averlo protetto nel viaggio e di averlo salvato «dalle acque del mare, pieno di sozzure com’ero, per preservarmi all’acqua della tua grazia: quando scorrendo su di me fece asciugare i fiumi di lacrime di cui mia madre ogni giorni irrigava il suolo ai suoi piedi» (Ibidem).
Come accade per tutte le persone che compaiono nelle Confessioni, uno dei capolavori di Agostino, anche nel caso di Monica è lecita la domanda se si tratti di una persona vera o di un personaggio in gran parte costruito dall’autore per rappresentare determinati aspetti importanti per il suo racconto. E come forse vale per tutti, anche per Monica si può dire che si tratta di una sapiente mescolanza dei due aspetti: è una donna vera cui l’autore affida esplicitamente una parte significativa nella ricostruzione drammatica delle sue vicende biografiche. Alcuni momenti, soprattutto degli ultimi giorni della sua vita, sembrano aprire spiragli di vera autenticità, quando ad esempio, conversando con il figlio a Ostia dove morirà pochi giorni dopo, gli domanda «Cosa sto a fare qui ormai?» (Confessioni 9.11.28) oppure quando dà indicazioni ai due figli di seppellirla a Ostia senza assumersi il peso di un trasporto in Africa e, di fronte alle resistenze del fratello, si rivolge ad Agostino con una frase splendida nella sua semplicità: «Ma guarda cosa dice» (Confessioni 9.11.27).
Quella conversazione con il figlio va però anche collocata nel suo contesto di carattere filosofico, perché è proprio con la madre che Agostino racconta di avere avuto una delle esperienze più significative del suo percorso di formazione intellettuale. È uno dei momenti più alti delle Confessioni, l’esperienza di un attimo di estasi in cui si potrebbe riassumere molta parte del suo insegnamento e della sua ricerca: tutto inizia nel dialogo con la madre, quando capita – racconta – «che ci trovassimo soli io e lei, affacciati a una finestra che dava sul giardino interno della casa che ci ospitava, là nei pressi di Ostia Tiberina, dove c’eravamo appartati lontano da ogni trambusto, per riposarci della fatica di un lungo viaggio e prepararci alla navigazione» (Confessioni 9.10.23). Proprio con Monica è possibile ad Agostino creare un momento di silenzio, in cui, «dimentichi del passato, protesi verso quello che ci era davanti» (Ibidem), risalire fino a cogliere per un attimo quella anticipazione di verità che può dare senso a tutto il suo cammino di riflessione e di ricerca.
Più curiali e retoriche sono le parole con cui Agostino conclude il racconto degli ultimi giorni di vita della madre, in cui un sincero affetto filiale si mescola al tono del vescovo che cerca insegnamenti edificanti dietro gli avvenimenti della vita: «ogni volta che leggeranno queste pagine si ricorderanno davanti al tuo altare di Monica, tua ancella, con Patrizio che fu un tempo suo sposo. Attraverso la loro carne mi hai fatto entrare in questa vita … genitori miei in questa luce provvisoria, e miei fratelli in te che ci sei Padre» (Confessioni 9.13.37). In tutti i passi che dedica alla madre è sempre evidente il grande affetto di Agostino per lei, ma è del tutto inutile, e anche un po’ sciocco, volerne trarre indicazioni per rinchiuderla nel ruolo di grande santa o, all’opposto, di oggetto di attaccamento quasi edipico da parte del figlio: bisogna accontentarsi di cogliere la pluralità di prospettive da cui viene presentata e riuscire a rintracciare i tratti di una donna di grande carattere e di notevole importanza per la vita del figlio.
Il compito di rappresentare il legame, faticoso ma costante, fra Agostino e la religione cristiana viene affidato a Monica, nata in «una casa cristiana» (Confessioni 9.8.17), che nel corso della sua vita sempre si impegna, anche nei confronti del marito «per guadagnarlo a te, parlandogli di te con quel suo modo d’essere di cui tu la facevi bella» (Confessioni 9.9.19). Se Agostino ha segnato, e lo ha certamente fatto, la storia del cristianesimo e, ancora di più, quella del pensiero occidentale, un ruolo rilevante in questa storia va riservato alla donna, a proposito della quale egli può dire che «questo nome del mio Salvatore, tuo figlio, il mio cuore ancora intatto l’aveva fiduciosamente succhiato col latte materno e lo conservava nel profondo» (Confessioni 3.4.8).
Dotata di grande equilibrio, Monica sa governare con saggezza i rapporti interni alla famiglia e, quando la malignità delle ancelle tenta di suscitare contrasti tra lei e la suocera, riesce a conquistarla «a furia di cortesie, pazienza e mitezza» (Confessioni 9.9.20) in modo tale che le ancelle vengano severamente punite e che le due donne possano vivere «in perfetta armonia di affetti reciproci» (Ibidem). Ma, quando è necessario, sa anche mostrare grande energia e coraggio e infatti, nel viaggio che intraprende da sola per raggiungere il figlio partito di nascosto, «in ogni frangente avventuroso confortava i marinai, invece di riceverne conforto, come succede ai viaggiatori inesperti ancora dell’abisso quando li prende la paura: e prometteva loro che sarebbero approdati sani e salvi, perché tu stesso glielo avevi promesso mandandole una visione» (Confessioni 6.1.1).  Così, arrivata a Milano, riesce anche a conquistarsi l’ammirazione del vescovo Ambrogio il quale – racconta Agostino – «spesso, vedendomi, nel bel mezzo di un sermone non si peritava di congratularsi con me per avere una madre come quella» (Ivi 6.2.2).
Ma il complimento forse più grande che un figlio come Agostino può fare alla propria madre è di mostrarla coinvolta, e in modo niente affatto marginale, nella sua stessa ricerca intellettuale: durante l’ozio filosofico trascorso in Brianza nel periodo immediatamente successivo alla conversione, Monica compare spesso nel gruppo di amici che discutono dei grandi temi della filosofia e «durante una discussione intorno a un problema considerevole, che si era svolta il giorno del mio compleanno con i commensali e che ho raccolto in un piccolo libro, la sua intelligenza mi apparve così grande, tanto da sembrarmi che nessuno fosse più idoneo di lei alla vera filosofia» (De ordine 2.1.1). In un’altra occasione «io, sorridendo e mostrando la mia soddisfazione, le dissi: Tu hai senz’altro raggiunto il vertice della filosofia, o madre» (De vita beata 2.10).
Possiamo forse consolarci, pensando che uno di questi sorrisi abbia ripagato le lacrime versate un giorno sul suolo africano, quando il figlio l’aveva abbandonata, e che l’affetto che sempre li ha tenuti uniti non possa che significare che grande davvero debba essere stata la madre di un così grande figlio.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Per le Confessiones la traduzione è tratta da Agostino, Le confessioni, introduzione, traduzione, note e commenti di Roberta De Monticelli, Milano, Garzanti 1990

Per il De ordine e il De vita beata la traduzione è tratta da Agostino, Tutti i dialoghi, a cura di Giovanni Catapano, Milano, Bompiani 2006

Massimo Parodi

Professore di Storia della filosofia medievale presso l’Università degli Studi di Milano. Ha fondato e dirige le riviste «Doctor Virtualis» e «Informatica Umanistica». Ha pubblicato di recente Il paradigma filosofico agostiniano. Un modello di razionalità e la sua crisi nel XII secolo, Bergamo, Lubrina 2006.

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